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Full text of "Storia della letteratura italiana"

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STORIA 


DELLA 


LETTERATURA  ITALIANA 


ADOLFO  BARTOLI 


Tomo  Quarto 


IN  FIRENZE 

G.  C.  SANSONI,  EDITORE 

1881 


LA 


NUOVA  LIRICA  TOSCANA 


ir«. 


IN  FIRENZE 
G.  C.  SAJISONI,  EDITORE 

1881 


Jòò 
V,H 


Firenze,  Tip.  e  Lit.  Carnesecchi,  Piazza  d'Arno 


AL 

Dottore  Enrico  Bartoli 


Tu  non  sa  solamente  il  mìo  caro  fratello ,  ma  sei 
ancora  il  più  antico  ed  il  migliore  dei  miei  amici.  Ac- 
cetta dunque  questo  libro  ^  come  ricordo  di  quel  sacro 
affetto  che  ci  unì  per  tutta  la  vita. 

Il  tuo  Adolfo 

FKrenzBj  1  novembre  ISSI. 


CAPITOLO  I 


LAPO  GIANNI  E  DINO  FRESGOBALDI 


La  lirica  amorosa  italiana  si  affermò  per  la 
prima  volta  nel  Guinicelli,  tentando  con  lui  di 
uscire  dalle  nebulosità  provenzali,  tentando  di 
emanciparsi  dalla  frase  convenzionale,  provan- 
dosi a  nuovi  concetti,  e  ripulendosi  insieme  delle 
ruvidità  di  forma  e  di  contenuto  plebeo.  Conti- 
nuatori della  riforma  poetica  del  Bolognese  fu- 
rono i  Toscani  del  dolce  sili  nuovo ,  continua- 
tori ed  ampliatori,  s'intende,  che  pur  derivando 
la  loro  arte  dal  massimo  Guido,  l'oltrepassarono 
tanto  da  farlo  quasi  dimenticare. 

I  poeti  principali  della  nuova  scuola  lirica 
furono  Lapo  Gianni,  Dino  Frescobaldi,  Guido 
Orlandi,  Gianni  Alfani,  Gino  da  Pistoia,  Guido 
Cavalcanti  e  Dante  Alighieri. 

È  necessario  per  noi  lo  studiarli  uno  per  uno. 

Di  Lapo  Gianni  conosciamo  dodici  ballate, 
due  canzoni  e  un'  altra  poesia  che  crediamo  un 
sonetto  doppio  o  rinterzato. 


Babtoli.  —  St.  della  Lettera!.  Ital.  —  Voi    IV, 


2  CAPITOLO   I 

Le  ballate  sono  queste:  Io  sono  Amor  che 
per  mia  libertade^  -  Gentil  donna  cortese  e  di- 
honaire'-  -  Dolce  è  il  pensier  che  mi  nutrica  il 
core'^  -  Amore,  io  non  san  degno  ricordare'^  - 
Angelica  figura,  nuovamente''  -  Amor,  io  prego 
la  tua  nohilfate^  -  Angioletta  iti  sembianza''  - 
Novelle  grazie  alla  novella  gioia^  -  Ballala,  poi 
che  ti  compose  Amore'^  -  Nel  vostro  viso  ange- 
lico aiìioroso^'^  -  Questa  rosa  novella^^-  Siccome 
i  Magi  a  guida  della  stella.^ - 

Le  due  canzoni  sono:  Donna,  se  il  prego 
della  mente  mia^^  -  Amor  nuova  ed  antica  va- 
nitale. 

Del  sonetto  doppio  parleremo  più  innanzi. 

Non  poche  di  queste  poesie  di  Lapo  appar- 
tengono alla  vecchia  maniera  della  lirica  siculo- 
provenzale.  L' amore  e  la  donna  vi  sono  rappre- 
sentati come  là,  in  quella  forma  stereotipa   che 

1  Codd.  Magliabech.  Palat.  204;  Riccard.  2846;  Chig.  L,  viii,  305; 
Marc.  IX,  292;  Màgliab.  VII,  7,  1208. 

2  Vatic.  3214;  Palat.  204;  RiccarJ.  2846;  Chig.  L,viii,305;  Marc. 
IX,  292. 

3  Vatic.  3214;  Riccard.  2S46;  Palat.  204;  Marc.  IX,  292;  Magliai). 
VII,  7,  1208. 

*  Vatic.  3214;  Riccard.  2846;  Magliab.  VII,  7,  1208. 

5  Vatic.  3214;  Riccard.  2846. 

'^  Vatic.  3214;  Riccard.  2846;  Magliab.  VII,  7,  1208. 

7  Vatic.  3214;  Riccard.  2846. 

8  Vatic.  3214;  Riccard.  2846. 
•'  Vatic.  3214;  Riccard.  2846. 

)0  Vatic.  3214;  Riccard.  2846;  Chig.  cit.;  Magi.  VII,  8,  112. 
1'  Vatic.  3214;  Riccard.  2846. 
12  Vatic.  3214. 
•■3  Riccard.  2846. 


LAPO  GIANNI  E  DINO  FRESCOBALDI  3 

noi  ben  conosciamo,  senza  affetto  e  senza  calore. 
È  r  eterno  motivo  del  chieder  ^nercede  a  ima 
madonna  cortese',  è  il  ripetersi  continuo  di  frasi 
tutte  uguali,  che  dicono  sempre  la  cosa  medesima. 
Chi  leor^re  i  versi: 


^DD' 


Io  sono  Amor,  che  per  mia  liberiate 
Venuto  sono  a  voi,  donna  piacente, 
Che  al  mio  leal  servente 
Sue  greve  pene  deggiate  alleggiare. 

Madonna,  e' non  mi  manda,  questo  è.  certo, 
Ma  io,  veggendo  il  suo  greve  penare, 
E  l'angosciar,  che  '1  tene  in  malenanza, 
Mi  mossi,  con  pietanza  a  voi  vegnendo.  .  .  . 

si  ricorderà  facilmente  di  tutta  una  scuola  che 
fece  consistere  in  sitfatte  freddure  la  propria 
arte,  senza  uscir  mai  dal  giro  della  piìi  mono- 
tona e  stucchevole  ripetizione.  Lo  stesso  potrebbe 
dirsi  delle  ballate,  Gentil  Donna  cortese  e  diho- 
naìre —  2\ovelle  grazie  alla  novella  gioia,  e  di 
alcune  altre. 

Però,  anche  dove  Lapo  si  mostra  della  vec- 
chia scuola,  qualche  cosa  di  nuovo  in  lui  appa- 
risce. Neir  esprimere  concetti  già  mille  volte  messi 
in  rima,  egli  ha  un  vigore  di  linguaggio  che 
farebbe  quasi  credere  a  un  sentimento  vero  e 
profondo.  Che  cosa  di  più  comune  della  donna 
senza  pietà,  spietosa,  come  Lapo  la  chiama?  Che 
cosa  di  più.  rancido  della  disperazione  a  freddo 
del  poeta,  dinanzi   alla   crudeltà   della  dea?  Ma 


4  CAPITOLO  I 

questi  versi,  pur  vecchissimi  per  quello  che  vo- 
gliono dire,  hanno  un  che  ci'  insolito  : 

Odi  la  nimistà  mortai,  che  regna 
Tra  lo  suo  cor  e  'I  mio  novellamente, 
Amor,  ch'esser  solevamo  una  cosa. 
Con  sì  fieri'  sembianti  mi  disdegna, 
Che  par  che  '1  mondo  e  me  aggia  a  niente, 
E  se  mi  vede,  fugge  e  sta  nascosa; 
Onde  non  spero  ch'io  mai  aggia  posa, 
Mentre  che  in  lei  sarà  tanta  fierezza 
Vestita  d' un'asprezza 
Che  par  che  sia  nemica  di  pietade. 

E  più  insolita  ancora  è  questa  immagine,  colla 
quale  comincia  una  Canzone,  che  seguita  poi  e 
finisce  affatto  provenzalescamente: 

Donna,  se  il  prego  della  mento   mia, 
Come  bagnato  di  lagrime  e  pianti, 
yer\isse  a  voi  incarnato  davanti 
A  guisa  d'  una  figura  pietosa  .... 

Qui  il  poeta  sembra  che  senta  ciò  che  scrive: 
questa  preghiera  fatta  persona  e  bagnata  di  la- 
crime è  cosa  nuova. 

Non  nuovo,  ma  degno  di  attenzione  è  pure  un 
altro  gruppo  delle  poesie  di  Lapo,  qAiello,  cioè, 
dov'  egli  introduce  nella  sua  poesia  concetti  filo- 
sofici. Abbiamo,  per  esempio,  nella  ballata  An- 
gelica figura  nuovamente  questi  versi  : 

Dentro  al  tuo  cor  si  mosse  un  spiritello 
Che  uscì  per  gli  occhi,  e  vennemi  a  ferire, 


LAPO  GIANNI  E  DINO  FRESCOBALDI 

Quando  guardai  ]o  tuo  viso  amoroso; 
E  fé' '1  cammin  pe' miei  si  fiero  e  snello 
Che  '1  core  e  V  alma  fece  via  partire 


In  altra  ballata  egli  scrive: 

Nel  vostro  viso  angelico  amoroso 

Vidi  i  begli  occhi,  e  la  luce  brunetta, 
Che  'n  vece  di  saetta 
Mise  pe'  miei  lo  spirito  vezzoso. 
Tanto  venne  in  suo  abito  gentile 
Quel  nuovo  spiritel  nella  mia  mente, 
Che  '1  cor  s'allegra  della  sua  veduta. 
Dispose  qui  l' aspetto  signorile, 
Parlando  a'  sensi  tanto  umileraente, 
Ch'  ogni  mio  spirito  allora  il  saluta. 
Or  hanno  le  mie  membra  conosciuta 
Di  quel  Signore  la  sua  gran  dolcezza, 
E  il  cor  con  allegrezza 
L'  abbraccia  poi  che  '1  fece  virtuoso. 

Molti  di  questi  spiritelli  ci  si  presenteranno 
nel  seguito  dei  nostri  studi  sui  poeti  del  nuovo 
siile.  Qui  intanto  avvertiamo  come  questo  lin- 
guaggio erotico  e  metafisico  a  un  tempo  si  ricol- 
lega col  genere  del  Guinicelli,  ma  riceve  ampio 
sviluppo  nell'arte  di  questi  lirici,  che  stiamo  esa- 
minando. Ed  in  Lapo  Gianni  è  curioso  che  la 
smania  dialettica  si  mostra  perfino  in  una  forma 
affatto  esteriore.  In  una  sua  canzone  contro 
l'Amore,  Amor^  nuova  ed  antica  vanitate,  egli 
dice  di  provare  piò  che  asserisce,  e  'A  provo  ciò., 


6  CAPITOLO   I 

jprovol,   si  ripete   in    ogni  stanza,  come   in  que- 
sta prima: 

Amor,  nuova  ed  antica  vanitale 

Tu  fosti  sempre,  e  sei  'gnudo  coni' ombra; 

Dunque  vestir  non  puoi,  se  non  di  guai. 

Deh  chi  ti  dona  tanta  podestate, 

Ch'  umanamente  il  tuo  podere  ingombra, 

E  ciaschedun  di  senno  ignudo  fai? 

Provo  ciò\  che  sovente  ti   portai 

Nella  mia  mente,  e  da  te  fui  diviso 

Di  savere  e  di  bene  in  poco  giorno: 

Venendo  teco,  mi  mirava  intorno, 

E  s'io  vedea  Madonna,  eh' ha '1  bel  riso, 

Le  sue  bellezze  fiso  immaginava; 

E  poi  fuor  della  vista  tormentava. 

Se  noi  potessimo  essere  sicuri  ^  che  apparte- 
nesse a  Lapo  Gianni  il  sonetto  doppio  r  Amor, 
eo  chero  mia  dolina  in  domino,  per  esso  ve- 
dremmo ricongiungersi  il  poeta  al  gajo  Folgore  di 
San  Gimignano.^  Ma  né  questa,  ad  ogni  modo, 
né  le  altre,  di  cui  abbiamo  parlato,  sono  le  poesie 
di  maggiore  importanza  che  ci  abbia  lasciate 
Lapo.  Noi  abbiamo  di  lui  una  ballata  che  attrae 
in  modo  speciale  la  nostra  attenzione.  E  di  questa 
parleremo  tra  poco,  quando  potremo  metterla  in 
relazione  con  un  altro  componimento  dello  stesso 


1  Diciamo  cosi,  perchè  non  abbiamo  trovata  questa  poesia  che  nel 
solo  codice  Barberiniano  XLV,  47. 

2  Ci  pare  un  sonetto  doppio,  con  due  versi  di  coda. 

3  Cfr.  Carducci,  Intorno  ad  alcune  Rime  ecc.,  pag.  44. 


LAPO  GIANNI  E  DINO  FRESCOBALDI  7 

genere,  appartenente  ad  un  poeta  che  ha  col 
Gianni  stretti  vincoli  intellettuali. 

Il  nome  di  Dino  Frescobaldi  si  trova  con- 
giunto a  quello  di  Dante,  per  ciò  che  di  lui  rac- 
conta il  Boccaccio,  cioè  che  «  alcuno  . .  .  cercando 
fra  le  cose  di  Dante  in  certi  forzieri ....  trovò 
li  sette  canti  stati  da  Dante  composti  ....  e  li 
portò  ad  uno  de' nostri  cittadini,  il  cui  nome  fu 
Dino  di  messer  Lambertuccio  Frescobaldi,  in 
quelli  tempi  famosissimo  dicitore  per  rima  in 
Firenze».^  A  noi  non  importa  ora  di  ricercare 
se  sia  vero  o  no  il  racconto  del  Boccaccio.  Per 
il  momento  quello  che  in  esso  dobbiamo  notare 
specialmente  si  è  che  vi  sia  ricordato  il  Fresco- 
baldi,  e  detto  famosissimo  dicitore  per  rima.  Le 
poesie   del  Frescobaldi    che  ci  rimangono   sono  : 

Le  canzoni  :  Un  sol  pensier,  che  mi  vien  nella 
mente^-  -  Poscia  che  dir  coìivieynmi  ciò  ch'io  sen- 
io "^  -  Voi  che  piangete  nello  stato  amaro  ^  -  Morte 
avversaria^  poi  ch'io  son  contento^  -  Tanta  nel 
meo  lamentar  sento  doglia^  -  Per  gir  verso  la 
spera  la  Fenice"'  -  Donna  da  gli  occhi  tuoi  par 
die  si  mova.  ^ 

1  Vita  di  Dante,  Accidenti  occorsi  intorno  alla  Divina  Comme- 
dia, pag.  70. 

2  Palat.  204;  Chig.  L,  vm,  305;  Laur.  90,  inf.  37. 

3  Palat.  204;  Cbig.  cit;  Laur.  90,  inf.  37. 
*  Palat.  204;  Chig.  cit.:  Laur.  90,  inf.  .37. 

5  Strozz.  1040. 

6  Vatic.  3214. 

"  Palat.  204;  Chig.  cit  ;  Laur.  90,  inf.  37. 
s  Palat.  204:  Chig.  cit.;  Laur.  90,  inf.  37. 


8  CAPITOLO  I 

I  sonetti:  Amor  se  tu  se' vago  di  costei^  -  Tania 
è  V angoscia  che  nel  cor  mi  trovo^  -  Una  siella 
con  sì  nuova  bellezza'^  -  Questa  è  la  giovinetta 
eh'  Amor  guida  ^  -  Per  tanio  "pianger  che  i  miei 
occhi  fanno^  -  Non  spero  di  trovar  giammai 
pietate^  -  In  quella  parte  ove  luce  la  stella"'  - 
Poscia  eli  io  veggio  l'anima  partita  ^  -  Giovane, 
che  cosi  leggiadramente^  -  Quest' altissima  stella 
che  si  vede  ^°  -  La  foga  di  quelVarco  che  s'aperse  ^^ 
-  Deh,  giovanetia,  de' begli  occhi  tuoi^'  -  Al  vo- 
stro dir  che  d'Amor  mi  favella}'^ 

II  sonetto  doppio  :  L' alma  mia  trista  segui- 
tando 'l  core,  ^^ 

La  nota  fondamentale  delle  poesie  del  Fro- 
scobakli  è  il  dolore  e  il  desiderio  della  morte. 
Egli  scrive  in  un  luogo  : 

Un  sol  pensier,  che  mi  vien  nella  mente 
Mi  dà  con  suo  parlar  tanta  paura, 
Che  '1  cor  non  si  assicura 


»  Palat.  204;  Chig.  L,  viii,  305;  Laur.  90,  inf.  37. 

2  Paiat.  204;  Laur.  90,  inf.  37. 

3  Palat.  204;  Chig.  cit.;  Laur.  90,  inf.  37. 
*  Palat.  204;  Chig.  cit.;  Laur.  90,  inf.  37. 

5  Palat.  204;  Chig.  cit.;  Laur.  90,  inf.  37. 

6  Palat.  204;  Chig.  cit.;  Laur.  90,  inf.  .37. 
■?  Laur.  90,  inf.  37. 

8  Palat.  204;  Chig.  cit.;  Vatic.  3214;  Laur.  90,  inf.  37. 

9  Palat.  204;  Chig.  cit.;  Laur.  90,  inf.  37. 
10  Palat.  204;  Chig.  cit.;  Laur.  90,  inf.  37. 
"  Palat.  204;  Chig.  cit.;  Laur.  90,  inf.  37. 

12  Palat.  204;  Chig.  cit.;  Laur.  90,  inf.  37. 

13  Palat.  204;  Chig.  cit.;  Laur.  90,  inf.  37. 
"  Vatic.  3214. 


LAPO  GIANNI  E  DINO  FRESCOBALDI  9 

Di  volere  ascoltar  quanto  ei  ragiona. 
Perchè  mi  move,  parlando,  sovente 
Una  battaglia  forte  e  aspra  e  dura; .... 

e  chiama  sé  stesso: 

colui 

Che  la  morte  aspettando 
Vede  la  fine  de'  martiri  sui. 

Una  sua  canzone  comincia  così: 

Morte  avversaria,  poi  eh'  io  son  contento 
Di  tua  venuta,  vieni, 

E  non  m'aver,  perch'io  ti  prieghi ,  a  sdegno, 
Né  tanto  a  vii,  perch'io  sia  doloroso... 

Nella  canzone  stessa  ci  sono  questi  versi,  che 
paiono  scrìtti  sotto  l'impressione  di  un  dolore 
profondo  : 

La  mente  mia  trafitta  e  derubata 
Da' ladri  miei  pensieri. 

Che  ra'  han  promesso  il  tempo  e  non  atteso, 
Veggendosi  così  distratta,  piange.  .  .  . 

Ed  un  sonetto  comincia  con  questa  vigorosa 
quartina  : 

Tanta  è  l'angoscia,  che  nel  cor  mi  trovo, 
Donde  la  mente  tremando  sospira. 
Che  spesse  volte  in  tal  pensier  mi  tira, 
Nel  qual  pensando  assai  lagrime  piovo. 

Non  c'è  alcun  dubbio  che  questo  dolore,  così 
intensamente  espresso,  non  sia  cosa  nuova  nella 


10  CAPITOLO   I 

lirica  italiana.  C'è  una  gran  differenza  fra  iso- 
spiri piagnucolati  dai  vecchi  poeti,  e  questa  ^oiog- 
gia  dì  lagrime  del  cupo  Fiorentino,  che  bacia  in 
bocca  il  pensiero  della  morte. 

Ed  ora  se  va  abbraccia 

Da  tua  parte  il  pensier,  il  bascio  in  bocca: 

e  che  ha  l' anima  involta  d'  angoscia. 

Dell'  antica  maniera  sicula  nel  Frescobaldi 
resta  poco.  A  quella  compassata  e  gelata  smania 
amorosa,  a  quel  frasario,  a  quel  catalogo  di 
concetti  piccini,  si  è  sostituito  in  lui  un  fare  tutto 
diverso  :  un  giro  di  pensieri  grandioso,  ma  oscuro; 
un  bisogno  di  tuffarsi  quanto  piiì  gli  sia  possibile 
nelle  astruserie  metafisiche;  un  desiderio  del 
difficile.,  che  pur  troppo  ricorda  qualche  volta 
Guittone.  Non  dico  già  che  ci  sieno  le  strambe- 
rie del  poeta  Aretino;  dico  solo  che  anche  il 
Frescobaldi,  sp'ecialmente  nelle  Canzoni .,  sembra 
affaticarsi  a  dire  le  cose  meno  chiaramente  ch'ei 
possa.  Leggiamo  questa  strofa: 

Il  consolar  che  fa  la  vostra  vista, 
E  che  per  mezzo  il  fianco  m'apre  e  fende, 
E  quivi  tanto  attende, 
Che  '1  cor  convien  che  rimanga  scoperto, 
Poi  si  dilunga,  che  valore  acquista, 
Gridando  forte,  un  suo  durar  contende, 
E  la  saetta  prende, 

Tal  che  uccidermi  ei  crede  esser  certo, 
Ed  apre  verso  questo  fianco  aperto, 
Dicendo,  fuggi  all'anima  che  sai, 


LAPO  GIANNI  E  DINO  FRESCOBALDI  11 

Che  campar  noi  porrai. 

Ma  ella  attende  il  suo  crudel  fedire, 

E  fascia  il  cuor  nel  punto  che  saetta, 

Di  quel  forte  disire 

Che  non  uccide  colpo  di  saetta. 

Qualche  volta  è  certo  che  V  oscurità  deriva 
dall'avere  introdotto  nella  lirica  qualche  cosa  di 
simbolico,  di  allegorico,  che  noi  non  riesciamo 
bene  ad  intendere,  come  nella  canzone:  Voi  che 
jjiange/e  nello  stalo  amaro.  Sarebbe  molto  difficile 
il  raccapezzare  il  senso  di  quei  versi;  e  quando 
anche  si  giungesse  a  raccapezzarlo;  quando  dopo 
lunghe  riflessioni,  dopo  pazienti  curo  si  potesse 
dire:  mi  pare  di  averlo  trovato,  resterebbe  sem- 
pre indubitabile  che  quei  versi  rappresentano 
una  mariiera,  che  si  è  sostituita  alle  maniere  pre- 
cedenti. Anche  nel  Frescobaldi  predomina  la  ten- 
denza a  quel  genere  erotico-filosofico,  che  co- 
minciò il  Guinicelli,  che  abbiamo  notato  in  Lapo 
Gianni  e  che  ritroveremo  negli  altri  poeti  di  que- 
sta scuola.  Anche  queir  arzigogolare  sugli  spiriti 
della  vita,  si  ripete  in  lui.  Eccovi,  per  esempio, 
un  sonetto,  che  comincia,  direi,  maestosamente: 

Donna,  dagli  occhi  tuoi  par  che  si  mova 
I"n  lume,  che  mi  passa  entro  la  mente; 
E  quando  egli  è  con  lei  par  che  sovente 
Si  metta  nel  desio,  che  in  lei  si  trova. 

Ma  nella  seconda  terzina  escon  fuori  gli  spiriti 
a  guastare  quel  poco  di  buono  che  si  poteva 
esser  notato  avanti  : 


12  CAPITOLO   I 

Gli  spirti  che  noi  posson  sofferere, 
Ciascun  si  tien  d'aver  maggior  virtute: 
Qual  può  dinanzi  a  lei  partirsi  via. 

Alto,  veramente,  è  il  principio  di  quest'altro  so- 
netto, dove  noi  ritroviamo  il  dolore  che  ange 
il  Frescobaldi,  e  che  è,  come  ci  sembra,  la  sua 
più  bella  e  più  spiccata  caratteristica  : 

Per  tanto  pianger  che  i  miei  occhi  fanno, 
Lasso,  faranno  l'altra  gente  accorta 
Dell'  aspra  pena  che  lo  mio  cor  porta 
Delli  rei  colpi,  che  ferito  l'hanno. 

Se  egli  seguitasse  la  pittura  del  suo  dolore!  Ma 
no  :  ecco  tosto  gli  spiriti:  ecco,  cioè,  un  concetto 
filosofico  che  ci  guasta  la  poesia: 

Che  i  miei  dolenti  spiriti,  che    vanno 
Pietà  caendo,  che  per  loro  è  morta, 
Fuor  della  labbia  sbigottita  e  smorta 
Partirsi  vinti,  e  ritornar  non  sanno. 

Peggio  accade  nel  sonetto:  Poscia  ch'io  veggio 
V anima  partita]  dove  la  «donna  di  gaia  giovi- 
nezza»  mi  pon,  dice  il  Frescobaldi: 

....  con  le  sue  man  nel  core 
Un  gentiletto  spirito  soave 
Che  piglia  poi  la  signoria  d'amore. 

Questi  ha  d'ogni  mio  spirito  la  chiave, 
Accompagnato  di  tanto  valore, 
Ch'  esser  non  può  con  lui  spirito  grave. 


I 


LAPO  GIANNI  E  DINO  FRESCOBALDI  13 

Io  non  dico  già  che  tutto  questo  non  si  possa 
spiegare;  non  dico  che  colle  dottrine  platoniche, 
aristoteliche,  tomistiche,  non  si  possano  analiz- 
zare questi  spiriti  e  questi  s^nritelli,  e  intendere 
quello  che  sieno  e  quello  che  valgano  per  il 
poeta.  Ma  dico,  bensì,  che  poesia  vera,  espan- 
sione forte  di  sentimento,  o  anche  riflessione 
sincera  del  cuore,  è  difficile  che  si  accordi  con 
questo  fraseggiare  astruso,  con  questo  sottiliz-- 
zare  acuto,  con  questa,  insomma,  indebita  inva- 
sione della  tilosofìa  nel  campo  dell'arte.  Tanto 
vero  è  questo,  che  dove  le  astruserie  non  ci 
sono,  0  dove  ce  ne  son  meno,  Farle  è  un  poco 
più  vicina  alla  verità,  come   in    questo   sonetto  : 


Non  spero  di  trovar  giammai  pietate 
Negli  occhi  di  costei  ;  tanto  è  leggiadra. 
Questa  si  fé  per  me  sì  sottil  ladra, 
Che  il  cor  mi  tolse  in  sua  giovine  etate. 

Trasse  Amor  poi  di  sua  nuova  beltate 
Fere  saette  in  disdegnosa  quadra; 
Dice  la  mente,  che  non  è  bugiadra, 
Che  per  mezzo  del  fianco  son  passate. 

Io  non  ritrovo  lor,  ma  il  colpo  aperto, 
Con  una  voce,  che  sovente  grida, 
Mercè,  donna  crudel,  giovene  e  bella. 

Amor  mi  dice  che  per  lei  favella, 
Nuovo  tormento  convien  che  ti  uccida, 
Poi  non  se"  morto  per  quel  eh'  hai  sofferto. 


ì 


Ho    detto,    badate,    che    qui   l'arte   è  un  poco, 
solamente  un  poco^  ^m  vicina  alla  verità,  perchè 


14  CAPITOLO  I 

infatti  quella  mente  che  si  accorge  delle  saette 
passate  per  il  fianco;  quel  poeta  amante,  che 
non  ritrova  le  saette,  ma  il  colpo  aperto,  sono 
sottigliezze,  niente  altro  che  sottigliezze. 

Ma  dunque,  potrebbe  dirsi,  come,  perchè  an- 
che il  Frescobaldi  appartiene  al  dolce  stil  nuovoì 
Che  cosa  è  in  lui  che  lo  diparta  dalla  schiera 
numerosa  dei  poeti  precedenti?  Al  dolce  stil  nuovo, 
rispondo,  appartiene  il  Frescobaldi  appunto  per 
tutte  quelle  qualità  che  siamo  andati  fin  qui 
notando  in  lui:  per  avere  introdotto  nel  campo 
della  poesia  erotica  un  elemento  filosofico,  astruso, 
difficile;  per  avere  spesso  sentita  la  sua  poesia; 
per  averla  anzi  qualche  volta  sentita  fortemente, 
come  là  dove  invoca  la  morte  e  canta  il  proprio 
dolore.  È  questo  un  primo  saggio  di  poesia  psi- 
cologica, che  vedremo  in  un  altro  poeta  di  questa 
scuola  svolgersi  largamente. 

Ma  e'  è  poi  qualche  altra  cosa  da  notare. 
Leggiamo  questa  ballata  di  Lapo  Gianni: 

Dolce  è  il  pensier,  che  mi  nutrica  il  core 
D'una  giovane  donna,  eh' e' desia, 
Per  cui  si  fé' gentil  l'anima  mia, 
Poi  che  sposata  la  congiunse  Amore. 

Io  non  posso  leggieramente  trare 

Il  nuovo  esemplo,  eli  ed  ella  somiglia. 
Quest'Angela,  che  par  dal  ciel  venuta, 
D'Amor  sorella  mi  sembra  al  parlare, 
Ed  ogni  suo  atterello  è  maraviglia. 
Beata  l'alma,  che  questa  saluta! 
In  colei  si  può  dir  che  sia  piovuta 


LAPO  GIANNI  E  DINO  FRESCOBALDI  15 

Allegrezza,  speranza,  e  gio'  compita, 
Ed  ogni  rama  di  virtù  fiorita, 
La  qual  procede  dal  suo  gran  valore. 
Il  nobile  intelletto,  ched  io  porto 
Per  questa  giovin  donna  eh' è  apparita, 
Mi  fa  spregiar  viltade  e  villania. 
11  dolce  ragionar  mi  dù.  conforto, 
Ch'  io  fei  con  lei  dell'  amorosa  vita  ; 
Essendo  già  in  sua  nuova  signoria 
Ella  mi  fé' tanto  di  cortesia, 
Che  non  sdegnò  mio  soave  parlare: 
Ond' io  voglio  Amor  dolce  ringraziare. 
Che  mi  fé'  degno  di  cotanto  onore. 
Com'io  son  scritto  nel  libro  d'Amore 
Conterai,  Ballatetta,  in  cortesia. 
Quando  tu  vederai  la  donna  mia. 
Poi  che  di  lei  fui  fatto  servidore. 

Ed  ora  vediamo  se  non  esista  una  parentela, 
stretta,  intima  parentela,  tra  questa  ballata  e  il 
sonetto  del  Frescobaldi  : 

Questa  è  la  giovinetta,  ch'Amor  guida, 

Ch'  entra  per  gli  occhi  a  ciascun  che  la  vede. 

Questa  è  la  donna  piena  di  mercede. 

In  cui  ogni  virtù  bella  si  fida. 
Yienle  dinanzi  Amor,  che  par  che  rida 

Mostrando  il  gran  valor,  dov'olia  siede; 

E  quando  giunge  ove  umiltà  la  chiede, 

Par  che  per  lei  ogni  vizio  s'  uccida. 
E  quando  a  salutare  Amor  la  induce, 

Onestamente  gli  occhi  move  alquanto. 

Che  danno  quel  disio,  che  ci  favella. 
Sol  dov'è  nobiltà  gira  sua  luce, 

11  suo  contrario  fuggendo  altrettanto, 

Questa  pietosa  giovinetta  bella. 


16  CAPITOLO   I 

Noi  abbiamo  qui  una  contemplazione  della  donna 
che  io  direi  affatto  nuova.  Non  è  più  certo  la 
dama  sbiadita  delle  poesie  cortigiane;  non  è  anzi 
una  donna;  notatelo  bene;  è  la  giovinetta,  la 
pietosa  giovinetta  bella.  Dino  Frescobaldi  prefe- 
risce la  fanciulla  alla  donna:  lo  dice  egli  stesso 
espressamente,  in  un  sonetto  che  è  un  documento 
importante  non  solo  per  il  modo  di  sentire  del 
nostro  poeta,  quanto  per  le  questioni  che  si  pro- 
ponevano allora  scambievolmente  i  poeti.  Noi  ab- 
biamo questo  sonetto  che  un  poeta  di  nome  Ver- 
zellino  rivolge  a  Dino  : 

Una  piacente  donna  conta  e  bella 
Un  valletto  riguarda  tanto  fiso, 
Che  gli  ha  lo  cor  per  lo  mezzo  diviso: 
E  similmente  il  guarda  una  pulzella. 

Ciascuna  per  amore  a  sé  l'appella; 
La  donna  il  mira  tuttor  senza  riso; 
E  la  pulcella  s'allegra  nel  viso, 
Quand'ella  il  vede,  e  tutta  rinovella. 

Onde  il  valletto  dice,  che  lo  core 
Donar  vorria  alla  più  amorosa 
E  sol  di  lei  vuol  esser  servidore. 

Veder  non  sa  cui  più  distringe  Amore, 
Ne  qual  di  lui  si  sia  più  disiosa. 
Dunque  sentenzia  chi  ha  più  valore. 

Ed  ecco  la  curiosa  risposta  del  Frescobaldi: 

Al  vostro  dir,  che  d'Amor  mi  favella. 
Risponderò  perchè  io  ne  son  priso. 
Dico,  che  se  '1  valletto  è  saggio   e  intiso 
Lasci  la  donna,  e  prenda  la  pulcella. 


LAPO  GIANNI  E  DINO  FRESCOBALDI  17 

Che  s'ella  è  gaia,  giovinetta,  e  bella. 
Dee  il  core  aver  più  caldamente  acciso; 
E  se  la  donna  l'ama,  e  mira  fiso, 
Essef  può  vaga,  ma  non  siccora'ella. 

Però  che  la  pulcella,  che  ha  il  suo  core 
Mosso  ad  amare  è  fatta  disiosa, 
E  non  chiede  altro  che  '1  disio  d'amore: 

Non  può  esser  così  donna,  eh' è  sposa: 
Questo  mi  mostra  il  dolce  mio  Signore, 
Che  andar  mi  fa  con  la  mente  pensosa. 

Lo  sentite  bene:  V Angela,  la  sorella  d' Amore 
di  Lapo  è  la  stessa  cosa  àelÌB.  giovinetta  di  Dino, 
di  questa  giovinetta  che  fa  andare  il  poeta  con 
la  mente  pensosa.  Dicevo  che  mi  par  nuova  questa 
contemplazione  della  donna.  Nuovo  è  certo  che 
ci  sparisca  davanti  la  dama,  a  cui  i  legami  del 
matrimonio  non  impedivano,  secondo  il  codice 
della  poesia  cavalleresca,  T amore;  e  che  sparisca 
per  dar  luogo  ad  un  essere  piìi  puro,  più  soave, 
più  casto,  a  cui  il  poeta  si  potrà  avvicinare  più 
sereno,  più  tranquillo,  più  vero,  senza  sentirsi 
impacciato  dalle  teorie  del  provenzalismo,  senza 
esser  costretto  a  rinvoltarsi  nel  suo  frasario  di 
convenzionale  galanteria. 

Qui  siamo  ugualmente  lontani  dallo  imbellet- 
tato fantasma  della  canzone  trovadorica,  come 
dalla  femmina  troppo  nuda  del  canto  popolare,  dal- 
l'idealità affatto  anemica  degli  uni,  come  dal  ple- 
torico realismo  degli  altri.  Qui  abbiamo  qualche 
cosa  che  sorge  ora,  un  essere  non  visto  prima. 
Analizziamo  le  due  poesie  di  Lapo    e   di   Dino. 

Bartoli.  —  St    della  LeKerat.  Hai.  —  Voi     IV.  2 


18  CAPITOLO  I 

Lapo  ci  dice  che  per  la  sua  giovane  donna  la 
sua  anima  si  fece  gentile;  dice  che  essa  è  un 
angiolo  che  par  venuto  dal  cielo;  che  è  sorella 
di  Amore;  che  ogni  suo  atto  è  meraviglia;  dice 
che  chi  è  salutato  da  lei  può  dirsi  beato  : 

Beata  l'alma  che  questa  saluta. 

Dice  che  per  essa  egli  spregiò  viltà  e  villania. 

Quasi  identica,  se  bene  osservate,  è  la  pit- 
tura del  Frescobaldi:  anche  la  sua  giovinetta  è 
ricetto  di  ogni  virtìi:  e  Amore  sorridente  la  pre- 
cede, e  per  lei  ogni  vizio  si  uccide.  Anch'  essa 
saluta,  con  un  lento  muovere  d'occhi,  e  non 
volge  gli  occhi,  se  non  dove  è  nobiltà. 

Questo  essere  che  contemplano  i  due  poeti  è  un 
essere  umano  ?  È  un  essere  reale  ?  La  domanda 
è  molto  ardua,  direi  anzi  che  è  molto  pericolosa. 
Né  per  ora  mi  sarebbe  possibile  rispondere  in 
modo  compiuto.  Qui  mi  basterà  di  notare  che, 
pure  ammettendo,  pure  riconoscendo  che  Lapo 
e  Dino  possano  avere  amata  una  donna  di  carne 
e  d'ossa,  a  me  pare  difficile  il  poter  credere  che 
a  questa  donna  si  rivolgano  le  loro  poesie  ama- 
torie. La  carne  e  le  ossa  qui  sono  compiutamente 
sparite:  non  resta  che  una  parvenza  di  donna, 
qualche  cosa  d'idealizzato,  di  angelicato,  uno 
spirito,  un  alito,  un  soffio;  due  occhi  che  salu- 
tano, due  occhi,  ai  quali  non  fa  contorno  un 
corpo,  ma  dietro  ai  quali  spuntano  le  ali  del- 
l'angelo, in    un    cielo    a    oro    e   ad   azzurro.  La 


LAPO  GIANNI  E  DINO  FRESCOBALDI  19 

donna  è  proprio  ridotta  alla  sua  minima  espres- 
sione, è  un  essere  seniiio,  ma  sentito  affatto 
spiritualmente;  non  desiderato,  non  anelato,  non 
amato,  ma  solamente  contemplato  in  un'estasi 
celeste. 

Può  essere,  io  lo  ripeto,  che  una  figura  di 
donna  reale  lampeggiasse  agli  occhi  del  poeta; 
ma  quella  forma  terrena  si  assottigliava  in  una 
idealità,  vaniva  in  un  essere  astratto,  a  cui  non 
restava  quasi  nulla  dell'umano.  Il  sensibile  e 
r  intelligibile  si  fondevano  per  guisa  in  quelle 
menti  q  in  quei  cuori,  che  noi  oggi  non  sap- 
piamo più  bene  dove  finisca  l'uno  e  dove  co- 
minci r  altro. 

L'amore  s'idealizzava  compiutamente,  come 
la  donna  s' indiava.  L' amore  non  era  passione 
dei  sensi,  ma  contemplazione  dello  spirito;  non 
era  desiderio,  ma  preghiera;  e  la  calma  preghiera 
dell'  amante  saliva  come  profumo  d' incenso  al 
trono  della  nuova  dea,  che  beatificava  di  un 
saluto,  e  di  nuli' altro  che  di  un  saluto,  il  suo 
devoto  :  questo  asceta  delF  amore  che  viveva  di 
sospiri  e  di  lacrime,  inginocchiato  davanti  al- 
l'immagine dell' 

....  Angela,  che  par  dal  ciel  venuta. 

Tutto  ciò  è  molto  importante  a  notarsi  fin  d'ora, 
perchè  ci  aiuterà  ad  intendere  quella  lirica  di 
Dante,  che  è  cosi  vicina  a  questa  del  Gianni  e 
del  Frescobaldi;  e  ci  aiuterà  a   decifrare  quella 


20  CAPITOLO   I 

Beatrice  misteriosa,  intorno  alla  quale  si  sono 
così  contradittoriamente  affaticati  tanti  ingegni, 
senza  forse  vedere  che  quel  mistero  che  la  cir- 
conda è  il  mistero  stesso,  nel  quale  si  agitava 
faticoso  e  sofferente  lo  spirito  del  poeta,  anzi  lo 
spirito  di  tutta  quella  scuola  della  casistica  amo- 
rosa ^  e  dell'  amore  ideale.  È  per  questo  che  io 
credo  assurdo  cercare  là  dentro  la  realtà.  Ma  di 
ciò  verrà  il  momento  che  potremo  ampiamente 
discorrere.  Il  farlo  ora  sarebbe  prematuro. 


1  Cosi,  e  molto  bene,   la  chiama  il   prof.  Del  Lungo   nel  Dino 
Compagni  e  la  sua  Cronaca. 


21 


CAPITOLO  II 


GUIDO  ORLANDI  E  GIANNI  ALFANI 


Le  poesie  di  Guido  Orlandi,  che  ci  restano, 
sono  : 

I  sonetti  :  Troppo  servir  iien  danno  ispessa- 
uiente  ^  -  Per  troppa  sottiglianza  il  fil  si  rom^pe  - 
-  Amico,  saccio  beti  che  sai  limare  ^  -  A  suon 
di  trombe  innanzi  che  di  corno  ^  -  Onde  si  muove 
e  donde  7iasce  amore  ""  -  Al  motto  diredan  pvnma 
ragione  ^  -  Ahi  conoscenza  quanto  mal  mi  fai  ~  - 
Amor,  s'  i  parlo  'l  cor  si  parte  e  dole^  -  La 
luna  e  7  sole  son  pianeti  boni  ^  -  Piit  eh'  arixi- 
state  in  terra  nulla  vale^^  -  Nel  libro  del  re,  di 


1  Chig.  L,  vili,  305;  Rice.  2846  ;   Vatic.  3793. 

2  Vatic.  3214. 

3  Vatic.  3214. 

•»  Chig.  L,  vili,  305;  Vatic.  3214;  Pucc.  2S4G. 

5  Chig.  L,  vili,  305;  Rice.  2846;  Magliab.  VII,  7,  1208. 

6  Sonetti  e  Canzoni:  Giunti,  1527. 

7  Vatic.  3214. 

8  Chig.  L,  vili,  305;  Rice.  2846. 

9  Vatic.  3214.  -  Pub.  nella  Riv.  di  FU.  Rom.  1 ,  2. 

10  Ibid.,  Ibid. 


22  CAPITOLO   II 

Imi  si  favola^  -  Poi  che  traesti  infìno  al  ferro 
V  arco  ~  -  Le  grandi  bellezze  caudo  in  voi  con- 
tare ^  -  Chi  no7i  sapesse  che  la  gelosia  •^  -  Color 
di  cener  fatti  son  li  bianchi.  ^ 

I  sonetti  doppi  :  ^  Se  avessi  dello,  amico,  di  M.a- 
ria  ''  -  Ragionando  d'  amore.  ^ 

E  le  ballate  :  Come  sono  francato  ^  -  Partire^ 
amor,  nonn  oso  ^'^  -  Lo  gran  piacer  h'  i  porto 
immaginato.  ^^ 

Si  hanno  poi  alcune  poesie  variamente  attri- 
buite. Così  il  sonetto  Poi  eh'  aggio  udito  dir 
dell' uom  selvaggio ,  che  nel  Cbig.  L,  viii,  305 
e  nel  Rice.  2846  è   dato    airOriandi,    è   invece 


1  Vatìc.  3214.  -  Pubbl.  nella  Riv.  di  Filol.  Rom.,  I,  2. 

2  Ibid.,  Ibid. 

3  Vatic.  3793. 

4  Vatic.  3214. 
•'i  Ibid. 

''  Sulla  forma  ritmica  del    sonetto  doppio    ved.   Minturno,  Arte 
Poetica,  III,  pag:.  24G. 
'  Vatic.  3214. 
8  Rice.  2846;  Vatic.  3214. 
»  Vatic.  3214. 

10  Ibid.  —  Il  signor  Manzoni  sembra  credere  (  Riv.  FU.  Rom 
I,  2,  pag.  85,  nota)  che  ogni  stanza  di  questa  ballata  sia  un  compo 
nimento  separato.  Ma  è  evidente  il  contrario,  osservando  che  i  vers 
di  ogni  stanza  rimano  con  quelli  della  stanza  seguente.  Cosi:  sone 
raggio  con  maggio,  'ntera  con  vera,  foglia  con  doglia,  cera  con  spc 
va  ecc.  E  anche  la  prima  stanza  rima  con  la  seconda,  se  divisa  bene 
cioè  cosi  : 

Partir  talora  fue 
Mi  credea  da  amare 
Per  vero  intendimento  preso  novo , 
Ma  ciò  non  porla  fare 
Ke  per  un  ciento  e  piùe 
Doblato  lo  dixio  ke  mi  trovo 

»  Vatic.  3214. 


GUIDO  ORLANDI  E  GIANNI  ALFANI  23 

dato  a  Guido  Cavalcanti  nel  Vatic.  3214.  Nello 
stesso  Vatic.  3214  sono  dell'  Orlandi  i  sonetti  del 
Cavalcanti:  Io  vengo  il  giorno  a  te  infinite  volte  - 
Perkè  non  furo  a  me  gli  occhi  dispcnti.  Nel  cod. 
Rice.  2846  sembrano  attribuiti  all'  Orlandi  i  so- 
netti: Dante,  un  sospiro  messagger  del  cuore;  - 
Ciascuna  fresca  et  dolce  fontanella.  ^ 

Guido  Orlandi  è  un  rimatore  assai  meno  ge- 
niale del  Gianni  e  del  Frescobaldi.  Le  qualità  che 
lo  congiungono  alla  nuova  scuola  dei  lirici  non 
sono  certamente  né  un  forte  e  profondo  senti- 
mento, ne  la  contemplazione  alta  e  serena  della 
donna,  divenuta  al  poeta  come  cosa  celeste.  Tut- 
t' altro.  Non  c'è  un  solo  verso  di  lui  che  accenni 
a  queste  doti.  Parrebbe  anzi  che  egli  fosse  molto 
vicino  ai  rimatori  di  maniera  provenzale;  e  basta 
a  provarlo  questo  povero  e  stentato  sonetto  dop- 
pio, alla  cui  lettura  noi  sentiamo  l'eco  di  altre 
rime  già  passate  di  moda: 

Ragionando  d'amore, 

Mi  conven  laudare 

Vostro  gentil  impero, 

Donna  di  gran  valore. 

Voi  sete  la  fior,  pare, 

Di  bene  amare  intero. 
Degna  d'avere  d'onore. 

Chi  ben  vuol  contemplare 

Senza  menzogna  il  vero; 

'  Nel  cod.  Vatic.  3793  è  attrib.  a  Guido  Orlandi  il  son.  Chi  se 
medesimo  inganna  per  neghienza,  che  le  Rime  Ant.  danno  all'Ui- 
biciani,  e  il  Valeriaui  a  Lapo  Saltarello. 


24  CAPITOLO  ir 

Poi  d'  amoroso  core 

In  un  sol  loco  amare 

Vi  fa  l'amor  sincero. 
Dunque  sol  siete  quella, 

In  cui  l'amor  si  vesta, 

E  fiore  in  fronda  cresce, 

Che  buon  frutto  conserva. 
A  gioire  m'appella, 

Membrando  come  presta 

Virtute  in  voi  seguisce 

Confortando  eh'  io  serva. ^ 

Però  noi  sappiamo  anche  che  questi  lirici 
ebbero  un'altra  caratteristica,  introdussero  un 
altro  elemento  nelle  loro  rime,  quello  che  più 
degli  altri  li  riconnette  col  loro  predecessore  e 
maestro  :  la  dialettica  amorosa,  il  sottilizzare  e 
il  disputare  sulle  qualità  dell'amore.  Ed  in  ciò 
appunto  si  distingue  (e  si  distingue  forse  troppo!) 
Guido  Orlandi.  In  lui  sembra  che  fosse  una.  na- 
tura portata  al  contendere,  al  disputare,  al  con- 
traddire. Contende,  infatti,  di  astrologia  con  un 
frate  Guglielmo,  dicendogli,  a  proposito  di  pianeti r 

Non  mi  par  ben  diritta  sua  sentenza.^ 

Curiosa  è  la  risposta  ch'egli  fece,  come  dice  il 
cod.    Vaticano  -3214,    «ad    uno    sonetto    ke    li 


'  V.  anche  la  ballata  (pub.  dal  Trucchi,  Poes.  ital.  ined.,  I,  215): 

Come  servo  francato 
Sono  servo  à'  amore  ; 

2  Son.  La  Luna  e  'l  sole  son  pianeti   boni:  nella  Riv.  di  FiL 
Hom.,  I,  II,  88. 


GUIDO  ORLANDI  E  GIANNI  ALFANI  25 

mandò  Dante  Alighieri».^  Di  mezzo  all' oscurità 
indecifrabile  dei  suoi  versi,  quel  solo  che  si  può 
raccogliere  è  che  V  Orlandi  parla  a  Dante  con 
tuono  di  superiorità,  come  maestro  a  scolare: 


volentier  ti  parco, 


egli  dice;  e  sebbene  noi  non  riusciamo  ad  in- 
tendere quel  ch'ei  si  degnasse  di  perdonare,  pure 
la  frase  ci  colpisce  e  ci  scopre  il  suo  carattere 
altero  e  quasi  diremmo  un  po'  dispettoso.  Forse 
r  Orlandi  rimprovera  a  Dante  di  aver  trattato  un 
tema  troppo  arduo  di  casistica  d' amore  ;  ed  atteg- 
giandosi a  benevolo  compatitore  di  lui,  gli  dice: 

E  s'io  t'insegno  passar  questo  varco 
Sì  che  '1  soverchio  non  vi  ti  discovra, 

Non  povramente  guadagnar  ne  voglio. 
Anzi  ke  prima  più  se  ne  riscriva; 
E  dico  a  te  che  lasci  star  l'orgoglio', 

E  t'assomigli  all'occhio  de  1' uliva,  ^ 
E  guarditi  di  non  ferire  a  scoglio: 
Colla  tua  nave  in  salvo  porto  arriva. 

Un  mal  celato  dispetto  io  sento  in  questi  ultimi 
versi:  quell'accenno  all'orgoglio,  quel  quasi  pa- 
terno consiglio  di  guardarsi  dagli  scogli,  mi  fanno 
balenare  davanti  agli  occhi  la  figura    del  rima- 


1  Son.  Poi  che  traesti  in  fino  al  ferro  V arcg.  Ivi,  88-89. 

2  TiéVC  uliva  come  simbolo  d'umiltà  dice  T  Orlandi  nella    ballata 
Coinè  servo  francato  : 

Volto  mi  trovo  umil  come  1'  uliva  .  . . 


26  CAPITOLO   II 

tore  neiratto  ch'egli  legge  una  poesia  dell'Ali- 
ghieri, e  sorridendo  di  stizzosa  compassione  di- 
nanzi a  qualche  ardimento  di  lui,  afferra  la  penna 
e  risponde:  risponde  questo  sonetto  turgido  di 
vanità.  Né  ciò,  del  resto,  farà  meraviglia  a  chi 
conosca  altri  due  sonetti  dell'Orlandi  diretti  a 
Guido  Cavalcanti.  Nel  piìi  volte  citato  codice 
Vaticano  3214  si  legge:  «Questo  si  è  "uno  re- 
specto,  il  quale  fece  Guido  Orlandi  a  Guido  Ca- 
valcanti, perchè  disse  k'  el  farebbe  piangere 
Amore».  Anche  qui  è  chiaro:  l'Orlandi,  letti 
certi  versi,  ne'  quali  il  Cavalcanti  aveva  detto 
che  «  farebbe  piangere  amore  » ,  ^  senti  ribollire 
il  suo  sdegno  e  volle  dare  una  lezione,  una  dura 
lezione,  al  troppo  sottile  poeta: 

Per  troppa  sottiglianza  il  lìl  si  rompe 

ei  gli  dice,  senza  sentire  che  quel  verso  a  se 
stesso  più  che  agli  altri  si  adattava;  e  seguita 
poi  insegnandogli  che 

.  .  .  Amor  sincero  non  piange  né  ride; 

e  lo  rimanda  a  leggere  Ovidio  : 

Ovidio  leggi  :  più  di  te  ne  vide  ;     . 
e  alla  fine  gli  scaraventa  addosso  un  verso  che 

1  Nella  ballata^   Poi  che  di   doglia  cuor  conven   eh'  i'  porti  il 
Cavalcanti  scrisse: 

Farène  di  j)ietà  piangere  Amore. 


GUIDO  ORLANDI  E  GIANNI  ALFANI  27 

Terrebbe  essere  una  minaccia  terribile  e  che  non 
riesce  oggi  che  a  farci  ridere  : 

Dal  mio  balestro  guarda  ed  aggi  tema. 

Il  Cavalcanti  rispose,  e  da  par  suo,  in  un  so- 
netto, d'onde  trapela  il  disprezzo  del  gentiluomo 
per  il  mercante,  l'orgoglio  dell'artista  per  il 
mediocre  verseggiatore,  che  aveva  osato  muover- 
gli censura.  «  Il  povero  Orlandi,  come  dice  il 
Del  Lungo, ^  è  nel  sonetto  del  provocato  avver- 
sario una  specie  di  villan  rifatto,  che  per  avere 
alla  meglio  imparato  gii  esercizi  de' nobili  uomini 
e  un  poco  di  lettere  stoltamente  si  dà  a  credere 
di  potere  con  le  sue  orecchie  plebee  ascoltare  i 
sottili  e  jpiani  insegnamenti  d' Amofe,  e  degna- 
mente riferirne».  Non  sarà  inutile  che  riferiamo 
questo  sonetto  del  Cavalcanti  :  - 

Di  vii  matera  mi  conven  parlare, 
Perder  rime,  silabe  e  sonetto, 
Sì,  eh'  a  me  stesso  giuro  et  imprometto 
A  tal  voler  per  modo  leggio  dare. 

Perchè  sacciate  balestra  legare 
E  coglier  con  isquadra  archile  in  tetto, 
E  cierte  fiate  aggiate  Ovidio  letto, 
E  trar  quadrelli  e  false  rime  usare; 


1  Dino  Compagni  ecc.,  I,  360.  Non  sappiamo  con  lui  convenire, 
quando  egli  dice  che  l'Orlandi  ha  col  Cavalcanti  «non  poca  somi- 
glianza morale  e  di  stile».  Neppure  ci  pare  ch'ei  possa  esser  chia- 
mato: «buon  trovatore  e  sonettieri  e  di  forti  rime».  Il  Del  Lungo 
guarda,  ci  pare,  l'Orlandi  con  occhio  troppo  benevolo.  Buonissime 
però  sono  molte  sue  osservazioni. 

2  Cod.  Vatic.  32U;  pub.  nella  Riv.  di  FU.  Rom.,  I,  ii,  88. 


28  CAPITOLO   II 

Non  po'  venire  per  la  vostra  mente 
Là  dove  insegna  Amor  soctile  e  piano 
Di  sua  manera  dire  e  di  su'  stato. 

Già  non  è  cosa  che  si  porti  in  mano; 
Qual  che  voi  siate,  egli  è  d' un' altra  gente, 
Sol  al  parlar  si  vede  chi  v"  è  stato. 

Già  non  vi  toccò  '1  sonetto  primo. 
Amore  à-  fabricato  ciò  eh'  io  limo. 

Ma  alle  orgogliose  rime  del  Cavalcanti  non  si 
acquietò  il  bizzarro  spirito  dell'  Orlandi.  Ci  vo- 
leva ben  altro  per  lui!  E  rispose  alla  risposta 
con  un  altro  sonetto,  dove  prima  butta  giiì  pa- 
role e  frasi  ironiche,  poi  torna  sulla  questione 
dell'aver  fatto  piangere  Amore,  e  finalmente 
sembra  con  una  frase  alludere  agli  amori  car- 
nali del  Cavalcanti: 

Amico,  saccio  ben  che  sai  limare 
Con  punta  lata  maglia  di  coretto, 
Di  palo  in  frasca  come  uccel  volare, 
Con  gi^ande  ingegno  gir  per  loco  stretto, 

E  largamente  preiftlere  e  donare, 
Salvar  lo  guadagnato,  ciò  m*è  detto. 
Accoglier  gente,  terra  guadagnare; 
In  te  non  trovo  ma  che  uno  difetto. 

Che  vai  dicendo  intra  la  savia  gente. 
Faresti  Amore  piangere  in  tuo  stato: 
Non  credo,  poi  non  vede;  e  quest'è  piano. 

E  ben  dì  '1  ver,  che  non  si  porta  in  mano, 
Anzi  per  passion  punge  la  mente 
Dell'uomo  ch'ama,  e  non  si  trova  amato. 

Io  per  lung'  uso  disusai  lo  primo 

Amor  carnale,  e  non  tangio  nel  limo. 


GUIDO  ORLANDI  E  GIANNI  ALFANI  29 

C'era  del  battagliero  in  questo  rimatore  bi- 
lioso e  sottile,  a  cui  non  poteva  andar  giù  non 
tanto,  forse,  la  frase,  dellMmor^  che  piange^ 
quanto  tutta  quell'arte  del  Cavalcanti  cosi  su- 
periore alla  sua,  cosi  diversamente  intonata.  Ma 
egli  era  poi  tanto  infelice  nelle  sue  risposte!  Il 
Cavalcanti  aveva  scritto  il  sonetto  Una  figura 
della  donna  mia,^  dov'è  chiaro  il  concetto  satì- 
rico non  solo  contro  i  Frati  Minori,  ma  contro  i 
pretesi  miracoli  della  Madonna  di  San  Michele  in 
Orto.  Anche  a  questo  il  povero  Orlandi  risponde 
con  un  sonetto  doppio.  Comincia  dal  dirgli  come 
egli  avrebbe  dovuto  chiamare  Maria: 

Se  avessi  detto,  amico,  di  INIaria, 
Grazia  piena  e  pia, 
Rosa  vermiglia  sei  piantata  in  orto, 
Avresti  scritto  dritta  similìa. 

Seguita  poi  con  un  elogio  della  Madonna: 

Del  nostro  fine  fu  magione  e  porto 
E  di  nostra  salute  quella  Dia, 
Che  prese  sua  contia, 
E  l'angelo  le  porse  il  suo  conforto. 

Fin  qui  può  dirsi  che  i  versi  dell'Orlandi  sono 
molto  brutti:  ecco  tutto.  Ma  il  buono  vien  ora. 
Egli  sa  le  voci  che  corrono  sulla  miscredenza  del 
Cavalcanti.  Questo  stesso  suo  sonetto  non  ne  è 

1  Ant.  Rime  Toscane^  I,  174. 


30  CAPITOLO   II 

forse  una  prova?  Dunque  bisognerà  ricacciar  nella 
gola  all'empio  poeta  le  sue  parole;  bisognerà 
dirgli  :  piangi  i  tuoi  peccati  e  non  quelli  degli 
altri,  impara  dal  Pubblicano  a  pentirti: 

Ah  qual  oonforto  ti  darà  che  plori 
Con  Dio  li  tuoi  fallori, 
E  non  l'altrui!  Le  tue  parti  diclina, 
E  prendine  dottrina 
Dal  Pubblican,  che  dolse  i  suoi  dolori. 

Che  cosa  vieni  tu  a  mettere  in  canzone  i  Frati 
Minori?  Essi,  o  sciagurato,  e  non  essi  soli,  ma 
anche  i  Frati  di  San  Domenico,  sono  i  santi  di- 
fensori della  fede  :  le  loro  parole  sono  il  farmaco 
delle  anime  nostre: 

Li  Fra  Minori  sanno  la  divina 
Iscrittura  latina; 
E  della  fede  son  difenditori 
Li  buon  Predicatori  : 
Lor  predicanza  è  nostra  medicina. 

Questo  zelo  religioso  era  sincero  nell'Orlandi?  Io 
credo,  veramente,  di  si;  ma  credo  anche  che  egli 
prendesse  volentieri  1'  occasione  di  assalire  il  Ca- 
valcanti con  questi  versi.  Sincero  lo  credo,  perchè 
anche  altrove  esso  apparisce,  e  perchè  poi,  in 
sostanza,  tutta  questa  scuola  lirica  ha  il  senti- 
mento della  religiosità  e  confonde  l'amore  ter- 
reno coir  amore  celeste.  Qualche  cosa  di  ciò  è 
anche  nel  sonetto  dell'  Orlandi  A  siwn  di  tromba 


GUIDO  ORLANDI  E  GIANNI  ALFANI  31 

ìiinanzi  che  di  corno^  per  quanto  almeno  si  può 
ricavare  da  quei  versi  oscuri. 

Abbiamo  già  detto  che  il  gruppo  delie  poesie 
di  Guido  Orlandi,  per  noi  piìi  importante,  è 
quello  dove  egli  pone  o  scioglie  questioni  d'amore, 
essendo  queste  le  poesie  che  ce  lo  fanno  anno- 
verare tra  i  poeti  della  nuova  scuola  lirica.  Ed 
in  quel  gruppo  ci  si  presenta  ora  un  suo  sonetto, 
innanzi  al  quale,  nel  cod.  Vaticano  3214,  sta 
scritto  così:  «  Questa  si  è  la  difenxione  ke  ffa 
Guido  Orlandi  di  Firenze  d'  una  canzone  ke  fece 
di  gelosìa  in  cierta  parte  dove  Dino  Compagni 
lo  riprese  » .-  Il  sonetto  è  questo  : 

Chi  non  sapesse  che  la  gelosia 
Si  parte  in  terzo,  ora  infenda  comò. 
Lo  saggio  amante  quando  prende  '1  pomo, 
Geloso  l'assavora  e  lo  dixia; 

E  '1  folle  siegue  amor  per  altra  via, 
Mai  non  riposa  in  sicui'a  domo. 
Nel  terzo  grado  non  fa  vita  d' omo 
Che  porti  'n  sé  ragion,  ma  fantasia, 

Adunque,  amico,  guarda  ke  rispondi; 
Kè  ben  ài  senno,  ardimento  e  modo 
Di  saggio  parlador,  forse  e'  offendi. 

Di  gelosia  d'amore  feci  un  nodo. 
Che  duro  a  scioglier  t'è,  se  non  intendi 
Lo  meo  sermone  ornato,  tondo  e  sodo. 

È  facile  nelle  due  quartine  del  sonetto  leggere 
tutta  una  teoria  sulla  gelosia,  divisa  in  tre  specie: 

'  Ant.  Rime  Toscane,  lì,  363. 
-  Riv.  di  FU.  Rom.,  I.  e. 


32  CAPITOLO   II 

la  gelosia  savia,  la  folle  e  la  fantastica.^  Ma 
nelle  terzine  noi  ritroviamo  poi  V  Orlandi  attac- 
cabrighe; r  Orlandi  che  dopo  un  complimento, 
dice,  in  sostanza,  al  Compagni:  tu  non  sei  ca- 
pace di  sciogliere  il  nodo  ch'io  feci,  perchè  non 
intendi  il  mio  parlare  «ornato,  tondo  e  sodo». 

Recentemente  è  stato  detto  che  la  canzone 
di  gelosia  possa  essere  un  componimento  conte- 
nuto nel  Vaticano  3214,  ^  e  che  sarebbe  una  specie 
di  contrasto  tra  l'amante  e  la  donna:  un  con- 
trasto in  forma  di  ballata.^  Noi,  veramente,  in- 
tendiamo cesi  poco  di  quel  componimento,  che 
non  sapremmo  deciderci  né  ad  affermare  né  a 
negare  che  esso  sia  quella  canzone,  a  cui  si  ri- 
ferisce il  sonetto  citato.  Né  ciò,  del  resto,  ha 
grande  importanza. 

Tra  le  poesie  dell'Orlandi,  che  danno  regole 
intorno  all'amore,  abbiamo  questo  sonetto: 

Troppo  servir  tien  danno  ispessamente, 
Ed  amar  fuor  misura  è  gran  follore, 
E  non  de'l'uom  gradire  un  convenente 
Tanto,  che  se  ne  penta  nel  suo  core. 


'  Cfr.  Del  Lungo,  op.  cit.,  I,  i,  pagg.  364-65. 

-  Del  Lungo,  1.  e. 

3  Quella  che  comincia: 

Partire,  amor,  non  oso 

D'  amar  si  mi  dileota, 

Voi,  donna,  ke  distrecta 

Tenete  la  mia  mente  a  cor  trioioso 


{Riv.  di  FU.  Roni.,  1.  e.) 


GUIDO  ORLANDI  E  GIANNI  ALFANI  33 

Ma  sempre  de'  servir  nella  sua  mente 
Di  non  laudar  lo  frutto  per  lo  fiore; 
Che  visto  abbiam  che  può  esser  fallente 
Per  freddo,  che  sormonti,  o  per  calore. 

Avvegna  eh*  io  non  saccia  perchè  'n  fallo 
Mi  sia  tornato  il  fior,  ch'io  adorai 
Conforto  n' averla  s'io  lo  avesse. 

In  greve  tresca  m'è  tornato  il  ballo, 
E  centra  *1  ben  mi  darà  pena  assai, 
Po'  non  mi  son  tenute  le  'mpromesse. 

Più  caratteristico,  sempre  nello  stesso  genere, 
è  un  altro  sonetto  che  1"  Orlandi  mandò  «  a  Ser 
Bonagiunta  monaco  della  Badia  di  Firenze»  ,  ^ 
proponendogli,  come  pare,  a  risolvere  la  que- 
stione, qual  sia  il  piìi  forte  amore,  se  il  co- 
wMne,  il  carnale  o  il  naturale: 

Più  ch'araistate  intera  nulla  vale, 
E  tre  sono  gli  amori,  ond'è  menzione. 
Primeramente  apparve  lo  comune, 
E  po'  congiunse  seco  lo  charnale, 

E  nacquene  d'  amburi  il  naturale. 
Per  sé  ciascuno  siegue  sua  ragione. 
Qual'  è  '1  più  forte  in  vostra  oppinione  ? 
Saver  lo  voglio  se  '1  primo  v'assale, 

Come  dixio,  per  farne  gioia  e  festa 
Con  voi,  meo  sire.  Fat' esto  latino, 
Usandoci  rectorica  correcta 


Il  colmo  del  genere  è  finalmente    quello  tra 
i  sonetti  dell'Orlandi  che  è  più  coiTosciuto,  e  che 

1  Riv.  di  FU.  Rom.,   1.  e. 

Babtou.  —  St.  della  Lelteral.  Ital.  —  Voi    IV.  3 


34  CAPITOLO  II 

si  crede  abbia  dato  luogo  alla  celebre  canzone 
del  Cavalcanti:  Donna  mi  prega ^  perdi  io  voglio 
dire.  È  il  sonetto  sulla  natura  d'Amore: 

Onde  si  muove,  e  donde  nasce  Amore? 

Qual  è  suo  proprio  luogo,  ov' ei  dimora? 

È  e' sustanzia,  accidente,  o  memora? 

È  cagion  d'  occhi,  o  è  voler  di  cuore  ? 
Da  che  procede  suo  stato  o  furore? 

Come  fuoco  si  sente,  che  divora? 
-    Di  che  si  nutre?  domand'io  ancora. 

Come  e  quando  e  di  cui  si  fa  signore? 
Che  cosa  è,  dico,  Amore?  ha  e' figura? 

Ha  per  se  forma?  o  pur  somiglia  altrui? 

È  vita  questo  Amore,  o  vero  è  morte? 
Chi  '1  serve,  dee  saver  di  sua  natura. 

Io  ne  dimando  voi,  Guido,  di  lui; 

Perch'  odo  molto  usate  in  la  sua  corte.  ^ 

La  casistica  amorosa  è  qui  giunta  al  suo  termine 
estremo.  Non  si  poteva,  certo,  sottilizzare  di  più; 
non  potevasi  essere  più  acuti,  o,  da  un  altro 
punto  di  vista,  più  insulsi.  E  qui  pure,  in  questo 
sonetto,  dove  ogni  domanda  implica  in  sé  un 
ampio  trattato  di  metafisica  amorosa,  l'Orlandi' 
ha  voluto  sull'ultimo  essere  aggressivo,  ha  vo- 
luto scagliare  una-  freccia  contro  il  Cavalcanti. 
Mi  par  chiaro.  Quel  verso: 

Perch'odo  molto  usate  in  la  sua  corte, 


1  Non  so  perchè  il  signor  Gaetano  Capasso  in  un  suo  recente 
scritto  (Le  Rime  di  Guido  Cavalcanti,  Pisa,  1879)  sembri  mettere 
in  dubbio  che  questo  sonetto  sia  dell' Orlandi.  I  manoscritti  ci  pare 
che  risolvano  la  questione. 


GUIDO  ORLANDI  E  GIANNI  ALFANI  35 

vuol  dire  tante  cose,  che  ognuno  intende,  e  non 
è  certo  un  elogio  a  Guido.  È  un  frizzo,  un'ironia, 
forse  un'  impertinenza.  C  era  propriamente  nel- 
r  Orlandi  una  spiccata  tendenza  alla  mordacità. 
Mordace,  fiero,  aspro  di  concetto  e  di  suono  è 
il  suo  sonetto  più  bello  :  un  sonetto  che  non  ha 
che  fare  colla  liìHca  nuova,  e  nel  quale  il  poeta 
si  è  dimenticate  le  sue  teorie  astruse  sulla  ge- 
losia e  sull'amore,  per  non  ricordarsi  che  dei 
fieri  odii  di  parte,  per  imprecare  ai  Bianchi^ 
odiati  e  vinti.  Questo  sonetto,  dicevo,  non  ha 
attinenza  nessuna  colla  lirica  dottrinale  e  amo- 
rosa, di  cui  parliamo;  anzi  se  ne  stacca  com- 
piutamente, e  ricongiunge  piuttosto  l'Orlandi  a 
quei  satirici  toscani,  di  cui  altrove  parlammo. - 

Ad  ogni  modo,  ci  sia  lecito  qui  riferirlo,  per 
mostrare  quanto  il  nostro  rimatore  fosse  più 
sciolto  e  più  franco  nell'arte  sua,  allorché  non 
lo  impacciavano  le  sue  teorie,  le  sue  metafìsiche- 
rie,  allorché  non  pretendeva  di  speculare  sulla 
natura  di  amore,  ma  lasciava  libero  sfogo  al- 
l'anima appassionata  dalle  sventure  della  patria: 

Color  di  cener  fatti  son  li  Bianchi, 
E  vanno  seguitando  la  natura 
Degli  animali  che  si  noman  granchi, 
Che  pur  di  notte  prendon  lor  pastura. 


1  Ved.  D'Ancona,  La  politica  nella  poesia  del  secolo  XIII  e 
XIV  {  Nuova  AntoL,  1876),  e  cfr.  Del  Lungo,  op.  cit.,  I,  ii,  pag. 
527,  nota  2. 

2  Tomo  III ,  cap.  xi. 


36  CAPITOLO  II 

Di  giorno  stanno  ascosi  e  non  son  franchi, 
E  senopre  della  morte  hanno  paura, 
Dello  leon  per  tema  non  li  abbranchi, 
Che  non  perdano  ornai  la  forfattura: 

Che  furon  Guelfi  ed  or  son  Ghibellini. 
Da  ora  innanti  sian  detti  ribelli, 
Nemici  del  Comun  come  gli  liberti. 

Così  il  nome  de' Bianchi  si  declini. 
Per  tal  sentenza  che  non  vi  si  appelli, 
Salvo  che  a  San  Giovanni  sieno  offerti.^ 


Passiamo  ora  ad  un  altro  rimatore  della  nuova 
scuola.,  a  Gianni  Alfani.  Di  lui  ci  rimangono  sei 
ballate  e  un  sonetto.  Le  ballate  sono  queste: 
Della  mia  donna  vo'  cantar  con  voi  ^  -  Donna , 
la  donna  mia  ha  d'un  disdegno  ^  -  Guato  una 
donna  dov'io  la  scontrai^  -  Ballaietta  dolente^  - 
Quanto  più  mi  disdegni  piic  mi  piaci ^  -  Se 
quella  donna  ched  io  legno  a  mente  '^  -  Il  sonetto  : 
Guido,  quel  Gianni  che  a  te  fu  V altr' ieri.^ 

Le  rime  dell'  Alfani  sono  molto  diverse  da 
quelle  dell'Orlandi,  e  lo  riavvicinano  piuttosto  al 
Gianni  e  al  Frescobaldi.  Noi  ritroviamo  qui  quella 
poesia  del  saluto    che   tiene  sì   larga   parte   nel 


1  Trucchi  op.  cit.,  I,  244. 

2  Codd.  Rice.  2846;  Chig.  L,  Vili,  305. 

3  Id. 

4  Id. 

5  Id. 
«  Id. 

7  Id. 

8  Id. 


GUIDO  ORLANDI  E  GIANNI  ALFANI  37 

concepimento  artistico  di  quei  lirici.  Dice  l'Alfani 
che  la  sua  donna: 

con  gli  occhi  mi  tolse 

II  cor,  quando  si  volse 

Per  salutarmi,  e  non  mei  rendè  mai. 

E  ritorna  poi  sul  saluto,  sul  bel  saluto  della  sua 

donna, 

Lo  quale  sbigottì  sì  gli  occhi  miei 

Ch'  egli  incerchiò  di  stridi  ' 

L'anima  mia  che  li  pingea  di  fuori. 

Questo  sbigottimento  davanti  alla  donna  amata, 
e  il  cambiar  di  colore  al  suo  cospetto,  e  tutti 
i  segni,  direi,  del  terrore  amoroso,  sono  espressi 
fortemente  dalFAlfani,  e  sono,  ripetiamolo  an- 
cora, una  delle  caratteristiche   di  questa  scuola: 

La  prima  volta  ched  io  la   guardai 
Volsemi  gli  occhi  sui 
Sì  pien  d'amor,  che  mi  preser  nel  core 
L'anima  sbigottita  sì  che  mai 
Non  ragionò  d' altrui , 
Come  legger  si  può  nel  mio  colore. 

La  donna  anche  per  l'Alfani  è  dea  che  spande 
raggi  di  luce: 

Amor  vi  vien  colà  dov'  io  lo  miro 

Ammantato  di  gioia 

Nelli  raggi  del  lume  eh'  ella  spande. 

Questo  lirico  ha,  come  il  Frescobaldi,  parole  di 


38  CAPITOLO   II 

forte  dolore.   In   un   luogo,  rivolto    alla   propria 
ballata,  le  dice: 

Ballatetta  dolente, 
Ya  mostrando  il  mio  pianto, 
Che  di  dolor  mi  cuopre  tutto  quanto. 

Altrove  egli  dice: 

Una  parola  nel  cor  mi  discende 

Che  dentro  un  pianto  di  morte  v'accende; 


ed  ancora 


Però,  parole  nate  di  sospiri, 
Ch'  escon  del  pianto  che  mi  fende  '1  core, 
Sappiate  ben  cantar  de'  miei  martiri 
La  chiave,  che  vi  serra  ogni  dolore 
A  quelle  donne  e'  hanno  '1  cor  gentile 


Due  componimenti  dell'  Alfani  e'  importano 
in  modo  speciale,  in  quanto  si  riferiscono  a  Guido 
Cavalcanti.  Ricordiamoci  che  V  Orlandi  con  chiara 
allusione  gli  aveva  già  detto  : 

Io  per  lung'uso  disusai  lo  primo 
Amor  carnale  e  non  tangio  nel  limo; 

ed  in  altro  luogo  : 

Perch'odo  molto  usate  in  la  sua  corte, 

cioè  alla  corte  d'Amore. 

Presso  a  poco  lo  stesso  dice  del  Cavalcanti 
l'Alfani,  scrivendo  di  lui  : 

Perch'  egli  è  sol  colui  che  vede  Amore, 


GUIDO  ORLANDI  E  GIANNI  ALFANI  39 

e  dirigendogli  questo  sonetto  : 

Guido,  quel  Gianni,  eh' a  te  fu  raltr'ieri, 
Salute  quanto  piace  alle  tue  risa 
Da  parte  della  giovane  da  Pisa, 
Che  fier  d'  amor  me'  che  tu  dì  trasfieri. ^ 

Ella  mi  domandò  come  tu  eri 
Acconcio  di  servir  chi  T  hae  uccisa, 
S'ella  con  lui  a  te  venisse  in  guisa, 
Che  no  '1  sapesse  altri  eh'  egli  e  Gualtieri, 

Sì  che  i  suoi  parenti  da  far  macco 

Non  potesser  giammai  lor  più  far  danno 
Che  dir  men  da  te  2  dalla  lunge  iscacco. 

Io  le  risposi,  che  tu  senza  inganno 
Portavi  pien  di  tai  saette  un  sacco, 
Che  gli  trarresti  di  briga  e  d' affanno. 

In  mezzo  alle  molte  oscurità  di  questo  so- 
netto, mi  par  chiaro  che  la  «  giovane  da  Pisa  » 
richiedesse  d' amore  il  Cavalcanti  ;  e  le  parole 
deirAlfani: 

Io  le  risposi,  che  tu  senza  inganno 
Portavi  pien  di  tai  saette  un  sacco . . . 

.vogliono  certamente  dire  che  messer  Guido  era 
sempre  pronto  alF  amore,  portava  con  sé  un  sacco 
di  saette  per  tutte  le  belle  donne;  e  confermano 
le  sue  inclinazioni,  quali,  satiricamente,  gli  rim- 
proverava r  Orlandi. 


1  Chig.  tra  fieri. 

2  Chisr.  date. 


41 


CAPITOLO  III 


GINO  DA  PISTOIA 

QUALCHE    APPUNTO    BIBLIOGRAFICO    SUL    TESTO 
DELLE    SUE    RIME 


Il  testo  delle  rime  di  Gino,  come  quello,  di- 
sgraziatamente, di  quasi  tutti  i  nostri  scrittori, 
non  è  ancora  fatto,  secondo  le  regole  più  ele- 
mentari della  critica.  Non  solamente  noi  non  posse- 
diamo una  lezione  sicura  di  quelle  rime;  ma  non 
sappiamo  neppure  con  certezza  quali  tra  esse  sieno 
le  autentiche  e  quali  le  apocrife.  Né  qui  sarebbe  il 
luogo  di  esaminare  ex-professo  la  non  facile  que- 
stione. Ciò  spetta  a  chi  prenderà  a  trattare  l' ar- 
gomento in  un  lavoro  speciale.  Però ,  siccome  non 
possiamo  accettare  alla  cieca  né  alla  cieca  riget- 
tare 0  tutte  0  parte  delle  poesie  del  Pistoiese, 
cosi  dobbiamo  prima  d'  ogni  altra  cosa  fare  uno 
studio  che  ci  ponga  in  grado  di  vedere  almeno 
quali  di  quelle  poesie  possano  da  noi  essere  rite- 
nute per  autentiche  indubbiamente. 

Il  più  antico  libro  a  stampa  che  contenga  rime 
di  Gino  é  quello  intitolato  :  Canzoni  di  Dante , 
Madrigali  del  detto.  Madrigali  di  messer  Gino 


42  CAPITOLO  III  —  GINO  DA  PISTOIA 

€  di  messer  Gir  ardo   Novello.    In    Ve/ietia,  jper 
Guglielmo  de  Monferrato,  mdxviii.^ 
In  esso  si  trovano  le  due  ballate: 

1.  Madonna,  la  spieiate; 

2.  Doìina,  'l  beato  punto  che  in'  avvenne. 

La  prima  di  queste  due  ballate  si  legge  nei  codd.  Ma- 
gliab,  VII,  1041  e  371,  e  nel  Riccard.  1118.  La  seconda 
non  mi  ò  venuto  fatto  di  trovarla  in  nessuno  dei  mano- 
scritti da  me  veduti. 

Una  più  ampia  raccolta  delle  rime  di  Gino 
sta  nel  libro  intitolato:  Sonetti  e  Canzoni  di  di- 
versi antichi  autori  toscani  in  dieci  libri  raccolte. 
In  Firenze j  per  li  eredi  di  Filippo  di  Giunta,  1527. 
Eccone  la  nota,  colle  respettive  indicazioni  dei 
codici. 

3.  Son.  Deh  com'  sarebbe  dolce   compagnia , 

Vatic.  3213,  3214;  Chig.  L,  Vili,  308;  Barber.  XLV,  47; 
Magliab.  Palat.  204.  Nel  Parmig.  1081  è  adesp. 

4.  Son.  Se  non  si  rnuor  non  troverà  mai j^osa, 

Vatic.  3213,  3214;  Magliab.  Palat.  204;  Cliig.  L,  Vili,  305: 
Rologn.  Univ.  1289. 

5.  Son.  Lo  core  mio  che  negli  occhi  si  mise, 
Chig.  L,  Vili,  305. 


1  Questo  raro  libretto,  che  il  comm.  Zambrini  dice  di  non  aver 
potuto  vedere  {Le  Opere  rolg.  a  stampa,  Bologna,  1878,  col.  218-19), 
esiste  nella  Nazionale  di  Firenze,  segnato  M.  1271.  8.  Le  prime  78 
pagine  contengono  Rime  di  Dante.  Le  Rirne  di  Gino  stanno  alle 
pagine  78,  79,  80.  Da  pag.  80  a  84  si  contengono  Rime  di  Girardo 
Novello.  A  pag.  84-85  di  M.  Betrico  da  Reggio.  Da  pag.  85  a  95,  che 
è  l'ultima,  di  M.  Ruccio  Piacente  da  Siena. 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  43 

6.  Son.  Ahi  DÌO  come  s' accorse  in  forte  'punto. 
Non  ho  trovato  questo  sonetto  in  nessuno  dei  codici  da  me 
visti,  salvo  che  nel  Chig.  cit.,  il  quale  però  l'attribuisce 
a  Maestro  Rinuccino.  i 

7.  Son.  Signore ,  io  son  colui  che  vidi  Amore , 
Vatic.  3213,  3214;  Chig.  L,  Vili,  305;  Barber.  XLV,  47; 
Magliab.  Palat.  204;  Laurenz.  XC  inf.  37. 

8.  Son.  Lo  intelletto  d' Am.or  che  solo  porto, 
Yatic.  3213  e  3214;  Chig.  L,  YIII,  305;  Magliab.  VII,  7, 
1208  e  991;  Magliab.  Palat.  204;  Laurenz.  XC  inf.  37: 
Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

9.  Son.  Tu  che  sei  voce  che  lo  cor  conforta, 
Vatic.  3212  e  3214;  Chig.  L,  Vili,  305;  Magliab.  Palat. 
204;  Laurenz.  XC  inf.  37;  Bologn.  1289. 

10.  Son.  Lo  dolor  grande  che  mi  corre  sovra, 
in  nessuno  dei  codici  da  me  visti. 

11.  Son.  Ciò  ch'io  veggio  di  qua  m' è  mortai 
duolo  ,  Vatic.  3213  e  3214;  Chig.  L,  Vili,  305;  Magliab. 
Palat.  204;  Laurenz.  XC  inf.  37;  Bologn.  1289. 

12.  Son.  La  bella  donna  che  'n  virtù  d' Amore, 
Vatic.  3213  e  3214;  Chig.  L,  Vili,  305;  Barber.  XLV, 
47;  Magliab.  Palat.  204;  Laurenz.  XC  inf.  37;  Casanat.  d. 
V.  5;  Bologn.  1289. 

13.  Son.  Guarda,  crudel ,  giudizio  che  fa. 
Amore,  in  nessun  codice,  salvo  che  nel  Chig.  cit.,  che  lo 
attribuisce  a  Maestro  Rinuccino.  ^ 


1  Ediz.  Molteni,  Monaci,  pag.  149. 
-  Ed.  cit.,  pag.  221. 


44  CAPITOLO  III  —  GINO  DA  PISTOIA 

14.  Son.  Donna,  io  vi  miro  e  non  è  chi  vi 
guidi,  Vatic.  3213  e  3214;  Chig.  L,  Vili,  305;  Ma- 
gliab.  Palat.  204;  Laurenz.  XC  inf.  37;  Bologn.  1289. 

15.  Son.  0  voi  che  siete  ver  me  sì  giudei, 
Vatic.  3213  e  3214;  Chig.  L,  YIII,  305;  Magliab.  Palat. 
204;  Laurenz.  XC  iiif.  37. 

16.  Son.  L'anima  mia  che  va  sì  ^pellegrina , 
Chig.  L,  Vili,  305;  Magliab.  VII,  7,  1208;  Magliab.  Pa- 
lat. 204;  Laurenz.  XC  inf.  37;  Casanat.  d.  V.  5. 

17.  Son.  Avvegnaché  crudel  lancia  intraversi, 
Vatic.  3213;  Chig.  L,  VIII,  305;  Magliab.  Palat.  204; 
Laurenz.  XC  inf.  37. 

18.  Son.  Ben  è  sì  forte  cosa  il  dolce  sguardo, 
Vatic.  3214;  Chig.  L,  Vili,  305;  Magliab.  Palat.  204; 
Laurenz.  XC  inf.  37;  Bologn.  1289. 

19.  Son.  Amore  è  uno  spirito  eh' ancide ,. 
Vatic.  3213  e  3214;  Chig.  L,  Vili,  305;  Barber.  XLV, 
47;  Magliab.  Palat.  204;  Laurenz.  XC  inf.  37;  Casanat. 
d.  V.  5. 

20.  Son.  Moviti,  pietate,  e  va  incarnata, 
Chig.  L,  Vili,  305. 

21.  Son.  Uomo,  lo  cui  nome  per  effetto, 
Chig.  L,  Vili,  305. 

22.  Son.  Udite  la  cagion  de' miei  sospiri, 
in  nessun  codice. 

23.  Son.  Pietà  e  mercè  "ini  raccomande  a  vui, 
in  nessun  codice. 

24.  Son.  Gentil  donne  valenti,  or  m'aitate, 
in  nessun  codice. 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  45 

25.  Son.  Io  trovo  il  cor  fendo  nella  'mente , 
in  nessun  codice. 

26.  Son.  Quella  donna  gentil,  die  Bemj)re  mai, 
Vatic.  3214;  Parmig.  1081. 

27.  Son.  Ora  se  n'esce  lo  sospiro  mio,  Chig. 
L,  Vili,  305;  Magliah.  Palai.  204;  Laurenz.  XC  inf.   37. 

28.  Son.  Se  gli  occhi  vostri  vedesser  colui , 
Vatic.  3213  e  3214;  Chig.  L,  Vili,  305;  Magliab.  Palai. 
204;  Laurenz.  XC  inf.  37. 

29.  Son.  Se  voi  udiste  la  voce  dolente,  Vaile 
3214.  Nel  Chig.  cit.  è  anonimo. 

30.  Son.  Gli  aiti  vostri,  li  sguardi  e  il  bel 
diporto,  Vaiic.  3213;  Chig.  L,  Vili,  305;  Magliab.  Palai. 
204;  Laurenz.  XC  inf.  37.  —  Nel  cod.  Riccard.  1118  è 
attrib.  a  Guido  Cavalcanii. 

31.  Son.  Poscia  ch'io  vidi  gli  occhi  di  costei , 
Vatic.  3213  e  3214;  Chig.  L,  Vili,  305;  Magliab.  Palai, 
204;  Magliab.  VII,  1208  e  991;  Laurenz.  XC  inf.  37;  Ca- 
sanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

32.  Son.  Madonna,  la  beltà  vostra  infollìo , 
Vatic.  3213;  Palai.  204;  Laurenz.  XC  inf  37;  Chig. 
L,  Vili,  305;  Casanat.  d.  V.  5;  Marciano  IX,  CXCL 

33.  Son.  Una  donna  ini  passa  per  la  mente, 
Vatic.  3214;  Palai.  204;  Laurenz.  XC  inf.  37;  Chig.  L, 
Vili,  305. 

34.  Son.  Egli  è  tanto  gentile  ed  alta  cosa, 
in  nessun  cod.  —  Nel  Chig.  è  adesp. 

35.  Son.  Ahimè  ch'io  veggio  per  entro  un 
pensiero,  Magliab.  VII,  7,  991, 1208;  Vatic  3214;  Chig. 


46  CAPITOLO  III  —  GINO  DA  PISTOIA 

L,  Vili,  305;  Casanat.  d.V.5;  Riccard.  1118;  Palai.  204; 
Lanrenz.  XC  inf.  37. 

36.  Son.  Questa  leggiadra  donna  che  io  sento , 
Barber.  XLV,  47.  —  Nel  Chig.  è  attrib.  a  M.  Rinuccino. 

37.  Son.  Ogni  allegro  jpensier  ch'alberga  meco, 
Vatic.  2213;  Palat.  204;  Chig.  L,  Vili,  305;  Laurenz.  XC 
inf.  37. 

38.  Son.  0  giorno  di  tristizia  epien  di  danno  , 
Vatic.  3213;  Chig.  L,  Vili,  305;  Parmig.  1081. 

39.  Son.  Non  cinedo  che  'n  madonna  sia  venuto, 
Vatic.  3213  e  3214;  Chig.  L,  Vili,  305;  Palat.  204;  Lau- 
renz. XC  inf.  37;  Chig.  L,  IV,  131. 

40.  Son.    Veduto  han  gli  occhi  miei  sì  bella  . 
cosa,   Vatic.  3213;  Chig:  L»  Vili,  305;  Palat.  204;  Lau- 
renz, XC  inf  37;  Chig.  L,  IV,  131. 

41.  Son.  Ahimè  ch'io  veggio  ch'una  donna 
viene  ,  in  un  Trivulziano  citato  dal  Ciampi. 

42.  Son.  Senza  tormento  di  sospir  non  vissi , 
Vatic.  3213;  Palat.  204;  Laurenz.  XC  inf.  37;  Chig.  L, 
Vili,  305;  Magliab.  VII,  1208;  Casanat.  d.  V.  5. 

43.  Son.  Bella  e  gentile  amica  di  pietate, 
Vatic.  3213  e  3214;  Palat.  204;  Laurenz.  XC  inf.  37; 
Chig.  L,  Vili,  305;  Bologn.  1289. 

44.  Ball.  Madonna,  lapietate ,  nei  codici  già  in- 
dietro citati.  (Ved.  num.  1). 

45.  Ball.  Quanto  più  fiso  miro  ,  in  nessun  codice. 

46.  Ball.  Deh  ascoltate  come  il  ìnio  sospiro, 
in  nessun  cod. 

47.  Ball.  Donna,  7  beato  punto  che  m'avenne^ 
in  nessun  cod. 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  47 

48.  Son.  Deh  piacciavi  dona?^e  al  mio  cuor 
vita,  in  nessun  cod. 

49.  Son.  Io  priego^  donna  7nia,  in  nessun  cod. 

50.  Canz.  La  dolce  vista  e  V  ì?el  guardo  soavCy 
Chig.  L,  Vili,  305;  Palat.  204;  Laurenz.  XC  inf.  37;  Ca- 
sanat.  d.  V.  5. 

Dopo  la  raccolta  Giuntina  del  27  segue  quella 
fatta  da  Niccolò  Pilli  col  seguente  titolo:  Rime 
di  M.  Cino  da  Pistoja,  jureconsulto  e  poeta  ce- 
lebratissimo ,  novellamente  poste  in  luce,  s.  d,,  ma 
Roma,  Biado,  1559.  In  questa  edizione  si  trovano 
tutte  le  rime  già  pubblicate  nella  Giuntina,  e  di 
più  le  seguenti  : 

51.  Son.  Qual  dura  sorte  mia,  donna,  ac- 
consente. In  nessuno  dei  codici  da  me  visti.  Nel  Laur.  XL, 
50  è  stato  aggiunto  alle  rime  di  Cino,  di  mano  del  se- 
colo  XVIII. 

52.  Son.  In  sin  che  gli  occhi  miei  non  chiude 
wior/^^  Chig.  L,  Vili,  305;  Palat.  204;  Vatic.  3213;  Chig. 
L,  IV,  131.  Il  Magliab.  VII,  991  Tattrib.  a  Dante. 

53.  Son.  Io  son  sì  vago  della  bella  luce.  A.  Gino 
lo  attrib.  il  cod.  Bologn.  1289,  il  Magliab.  VII,  371  e  il 
Barberin.  XLV,  130.  Nel  Riccard.  1103  è  adesp.  I  Lau- 
renz. XL,  49;  XC,  37  e  135;  un  Trivulz.  e  l'ediz.  Giun- 
tina del  27  lo  danno  a  Dante. 

54.  Son.  Il  zaffir  che  del  vostro  viso  raggia, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Laurenz.  XL,  50;  Vatic.  3213;  Bo- 
logn. 2448;  Chig.  L,  IV,  131. 


48  CAPITOLO  III  —  GINO  DA  PISTOIA 

55.  Son.  Sapeì"  vorrei  s' Amor  che  venne  ac- 
ceso, Chig.  L,  Vili,  305;  Laur.  XL,  50;  Palat.  204;  Va- 
tic.  3213. 

56.  Son.  Questa  doìina  di  andar  mi  fa  pen- 
soso, Chig.  L,  AHI,  805;  Laur.  XC  inf.  37;  Yatic.  3214; 
Casanat.  d.  V.  5;  Palat.  204;  un  Trivulz.;  Bologn.  1289. 
La  Giuntina  del  27  a  Dante. 

57.  Son.  Sia  nel  piacer  della  mia  donna 
amorfe,  Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Laui-enz.  XC 
inf.  37;  Palat.  204;  Chig.  L,  IV,  131. 

58.  Canz.  Quando  Amor  gli  occhi  rilucenti 
e  belli,  in  nessun  cod. 

59.  Ball.  Amor,  la  doglia  mia  non  ha  con- 
forto, Riccard.  1118;  Magliab.  VII,  1187;  Bologn.  1289. 

60.  Son,  Se  'l  vostro  cor  del  forte  nome  sente , 
Chig.  L,  VIII,  305,  Vatic.  3213;  Laurenz.  XL,  50;  Pa- 
lat. 204. 

61.  Son.  Occhi  miei,  deh  fuggite  ogni  persona. 
Palat.  204  ;  Vatic.  3213.  Nel  Chig.  L,  Vili,  305  è  adesp. 

62.  Son.  ho  fin  piacer  di  quello  adorno  viso , 
Chig.  L,  Vili,  305;  Laurenz.  XC  inf.  37;  Vatic.  3213 
e  3214;  Palat.  204;  Casanat.  d.  V.  5;  due  Trivulz.;  Bo- 
logn. 1289.  La  Giunt.  del  27  a  Dante. 

63.  Son.  Voi  che  per  nova  vista  di  f erezza, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Laurenz.  XL,  50;  Vatic.  3213  e  3214; 
Palat.  204;  Riccard.  1118;  Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

64.  Son.  Gli  occhi  vostri  gentili  e  pien  d'amore, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Laurenz.  XL,  50;  Vatic.  3213;  Palat. 
204;  Riccard.  1113;  Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  2448. 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  49 

65.  Son.  Tutto  mi  salva  il  dolce  salutare j, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat.  204;  Chig.  L, 
IV,  131. 

QQ.  Son.  Se  mi  riputo  di  niente  alquanto, 
Vatic.  3213;  Palat.  204. 

67.  Ball.  Io  non  domando .  Amore ,  in  nessuno 
dei  codd.  da  me  visti.  Il  Ciampi  dice  che  è  attrib.  a  Gino 
in  «  molti  manoscritti  ».  Ma  quali  sono?  L' attrib.  a  Gino 
il  Trissino  nella  Poetica;  a  Dante  la  Giiint.  del  27. 

68.  Son.  Una  gentil  piacevol  giovenella,  Chig. 
L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat.  204;  Laurenz.  XL,  50. 

69.  Son.  Madonne  mie,  vedeste  voi  V  altrieri , 
in  due  codd,  Trivulziani ,  dice  il  Fraticelli.  La  Giunt.  del  27 
a  Dante. 

70.  Son.  Vedete,  donne,  bella  creatura,  Ghig. 
L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Laurenz.  XL,  50;  Palat.  204; 
Magliab.  VII,  1208. 

71.  Son.  In  disnor  e  "n  vergogna  solamente, 
Ghig.  L,  Vili,  305;  Vatic  3213;  Laurenz.  XL,  50;  Palat. 
204;  Riccard.  1118;  Gasanat,  d.  V.  5. 

72.  Ball.  Com'in  quegli  occhi  gentili  e  'n  quel 
viso ,  Cliig.  L,  Vili,  305;  Riccard.  1118;  Gasanat.  d.  V.  5. 
Nel  Vatic.  3214  è  adesp. 

73.  Terzine.  ^  Io  non  so  dimostrar  chi  ha  il 

cor  mio,   in  nessun  cod. 

74.  Ball.  Angel  di  Dio  simiglia  in  ciascun  atto, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3214;  Laurenz.  XL,50;  Ric- 

1  II  Pilli,  e  tutti    gli  altri   dietro   di   lui,   intit.   questo    componi- 
mento: Capitolo. 

BiRTOLi.  —  Stor.  della  Letterat.  Ital    —   Voi    IV.  4 


50  CAPITOLO  III  —  GINO  DA  PISTOIA 

card.  1118;  Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289;  Chig.  L,  IV, 
131.  Il  Ciampi  cita  un  cod.  Ricasoli. 

75.  Son.  Se  meì^cè  non  m  aita  il  cor  si  more, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3214;  Palai  204;  Laurenz. 
XL,  50;  Magliab.  VII,  1208;  Casanat.  d.  V.  5.  Nel  cod. 
Parmense  1081  è  adesp. 

76.  Son.  Lasso  di  io  piv.  non  veggio  il  chiaro 
sole,  Chig.  L,  Vili,  305;  Riccard.  2846;  Bologn.   2448. 

77.  Son.  Se  'l  viso  mio  a  la  terra  s'itichina, 
Vatic.  3214;  Bologn.  1289.  Nei  codd.  Riccard.  1118  e  Bar- 
berin.  XLV,  47  è  attrib.  a  Dante.  Anche  nell' Allacci  è 
sotto  il  nome  di  Dante. 

78.  Son.  L'anima  mia  vilmente  è  sbigottita, 
Nel  Riccard.  1118  in  fronte  a  questo  sonetto  (e.  163 u) 
è  scritto:  «  dì  non  so  cui  ».  Si  trova  attrib.  a  Cino  nella 
Poetica  del  Trissino. 

79.  Son.  La  grave  udienza  de  gli  orecchi  miei, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat.  204. 

80.  Canz.  Degno  son' io  ch'i' mora,  Chig.  L, 
Vili,  305;  Riccard  1118;  Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289; 
Chig.  L,  Vili,  301. 

81.  Son.  Oimè  lasso  or  sonv  io  tanto  a  noia, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat.  204;  Riccard. 
1118;  Casanat.  d.  V.  5;  Laurenz.  XL,  50. 

82.  Canz.  Quand' io  pur  veggio  che  sen  vola' l 
sole.  Nel  Riccard.  2846  è  tra  le  rime  d'incerti. 

83.  Canz.  Perchè  nel  tempo  rio,  Chig,  L,  Vili, 
305;  Vatic.  3213;  Palat.  204;  Magliab.  VII,  993;  Casanat. 
d.  V.  5;  Laurenz.  XC,37.  Il  Fraticelli  cita  anche  il  cod. 
Eossi,  il  cod.  Bembo,  il  cod.  Medici.  Nel  Riccard.  2846  è 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  51 

tra  le  rime  d'  incerti.  A  incerto  \  attrib.  la  Giuntina  del  27. 
A  Dante  l' attrib.  Tediz.  di  Venezia  1518,  e  l'altra  di 
Venezia  1731. 

84.  Son.  lo  sento  'pianger  V  anima  nel  core, 
Vatic.  3214;  Bologn.  1289. 

85.  Canz.  U  uom  che  conosce  e  degno  di  aggia 
ardire,  Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3214  ;  Casanat.  d.  V.  5. 
L'ediz.  di  Venezia  del  18  F attrib.  a  Dante;  la  Giuntina 
del  27  a  incerto;  la'Venez.  del  1731  a  Dante. 

^Q.  Canz.  Io  non  posso  celare  il  mio  dolore , 
Chig.  L,  Vili,  306;  Vatic.  3214;  Magliab.  VII,  1208; 
Casanat.  d.  V.  5.  Il  Laurenz.  XC  inf.  37  l' attrib.  a  Dante; 
Tediz.  Giuntina  del  27  a  incerto. 

87.  Canz.  La  bella  stella  che  'l  tempo  misura. 
Nel  Bologn.  1289  è  attrib.  a  Gino;  nel  Vatic.  4823,  a  Guido 
Guinicelli.  Nel  Casanat.  d.  V.  5.  (e.  136)  è  sotto  il  nome 
di  «  Selvaggio  »;  ma  questo  nome  è  stato  poi  cancellato, 
e  di  mano  più  moderna  gli  fu  sostituito  «  Gino  ».  Nel- 
r  ediz,  Ven.  del  18  è  attrib  a  Dante;  nella  Giuntina  del  27 
a  incerto;  nella  Venet.  del  1731  a  Dante. 

88.  Canz.  Da  che  ti  piace,  Amore  ch'io  ritorni., 
in  nessun  cod.  da  me  visto.  Neil' ediz.  Venet.  del  18  è  attrib. 
a  Dante;  nella  Giuntina  del  27  a  incerto. 

89.  Son.  Ahimè  eli  io  veggio  per  entro  un 
pensiero,  Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3214;  Magliab.  VII, 
1208;  Riccard.  1118;  Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289; 
Magliab.  VII,  991;  Palat.  204. 

90.  Canz.  Non  che  'n  presenza  della  vista 
umana,   Parmig.  1081;  Casanat.  d.  V.  5;  Bologn,  1289. 

91.  Canz.  U  alta  speranza  che  mi  reca  amore, 
Chig.    L,  Vili,  .305;  Vatic.    3214;   Magliab.    VII,    1208; 


52  CAPITOLO  III  —  GINO  DA  PISTOIA 

Riccard.  1118;  Casanat.  d.  V.  5;  Chig.  L,  Vili,  301  ;  Chig. 
L,  IV,  131.  L'ediz.  Venet.  del  18  T  attrib.  a  Dante;  la 
Giunt.  del  27  a  incerio.  11  Corbinelli  la  dà  a  Gino. 

92.  Sestina,  Mille  volte  richiamo  il  dì  mercede. 
In  forma  di  sestina,  come  la  stampa  il  Pilli,  non  la  trovo 
in  nessun  cod.  In  forma  di  canzone,  come  la  stampa  il 
Tasso,  vedremo  in  seguito  (n.  141). 

93.  Son.  Onde  ne  vieni,  Amor,  così  soave, 
in  nessun  cod.  da  me  visto. 

94.  Son.  0  tu,  Amor,  che  mi  hai  fatto  morire, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat.204;  Laurenz.  XL,50. 

95.  Son.  Con  gravosi  sospir  traendo  guai, 
Chig.  L,  Vili,  3U5;  Magliab.  VII,  1208. 

96.  Son.  Vinta  e  lassa  era  già  l'anima  mia, 
Chig.  L,  VIII,  .305;  Magliab.  VII,  1208;  Riccard.  2846, 
Vatic.  3213;  Palat.  204;  Laurenz.  XL,  50;  Bologn.  1289. 

97.  Ball.  Amor,  la  dolce  vista  di  pietaie, 
Riccard.  1118. 

98.  Canz.  Quando  potrò  io  dir:  dolce  mio  Dio , 
Laurenz.  XL,  50;  iSIagliab.  VII,  1076;  Casanat.  d.  V.  5; 
Barber.  XLV,  47;  Bologn.  1289. 

•  99.  Canz.  Di  nuovo  g  li  occhi  miei, per  accidente, 
in  nessuno  dei  codd.  da  me  visti. 

100.  Son.  Sì  è  incarnato  Amor  del  suo  piacere, 
in  nessun  dei  codd.  da  me  visti. 

101.  Son.  //  sottil  ladro  che  negli  occhi  porti, 
Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

102.  Son.  Amor  sì  come  credo  ha  signoria, 
Vatic.  3214;  Bologn.  1289.  L'attrib.  a  Maestro  Rinuccino, 
i  codd.  Chig.  L,  VIII,  305;  Vatic.  3793;  Magliab.  VII,  1208. 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  53 

103.  Son.  Già  trapassato  oggi  è  V  undecim' 
an?iÒ,  in  nessun  cod.  da  me  visto.  Nel  Laurenz.  XL,  50 
è  aggiunto  in  fondo  alle  rime  di  Gino  da  mano  del  sec.  xviii. 

104.  Son.  Mille  dubbi  in  un  dì,  mille  querele, 
in  nessun  cod.  da  me  visto. 

105.  Son.  Io  fui  'n  su  Fallo  e  'n  sul  beato 
monte,   Casanat.  d.  V,  5;  Bologn.   1289. 

106.  Canz.  Oimè,  lasso ,  quelle  treccie  bionde, 
Barber.  XLV,  47.  Nel  Riccard.  2846  è  attrib.  a  incerto', 
e  cosi  nella  Giunt.  del  27.  Nella  ediz.  Yenet.  del  18  è 
data  a  Dante. 

107.  Son.  Ciò  che  procede  di  cosa  mortale, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat  204;  Laur.  XL,  50. 

108.  Son.  Amalo  Gherarduccio ,  quand'  io 
scrivo,  Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

109.  Son.  Dante,  io  ho  preso  V abito  di  doglia, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Palat.  204;  Vatic.  3213;  Chig  L,IV,131. 

110.  Son.  Signor,  e'  non  passò  mai  peregrino, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat.  204;  Laurenz. 
XL,  50. 

111.  Canz.  Da  poi  che  la  natura  ha  (ine posto, 
Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

112.  Son.  Quando  ben  penso  al  picciolino 
spazio,   Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

113.  Son.  Druso ,  se  nel  partir  vostro  in  pe- 
riglio, in  nessun  cod.  da  me  visto. 

114.  Son.  Se  tra  noi  piiote  un  naturai  consi- 
glio, in  nessun  cod.  da  me  visto. 


54  CAPITOLO  III  —  CIXO  DA  PISTOIA 

115.  Son.  Lasso ,  pensando  alla  distrutta  valle, 
Casanat.  d.  V.  5;  Bologa.  1289. 

116.  Son.  Cecco,  io  ti  prego  per  virtù  di  quella, 
Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.    1289. 

117.  Son.  Non  credo  die  ^n  Madonna  sia 
venuto,  Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213  e  3214;  Palat. 
204;  Bologn.  1289. 

118.  Son.  Poich'io  fui.  Dante,  dalmionatal 
sito,  Bologn.  1289;  Vatic.  3213;  Palat.  204;  Riccard.  1156, 
1103;  Magliab.  VII,  1010,  991,  1041;  II,  II,  40. 

119.  Son.  Naturalmente  cliere  ogni  amadore, 
Chig.  L,  VIII,  305;  Vatic.  3213;  Palat.  204. 

120.  Son.  Messer,  lo  mal  che  nella  mente 
siede,  Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  .3213;  Palat.  204: 
Magliab.  VII,  1187. 

121.  Son.  Anzi  che  Amore  nella  mente  guidi , 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat.  204;  Casanat.  d. 
V.  5;  Bologn.  1289. 

122.  Son.  Se  mai  leggesti  gli  scritti  d' Ovidi, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat.  204;  Casanat.  d. 
V.  5;  Bologn.  1289. 

123.  Son.  Deh,  Gherarduccio ,  com'  campasti 
tue,  Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3214. 

124.  Canz.  Deh  quando  rivedrò  'l  dolce  paese, 
Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

125.  Canz.  Sì  in' ha  conquiso  la  selvaggia 
gente,  in  nessun  cod.  da  me  visto. 

126.  Son.  Cercando  di  trovar  lumera  in  oro , 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  55 

Laurenz.  Red.  151;  Casanat.  d,  V.  5;  Bologn.  1289;  Chig. 
L,  IV,  131.  Il  cod.  Riccard.  1103  lo  attrib.  a  Dante. 

127.  Son.  A  che,  Roma  superba,  tante  leggi, 
in  nessun  cod,  da  me  visto.  Lo  trovo  aggiunto  in  fondo  alle 
rime  di  Gino,  di  mano  del  sec.  xviii,  nel  cod.  Laurenz. 
XL,  50. 

Alla  raccolta  del  Pilli  tenne  dietro  quella  di 
Faustino  Tasso  :  Delle  Rime  Toscane  dell'  Eccel- 
lentissimo Giureconsulto  et  antichissimo  poeta  il 
sig.  Gino  Sigibaldi  da  Pisfoja  raccolte  da  diversi 
luoghi  e  date  in  luce  dal  R.  P.  Faustino  Tasso 
de' Minori  Osservanti,  In  Venetia ,  presso  Gio.  Do- 
menico Imherti,  mdlxxxik. 

Questo  libro  contiene  le  poesie  già  pubblicate 
nella  ediz.  del  18,  nella  Giuntina  e  nel  Pilli,  se- 
gnate da  noi  coi  numeri  1,  2,  4,  9,  10,  11,  12, 
13,  14,  15,  16,  17,  18,  19,  21,  22,  53,  24,  27, 
28,  29,  31,  33,  34,  35,  36,  37,  38,  41,  42,  43, 
45,  46,  50,  51,  58,  95,  98,  101,  105,  108,  111, 
112,  115,  117,  118,  119,  124,  126,  127;  cioè 
contiene  le  due  poesie  della  ediz.  del  18;  tren- 
tadue della  Giuntina  ;  sedici  del  Pilli.  Di  più  con- 
tiene le  seguenti  :  nel  Libro  primo  : 

128.  Son.  Sarebbe  rara  e  dolce  compagnia, 
in  nessun  cod. 

129.  Son.  È  si  forte  e  possente  il  dolce  sguardo, 
in  nessun  cod. 

130.  Son.  Oda  ogni  uom  la  cagion  de' miei 
sospiri,  in  nessun  cod. 


56  CAPITOLO  III  —  GINO  DA  PISTOIA 

131.  Son.  Atti  cortesi,  sguardo  e  bel  diporto, 
in  nessun  cod. 

132.  Son.  No7i  v' accorgete,  donna,  d'un  che 
muore,  Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Laurenz.  XC 
inf.  37;  Palat.  204;  un  Trivulz.  L'attrib.  a  Dante  il  cod. 
Laurenz.  Red.  151  e  la  ediz.  Giuntina  del  27. 

133.  Son.  Io  maledico  el  dì  eli  io  veddi prima, 
Riccard.  1103.  II  Cod,  Laurenz.  XL,  49,  lo  attrib.  a  Dante. 

134.  Son.  Nelle  man  vostre,  o  dolce  donna 
mia,  Magliab.  VII,  ?91. 

135.  Son.  Se  vedi  gli  occhi  miei  di  pianger 
vaghi,  Magliab.  VII,  1010. 

136.  Son.  Pianta  Selvaggia  a  me  sommo  diletto, 
in  nessun  cod. 

137.  Son.  Ben  dico  cerio  che  non  fu  riparo, 
nel  Chig.  L,  VIII,  305  è  adesp. ,  ma  tra  rime  di  Gino. 
La  Giuntina  del  27  lo  dà  a  Dante. 

138.  Son.  Donna,  vostra  beltà  tien  in  follie, 
in  nessun  cod. 

139.  Son.  È  si  gentile  e  nobile  e  alta  cosa, 
in  nessun  cod. 

140.  Son.  Tanf  è  V  angoscia  eh'  aggio  dentro 
al   core,   in    nessun   cod. 

141.  Canz.  Mille  volte  ne  chiamo  el  dì  mercede, 
Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

142.  Son.  Tutto  ciò  eh' altrui  piace  a  me  di- 
sgrada, Chig.  L,  VIII,  305;  Casanat.  d.  V.  5;  Parmig. 
1081;  Bologn.  1289. 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  57 

143.  Son.  Un' alta  ricca  rocca  et  monte  manto, 
Casanat.  d.  V.  5;- Riccard.  1118;  Bologn.  1289. 

144.  Son.  Come  li  saggi  di  Neron  crudele, 
Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

145.  Son.  Quando  misero  avvien  eh' io  spesso 
miro,  in  nessun  cod. 

146.  Son.  Amor  che  vien  per  le  pili  dolci 
poìHe,    Chig.  L,  YIII,  305;  Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

147.  Son.  Dante,  io  non  odo  in  quale  albergo 
suoni,  Rice.  1103,  1306,  2846;  Vatic.  3214;  Bologn.  1289. 

148.  Son.  Perchè  voi  state  forse  ancor  pensivo, 
Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

149.  Son.  Quai  son  le  cose  vostre  eh'  io  vi 
tolgo?,  Chig.  L,  Vili,  305;  Barber.  XLV,  47;  Rice.  1118; 
Casanat.  d.  V.  5;  Vatic.  3214. 

150.  Son.  Messer  Bozzon,  il  vostro  Mannello, 
Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

151.  Son.  In  verità  questo  lihel  di  Dante, 
Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

152.  Son.  L' alta  viriìt  che  si  ritrasse  al  cielo, 
Barber  XLV,  47;  Riccard.  1118;  Casanat.  d.  V.  5.  L'ediz. 
Venet.  del  18  l'attrib.  a  Dante. 

153.  Son.  A  la  battaglia,  ove  Madonna  abbatte, 
Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

154.  Son.  Caro  mio  Gherarduccio ,  io  non  ho 
veggia,   Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

155.  Son.  Ahi  lasso  ch'io  credea  trovar  pietate, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213  e  3214;  Palat.  204;  Lau- 


58  CAPITOLO  III  —  GINO  DA  PISTOIA 

renz.   XC   inf.   37;   Magliab.   VII,    1010;   Riccard.    2846. 
L'  ediz.  Giuntina  del  27  lo  attrib.  a  Dante. 

156.  Son.  Maraviglia  non  è  talor  s' io  movo, 
in  nessun  cod.  da  me  visto, 

157.  Son.  Amor  che  viene  armato  a  doppio 
dardo,  Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.  1289. 

158.  Son.  In  fra  gli  altri  difetti  del  libello, 
Casanat.  d.  V.  5;  Bologn.   1289. 

159.  Ball.  Poiché  saziar  non  fiosso  gli  occhi 
miei,  Magliab.  VII,  1187;  Bologn.  1289.  La  Giunt.  del  27 
r  attrib.  a  Dante. 

L'  edizione  di  Faustino  Tasso  è  divisa  in  due 
libri.  Nel  libro  secondo  si  contengono  le  seguenti 
poesie  da  noi  non  ritrovate  in  nessun  codice: 

160.  Son.  Fenice  unica  in  terra,  in  cui  fortuna 

161.  Son.  Boschi,  selve,  giardin' ,  bennati  fiori 

162.  Son.  Posta  di  lauro  amor  fra  l'aureo  crine 

163.  Son.  Cieco  stato  foss'io  quando  Amor  per  la 

164.  Son.  Piangete,  occhi  m,iei  lassi ,  che  per  vostro 

165.  Son.  S'io  il  dissi  mai,  ch'io  sia  legato  e  cinto 

166.  Madr.  Quanto  piv.  amor  la  strada  '^n' assicura 

167.  Son.  Già  mi  fu  dolce  amore,  ora  è  si  amaro 

168.  Son.  Filtrato,  Signor  mio,  son  nel  terz'anno 

169.  Son.  Giunta  vera  onestà,  chiara  bellezza 

170.  Son.  Fondata  in  selva  spene,  ove  s' annoda 

171.  Son.  Nel  tempo  che  ha  roca  Cloto  implica 

172.  Son.  Dico  talor  a  me  stesso:  che  pensi? 

173.  Son.  Egli  è  pur  ver  ch'io  sento  dentro  al  petto 

174.  Son.  Io  cerco  pur  né  so  di  chi  dolermi 


APPUNTI  BIBLIOGRÀFICI  59 

175.  Son.  In  disusata,  anzi  in  novella  pratica 

176.  Son.  Siato  foss'  io  quel  dì  che  con  tanf  arte 

177.  Son.  Benedetto  sia  il  dì  primo  eh'  io  apersi 

178.  Son.  Diana  scesa  dagli  eterni  regni 

179.  Son.  &  al  camin  lungo,  ove  Amor  vuol  eh'  io 

vada 

180.  Son,  Amor,  che  senti  e  vedi,  intendi  e  odi 

181.  Son.  S'io  potessi  impetrar  un  giorno  pace 

182.  Son.  Caste  ripulse  e  piene  di  dolcezza 

183.  Son.  Selva  gentil,  che  nebbia  o  nembo  il  verno 

184.  Son.  Se  può  dolce  sputar  chi  ha  fele  in  bocca 

185.  Son.  Radice  ben  fondata  in  terren  saldo 

186.  Son.  Come  luce  da  luce  luce  p)rende 

187.  Madr.^  Molte  con  gli  occhi  guardo 

188.  Madr.^  Pietosa,  onesta  e  bella 

189.  Son.  Potess' io  indovinar,  pìerchè  sì  raro 

190.  Son.  Quando  s' atterra  il  misero  naufrago 

191.  Son.  Questa  fiera  selvaggia  indomif  orsa 

192.  Son.  Due  lumi,  due  begli  occhi,  anzi  due  stelle 

193.  Son.  Questa  chi  è  mai  che  con  parole  accorte 

194.  Son.  Sdegni  leggiadri  che  i  bei  occhi  onesti 

195.  Son.  Io  vo,  tu  ' l  vedi  Amor,  pur  come  soglio 

196.  Son.  Mentre  eh'  a  noverar  mi  pongo  gli  anni 

197.  Son.  Uomo  non  crederia  che  con  un  sguaì^do 

198.  Canz.  Fra  verdi  fronde  e  rose  fresche  a  Vaura 

199.  Son.  0  bennato  Giacob  che  de' tuo' affanni 

200.  Son.  Non  ha  tanf  onde  il  mar,  quand'  Eolo 

il  meìia 

'  Cosi  nel  Tasso.  Ma  è  una  ballata. 
2  e.  s. 


60  CAPITOLa  III  —  CINO  DA  PISTOIA 

201.  Son.  Se  senno j,  se  valor  j,  se  gentilezza 

202.  Son.  Treccie  conformi  al  più  chiaro  metallo 

203.  Maclr.  Donna,  se  i  lumi  ardenti. 

Nella  raccolta  delF  Allacci,  Poeti  antichi  rac- 
colti da  codici  Mss.  della  Biblioteca  Vaticana  e 
Barberina  da  monsignor  Leone  Allacci,  in  Na- 
poli, per  Sebastiano  d'Alecci,  i661,  oltre  le 
poesie  da  noi  segnate  coi  numeri  98,  152,  149, 
si  trovano  le  seguenti  : 

204.  Canz.  0  morte  della  vita  privatrice, 
Barber.  XLV,  47;  Magliab.  VII,  1076  Nel  Vatic.  3214; 
nel  Magliab.  VII,  8,  113,  e  in  un  Pucciano  è  atti'ib.  a 
Lapo  Gianni. 

205.  Son.  Se  conceduto  me  fosse  da  Zove, 
Barber.  XLV,  47. 

206.  Son.  A  vano  sguardo  e  falsi  sembianti ^ 
Barber.  XLV,  47. 

207.  Son.  Vui  che  per  semiglianza  amai'  i 
cani,  Barber.  XLV,  47. 

208.  Son.  Homo  smarrito  che  pensoso  vai , 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213  e  3214;  Palai.  204; 
Laurenz.  XL,  50;  Magliab.  VII,  991;  Riccard.  2846;  Bo- 
logn.  1289;   Barber.  XLV,  47. 

209.  Son.  Se  c[uesta  gentil  donna  vi  saluta, 
Barber.  XLV,  47. 

210.  Son.  Disio  pur  di  vederla  e  s' eo  m' a- 
23resso  ,  Barber.  XLV,  47. 

21 1.  Son.  Se  non  si  move  d' onni parie  amore, 
Barber.  XLV,  47. 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  GÌ 

212.  Son.  Chi  a  falsi  semhlmiii  il  cor  arisclia, 
Barber.  XLA^  47. 

Nel  1813  si  pubblicò  l'opera  seguente:  Vita 
e  Poesie  di  messer  Cino  da  Pistoia,  novella  edi- 
zione rivista  ed  accresciuta  dall'  autore  abate  Se- 
bastiano Ciampi,  Pisa,  Capurro ,  mdcccxiii. 
L'edizione  del  Ciampi  è  divisa  in  sei  parti.  Le 
prime  /r^^ar^/ riproducono  tale  e  quale  l'edizione 
del  Pilli.  La  parte  quarta  contiene  Rime  tratte 
dalla  prima  parte  dell'edizione  procurata  da 
Faustino  Tasso;  cioè  quelle  segnate  da  noi  coi 
numeri:  132,  133,  134,  135,  148,  159,  156, 
140,  142,  147,  158,  149,  150,  151,  153,  136, 
137,  141,  146,  152,  154,  157,  155,  159-20  \ 

La  parte  quinta  comprende  molte  Rime  che  si 
credono  inedite;  cioè  le  seguenti  : 

213.  Canz.  Su  per  la  costa,  Amor ,  de  l' alto 
monte ,  in  nessun  cod.  da  me  visto. 

214.  Son.  Sì  m' hai  di  forza  e  di  valor  di- 
strutto, Chig.  L,  Vili,  205;  Riccard.  2846;  Palat  204: 
Yatic.  3213;  Magliab.  VII,  991  e  1208;  Bologn.  2448. 

215.  Son.  Deh  non  mi  domandar,  perch'io 
sospiri,  Chig.  L,  Vili,  3('5;  Riccard.  2846;  Laurenz. 
XL,  50;  Vatic.  3213;  Palat    204;  Bologn.  2448. 

.  216.  Son.  Poi  ched  e'  t'è  piaciuto,  Amor, 
ch'io  sia,  Chig.  L,  Vili,  305:  Vatic.  7213  e  3214;  Palat. 
204;  Laurenz.  XL,  50;  Magliab.  VII,  991. 

'  Il  Ciampi  ha  alterato  l'ordine  delle  rime,  come  sta  nel  Tasso. 
I  nostri  numeri  indicano  questa  alterazione. 


62  CAPITOLO  IH  —  GINO  DA  PISTOIA 

217.  Canz.  Lo  gran  disio  che  mi  siringe  co- 
tanto,  Chig.  L,  Vili,  305;  Riccard  2846;  Bologn.  2448. 

218.  Canz.  S' io  smagato  sono  et  infralito , 
Chig.  L,  Vili,  305;  Riccard    2846;  Bologn.  2448. 

219.  Son.  Lo  fino  Amor  cortese  ch'ammae- 
stra, Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat.  204;  Ric- 
card. 2846;  Bologn.  2448. 

220.  Son.  Giusto  dolore  a  la  morte  ^m' invita , 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat.  204;  Riccard. 
2846;  Bologn.  2448. 

221.  Canz.  Sì  mi  disiringe  Ainore ,  Chig.  L, 
Vili,  305;  Riccard.  2846;  Bologn.  2448. 

222.  Canz.  Cuori  gentili  e  serventi  d' Amore y 
Chig.  L,  Vili,  305;  Palat.  204;  Vatic.  3213;  Riccard. 
3846;  Bologn.  2448.  Nel  Vatic.  3214  è  adesp. 

223.  Son.  Tutte  le  'pene  eh' io  sento  d'Amore, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Riccard.  2846;  Bologn.  2448. 

224.  Son.  Guardando  voi  'n  parlare  et  in 
sembianti,  Chig.  L,  Vili,  305;  Riccard.  2846;  Bo- 
logn. 2448. 

225.  Son.  Come  non  è  con  voi  a  questa  festa, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Riccard.  2846;  Bologn.  2448. 

226.  Son.  Or  dov'è,  donne,  quella  in  cui 
s'  avvista,    Chig.  L,  Vili,  305;  Bologn.  2448. 

227.  Canzonetta:'^  La  vostra  disdegnosa  gen- 
tilezza, Vatic.  3214;  Riccard.  2846;  Bologn.  1289. 


1  Nella  metrica  del  secolo  xni  non  si  conoscevano,  che  io  sappia, 
le  Canzonette.  È  probabilmente  la  stanza  di  una  canzone. 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  63 

228.  Madr.  ^  Io  guardo  jper  li  prati  ogni  fior 
bianco,  Riccard.  2846;  Bologn.  1289.  In  quest'ultimo  è 
ripetuta  tre  volte,  a  carte  130  è/s,  149,  178. 

229.  Madr.  -  Io  mi  son  tutto  dato  a  tragger  oro^ 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213  ;  Palat.  204;  Bologn.  2448. 
Nel  Vatic.  3213  è  scritto:  «  Attribuita  da  alcuni  a  Guido 
Guiuizzelli  ». 

230.  Canz.  Non  spero  che  già  mai  per  mia  sa- 
lute, Chig.  L,  Vili,  305;  Laurenz.  XL,  50;  Riccard.  1118; 
Bologn.  2448,  Casanat.  d.  V.  5.  Nel  Riccard.  2846  si  legge: 
«  Il  testo  del  Be.  (Bembo)  ba  questa  canzone  per  di  ser  Noffo 
d'Oltrarno  ».  Nel  Bologn.  2448:  «  Questa  canzone  secondo 
il  texto  di  mons.  Bembo  è  di  ser  Noffo  Notaio  d'Oltrarno  ». 
Sotto  il  nome  di  ser  Noffo  fu  stampata  nella  Eaccolta  di 
Rime  ani.  Toscane,  Palermo,  1817,  voi.  I,  pag,  288. 

231.  Ball.  Amor  che  ha  messo  'n  gioia  lo 
mio  core ,  Chig.  L ,  VIII ,  305  ;  Riccard.  2846  ;  Magliab. 
VII,  1208;  Bologn.  2448. 

232.  Ball.  La  dolce  innamoranza,'^  Chig.  L^ 
VIII;  305;  Riccard.  2846;  Vatic.  3213;  Palat.  204. 

233.  Ball.  Li piìi  begli  occhi  che  lucesser  'mai, 
Riccard.  1118. 

234.  Son.  Novellamente  Amor  mi  giura  e  dice, 
Riccard  1050. 

235.  Son.  0  voi,  che  siete  voce  nel  deserto, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3214;  Bologn.  1289. 

1  È  una  Ballata. 

2  È  una  Ballata. 

3  La  seconda  stanza  di  questa  ballata  fu  stampata  a  parte,  come 
un  Madrigale  di  Mad.  Selvaggia,  da  varii  editori  delle  Rime  di  Gino. 
Questa  seconda  stanza  comincia:  Gentil  mio  Sire,  il  parlare  amoroso. 


64  CAPITOLO  III  —  GINO  DA  PISTOIA 

236.  Son.  Io  era  tutto  fuor  di  stare  amaro , 
Chig.  L,  YIII,  305;  Vatic.  3213  e  3214;  Palat.  204; 
Riccard.  2846;  Magliab.  YII,  991;  Bologn.  1289. 

237.  Son.  Dante  j  quando  j^er  caso  s' abban- 
dona, Magliab.  VII,  143;  Brera  C.  35  sup. 

238.  Son.  Fa'  della  mente  tua  specchio  so- 
vente, Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat.  204;  Lau- 
renz.  XL,  50,  Riccard.  2846;  Bologn.  2448. 

239.  Son.  Per  una  merla  che  d'intorno  al 
volto,  Chig  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat.  204;  Ric- 
card. 2846;  BologD.  2448. 

240.  Son.  Novelle  non  di  veritate  ignude, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213  e  3214;  Palat.  204;  Ric- 
card. 2846;  Bologn.  1289. 

241.  Son.  Amico,  se  egualmente  mi  ricang e, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat.  204;  Bologn  2448. 

242.  Son.  Graziosa  giovana ,  07iora  e  eleggi , 
Chig.  L,  Vili,  305;  Vatic.  3213;  Palat.  204;  Riccard. 
2846;  Bologn.  2448. 

243.  Son.  Picciol  dagli  atti  rispondi  al  picciolo, 
Chig.  L,  Vili,  305;  Bologn.  2448. 

244.  Son.  Chi  ha  un  buon  amico  e  noi  tien 
caro,  in  nessuno  dei  codd.  da  me  visti. 

245.  Son.  Mercè  di  quel  signor  eh' è  dentro 
a  meve ,  Chig.  L,  Vili,  305,  Vatic.  3213;  Palat  204; 
Laurenz.  XL,  50;  Riccard.  2846;  Bologn.  2448. 

246.  Son.  Sì  doloroso  non  potria  dir  quanto, 
Vatic.  3213;  Palat.  204  ;  Laurenz.  XL,  50;  Riccard.  2846; 
Bologn.  2448. 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  65 

247.  Son.  Io  son  colui  die  spesso  m' ing {noc- 
chi o ,  Chig.  L,  Vili,  305;  Yatic.  3213;  Palai  204;  Bo- 
logn.  2448;  Chig.  L,  lY,  131. 

248.  Ball.  Lasso,  che  amando  la  mia  vita 
more  ,  Chig.  L,  YIII,  305;  Riccard.  1118;  Magliab.  VII, 
1208;  Casanat.  d.  Y.  5;  Bologn.  1289;  Chig.  L,  YIII,  305; 
Chig.  L,  lY,  131. 

249.  Canz.  Tanta  paura 'ìn' è  giunta  cV  amore, 
Yatic.  3214;  Riccard.  2845;  Casanat.  d.  Y.  5;  Chig.  L. 
lY,  131.  Nel  Chig.  L,  YIII,  305  è  adesp. 

250.  Son.  Fior  di  virtìt  si  è  gentil  coraggio, 
il  Laurenz.  Gadd.  XC,  47  e  Bologn.  1289  l'attrib.  a  Cino;  il 
Laurenz.  Red.  151;  Riccard.  1100  e  1103  a  Dante;  Barberin. 
XLY,  47  a  Folgore  da  San  Gimignano;  Laurenz,  Leopold. 
118  a  Simone  Forestani  da  Siena;  nel  Laurenz.  SS.  An- 
nunz.  122;  Yatic.  4823;  Magliab.  YII,  1009  e  1060;  II,  40; 
nel  Borgiano  M ,  YII ,  23  è  adesp. 

251.  Canz.  0  Dio ,  po' m'ìiai  degnato ,  Riccard. 
2846;  Yatic.  3214.  In  marg.  a  quest*  ultimo  è  scritto:  «  Non 
par  di  M.  Cino  ». 

Altre  rime  si  trovano  nella  Parte  sesta , 
«  estratte  dalla  Raccolta  dell'Allacci  »;  cioè  quelle 
segnate  da  noi  coi  numeri  204,  205,  206,  207, 
208,  209,  210,  211,  212.  Vengono  quindi  rime 
«  contenute  in  varii  Mss.  ». 

252.  Madr.  Guardate,  amanti ,  io  mi  rivolgo 
a  vili,  in  nessun  codice  da  me  visto,  ma  cfr.  Ciampi, 
Suppl. ,  16. 

253.  Ball.  Se  tu,  martoriata  mia  soffrenza. 
In  un  cod.  Trivulziano,  dice  il  Ciampi. 

Baktoli.  —  St.  della  Letterat.  Ual.  —  Voi    IV.  5 


66  CAPITOLO  III  —  GINO  DA  PISTOIA 

254.  Canz.  Amor,  il  veggo  ben  che  tua  virtute, 
in  un  cod.  Bossi,  dice  il  Ciampi. 

255.  Canz.  Nel  temjjo  de  la  mia  novella  etade, 
in  un  Trivulz. ,  dice  il  Ciampi.  Nel  Laurenz.  Red.  151  è 
attrib.  a  Dante.  ^ 

256.  Soli.  Treccie  conformi  al  più  raro  me- 
tallo. Tolto,  dice  il  Ciampi,  «  dalle  Vite  mss.  de' poeti 
antichi  del  Zilioli  ». 

257.  Son.  Pippo,  se  fossi  buon  mastro  in 
gramatica ,  che  il  Ciampi  dice  d'aver  tratto  dal  codice 
Laurenz.  1687. 

Un  altro  volume  contenente  le  Rime  di  Gino 
è  il  seguente:  Le  Rime  di  messer  Cino  da  Pi- 
stoja  ridotte  a  miglior  lezione  da  Enrico  Bindi 
e  Pietro  Fanfani,  Pistoja,  Tip.  Niccolai,  1878. 

Questo  volume  riproduce  esattamente  Tediz. 
Ciampi  per  le  prime  409  pagine.  Seguono  poi 
alcune  «  Rime  trovate  in  varii  codici  sotto  il 
nome  di  messer  Cino  da  Pistoja  e  non  pubbli- 
cate dal  Ciampi  ».  - 

258.  Son.  Lasso!  eh'  io  feci  una  vesta  da 
amante,  Riccard.  1118. 

259.  Son.  Chi  sei  tu  che  pietosamente  cheri , 
Hiccard.  1118. 


^  Dopo  questo  segue  il  son.  Deh  moviti  pielate  e  vai  'ricamata. 
Il  Ciampi  s'era  scordato  d'averlo  già  pubblicato  a  pag.  51. 

-  Il  primo  sonetto  qui  dato  per  inedito  è  quello  che  comincia: 
Una  rica  roca  et  forte  tanto,  già  pubblicato  dal  Tasso,  pag.  71. 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  67 

260.  Son.  Sovra  ogni  altra  vaghezza  vago  sono, 
Riccard.  1103; 

261.  Son.  Omè!  ch'io  sono  aW amoroso  nodo, 
Parmig.  1081. 

262.  Canz.  Avvenga  m  abbia  piìi  volte  per 
tempo,  Vatic.  3213;  Riccard.  1118  e  1156;  nel  Barber. 
XLV,  47  e  neir  Allacci  è  attrib.  al  Guinicelli. 

263.  Canz.  Naturalmente  ogni  ayvimale  ha 
vita,  Magliab.  XXI,  675;  XXI,  85;  Casanat.  d.  V.  5; 
Bologn.  1289. 

264.  Canz.  La  somma  virtit  d' Amore ,  a  cui 
piacque,  Magliab.  VII,  1187.  Nel  Riccard.  1118  è  attrib. 
ad  incerto. 

265.  Son.  Prego  il  vostro  saver  che  tanto, 
monta,  in  un  cod.  Scappucci,  dice  il  signor  Fanfani. 

266.  Son.  Gentili  donne  e  donzelle  amorose , 
in  un  cod.  Scappucci ,  dice  il  signor  Fanfani. 

267.  Son.  Non  è  bontà  né  virtit  né  valore, 
in  un  cod.  Scappucci,  dice  il  signor  Fanfani. 

268.  Son.  Solo  per  lenir  vostra  amistia. 

269.  Son.  Di  quella  cosa  che  nasce  e  dimora , 
in  un  cod.  Scappucci,  dice  il  signor  Fanfani. 

270.  Son.  Angelica  figura  e  dilectosa,^  Chig. 
L,  Vili,  305. 

271.  Son.  Un  anel  corredato  d'un  rubino, 
Chig.  L,  Vili,  305. 

1  Dopo  questo  il  signor  F.  pubblica  il  son.  0  lasso  ch'io  credea 
trovar  pietate,  scordandosi  che  lo  aveva  già  pub.  avanti,  a  pag.  24.5. 


68  CAPITOLO  III  —  CIXO  DA  PISTOIA 

272.  Son.  Appm'vemi  Amor  suhitmnente,  Chig. 
L,  Vili,  305. 

Due  sonetti  pubblicò  Carlo  Witte  in  Anzeìge- 
Blatt  fùr  Wissenschaft  und  clieKunste,  voi.  XLII  :  ^ 

273.  E'tn'ha  sì  punto  crudehnente  male. 

274.  Avvegna  che  mestier  non  mi  sia  mai. 

Due  altri  sonetti  furono  pubblicati  per  le  nozze 
T onti- Franchi  ni ,  Pistoia,  1829: 

275.  S'io  avessi  creduto  che  si  caro. 

276.  Dite  soli,  or  fino,  ebano  raro. 

Una  ballata  si  trova  nel  Trucchi  [Poes.  ital. 
di  dugento  autori  ecc.,  I,  288): 

277.  Giovine  bella,  luce  del  mio  core. 

A  Gino  è  attribuita  da  alcuni  (Fraticelli,  Canz. 
dìD.  A.,?,m)  la  ballata: 

278.  lo  son  chiamata  nuova  ballaiella. 

Di  questi  278  componimenti  molti  è  assai  in- 
certo che  appartengano  a  Gino  da  Pistoia.  Della 
ballata  2,  sebbene  non  trovata  da  me  in  mano- 
scritti, pure  non  saprei  dubitare,  essendo  essa 
nelle  tre  edizioni  del  1518,  del  1527  e  del  Pilli, 
fatte  sicuramente  su  codici. 


^  Furono  ristampati  nelle  Dante-Forschungeyt,  I,  454,  Ueber  die 
Ungedruckten  Gedichte  des  D.  A. 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  69 

Credo  invece  essere  da  rigettare  il  sonetto  6, 
il  quale  è  bensì  nel  cod.  Chigiano  L,  Vili,  305, 
ma  attribuito  a  maestro  Rinuccino. 

Finché  non  sia,  per  l'esplorazione  di  nuovi 
manoscritti,  trovato  che  appartiene  a  Gino  il  so- 
netto 10,  dovremo  intorno  ad  esso  sospendere 
ogni  giudizio. 

Nelle  stesse  condizioni  del  sonetto  6  è  il  so- 
netto 13,  che  si  legge  nel  solo  Chigiano,  e  sotto 
il  nome  di  maestro  Rinuccino. 

Non  avendo  trovato  in  nessun  codice  i  com- 
ponimenti 22,  23,  24,  25,  45,  46,  47,  48,  49, 
51,  58,  67,  73,  78,  82,  88,  93,  99,  100,  103, 
104,  113,  114,  125,  127,  dell'autenticità  di  tutti 
si  può  ragionevolmente  dubitare.  E  questi  dubbi 
sono  ralforzati  per  i  sonetti  113  e  114  dall'auto- 
revole giudizio   del   Carducci.^ 

In  quanto  al  sonetto  104  è  notabile  il  riscontro 
che  vi  si  trova  col  Petrarca,  nella  canzone  Quel- 
r  antiquo  mio  dolce  empio  signorie.  Uguale  il  con- 
cetto generale;  e  quasi  uguali  certi  versi: 

SoN.  ATTRiB.  A  Gino  Canzone  del  Petrarca 

Dandoti  una  a  cui  'n  terra  egual  E  da  colei  che  fu  nel  mondo  sola 

non  era 

Convien  più  tempo  a  dar  sentenza  Ma    più   tempo   bisogna   a    tanta 

vera  lite 

Dico,   e   provai   già  di   tuo  dolce  0  poco  mei  molto  aloè  con  fele. 

il  fele. 


1  Rime  di  Cino,  Disc,  prelim.,  80.  Il  Chiappelii  crederebbe  il 
primo  del  poeta  pistoiese,  e  il  secondo  d'altro  rimatore,  fatto  in  ri- 
sposta all'altro  (Op.  cit.,  52 n.). 


70  CAPITOLO  III  —  GINO  DA  PISTOIA 

È  noto  che  fu  creduto  da  alcuni  avere  il  Pe- 
trarca imitato  Gino;  «ma  credalo  chi  '1  vuole, 
scrive  il  Muratori/  ch'io  per  ora  non  mi  sento 
inspirato  a  stimarne  autore  Gino  da  Pistoia,  pa- 
rendomi di  veder  qui  una  certa  attillatura  e  de- 
licatezza continuata  che  sì  di  leggieri  non  si 
truova  in  chi  poetò  prima  di  Francesco  Petrar- 
ca». E  ci  pare  che  il  grande  storico  anche  in 
ciò  abbia  ragione.  Come  poteva  aggiungere  es- 
sere poco  probabile  che  il  Petrarca  si  fosse  fatto 
così  umile  imitatore.  Noi  quindi  propendiamo  a 
credere  il  sonetto  opera  di  un  qualche  petrar- 
chista. ^ 

Non  abbiamo  maggior  ragione  di  credere  al- 
l'autenticità  del  sonetto  34,  il  quale  è  bensì  nel 
Ghigiano  L,  Vili,  305,  ma  senza  nome  d'autore. 

In  maggiore  incertezza  restiamo  davanti  al 
sonetto  36,  essendo  esso  dato  da  un  codice  a 
Gino,  da  un  altro  a  Rinuccino;  sebbene  ci  sem- 
bri superiore  assai  per  autorità  il  cod.  Ghigiano 
al  Gasanatense. 

Neppure  rispetto  al  sonetto  53  possiamo  dire 
con  sicurezza  se  appartenga  a  Gino  o  a  Dante. 
Non  ci  appagano  le  ragioni  del  Fraticelli  che  lo 
vuole .  dell' Alighieri  ;  ^  né  quelle  del  Giuliani  che 


1  Della  perfetta  poesia  italiana,  lib.  iv,  pag.  246. 

2  Che  ne  sia  autore,  come  suppone  il  Muratori,  Gandolfo  Por- 
rino,  poeta  modenese  morto  nel  1552,  non  ci  sono  ragioni  che  lo 
provino. 

3  II  Canzoniere  di  D.  A.,  pag.  114. 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  71 

glie  lo  nega.  ^  Il  Witte  dice  che  non  sa  dare  un 
giudizio  certo. ^  E  questa  incertezza  pare  a  noi, 
nello  stato  attuale  della  conoscenza  dei  codici, 
la  cosa  più  ragionevole. 

L'autorità  del  cod.  Vaticano  3214  ci  farebbe 
ritenere  autentico  il  sonetto  77;  se  quest'autorità 
non  venisse  in  parte  infirmata  dal  sonetto  102, 
che,  dato  a  Gino  dallo  stesso  Vaticano  3214,  è 
poi  da  altri  manoscritti  di  molto  valore  attribuito 
a  maestro  Rinuccino. 

Non  possiamo  che  essere  incerti  sull'attribu- 
zione della  canzone  87.  Ci  pare  da  escludere  che 
essa  sia  del  Guinicelli.  Ma  tra  Dante  e  Gino  non 
sapremmo  con  sicurezza  risolverci. 

Per  la  canzone  106  dobbiamo  del  pari  rima- 
nere in  qualche  dubbio.  Non  può  sicuramente  che 
farci  meraviglia  la  critica  preistorica  colla  quale 
il  Fraticelli  vuol  provare  che  essa  non  è  di  Dante 
e  deve  essere  di  Gino.  Ma  noi  pure  propende- 
remmo a  crederla  di  quest'ultimo  piuttosto  che 
dell'Alighieri.  Potrebbe  poi  non  essere  né  dell'uno 
né  dell'altro.^ 


1  La  Vita  Nuova  e  il  Cam.,  pag.  379.  Il  nostro  illustre  amico 
e  collega  dice:  «Anche  il  modo  che  sono  rinterzate  le  rime  neppur 
qui  si  conforma  a  quello  che  apparisce  in  tutti  i  sonetti  del  nostro 
maestro».  Ciò,  veramente,  non  ci  pare  esatto.  Nel  sonetto  Jo  soji  sì- 
vago  della  bella  luce,  lo  schema  delle  rime  delle  terzine  è  abb  —  baa. 
Lo  stesso  identico  schema  si  trova  nel  sonetto  E'  non  é  legno  di  sì 
forti  nocchi,  della  cui  autenticità  certo  non  dubita  il  prof.  Giuliani, 
che  lo  stampa  a  pag.  233  del  suo  volume. 

2  Dante  Alighieri' s,  lyrische  Gedichte,  I,  pag.  lxxii. 

3  Cfr.  Witte,  Dante  Alighieri's  lyrische  Gedichte,  II,  ly. 


72  CAPITOLO  III  —  GINO  DA  PISTOIA 

Delle  rime  pubblicate  dal  Tasso  nella  prima 
parte  del  suo  volume  non  ho  trovato  in  nessun 
codice  i  numeri  128,  129,  130,  131,  136,  138,  139, 
140,  145,  156.  Di  tutte  queste  per  conseguenza 
io  sospetto,  ma  non  potrei  provare,  l'apocrifità. 

Il  sonetto  133,  che  il  Fraticelli^  con  i  suoi 
soliti  argomenti  peregrini  vuol  dare  a  Dante,  è 
invece,  anche  per  giudizio  del  Witte,-  dubbio  che 
sia  di  Dante;  e  sebbene  un  solo  codice,  a  mia 
notizia,  lo  attribuisca  a  Gino,  pure  non  sembra 
che  ci  sia  ragione  per  dubitare  che  gli  appar- 
tenga. 

La  ballata  159  sembra  al  Witte  ^  che  possa 
credersi  di  Dante;  ma  l'autorità  dei  due  codici 
che  la  danno  col  nome  di  Gino  farebbero  rite- 
nere il  contrario. 

Per  ciò  che  riguarda  le  rime  contenute  nella 
seconda  parte  del  volume  del  Tasso,  già  il  Ciampi  ^ 
opinò  che  fossero  apocrife.  E  tali  paiono,  indi- 
scutibilmente, anche  a  noi.  Gomincia  ad  essere 
sospetto  il  racconto  che  fa  V  editore  del  modo 
col  quale  quelle  poesie  gli  pervennero.  Ecco  le 
sue  parole  :  «  Et  acciò  il  mondo  creda  che  siano 
parti  del  signor  Gino,  dirò  come  e  per  che  strada 
mi  siano  capitate  alle  mani.  Doppo  la  morte  del 
signor  Gino  sterono  per  molti  anni  insieme  con 


1  Op.  cit.,  pag.  140. 

2  Op.  cit.,  pag.  Lxxii. 

3  Op.  cit.,  pag.  Lxv. 
*  Op.  cit. ,  pag.  64. 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  73 

alcune  altre,  che  furono  poi  date  in  stampa  dal 
signor  Nicolò  Pili  in  Roma,  e  queste  con  animo 
di  dar  loro  una  compita  forma  furono  lasciate 
da  parte.  Laonde  passarono  molti  anni  fino  al 
tempo  de]  gran  Giuliano  de' Medici,  il  quale  ne 
fece  dono  al  fratello  Cardinale,  che  essendo  as- 
sento al  Sommo  Pontificato,  le  diede  a  Giacopo 
Sadoleto,  che  fu  poi  cardinale,  huomo  di  molte 
lettere  e  di  bellissimo  e  chiarissimo  ingegno.  Oc- 
corse doppo  alquanti  anni  che  essendo  il  Bembo 
in  Roma  fatto  da  Papa  Leone  decimo  scrittore 
dei  brevi,  et  essendovi  parimente  il  Sadoleto, 
congiunto  come  di  virtù  cosi  di  singoiar  amistà 
e  benevolenza,  il  Sadoleto  le  donò  al  Bembo, 
che  le  tenne  fra  le  cose  più  care  tutto  il  tempo 
che  visse.  Doppo  la  morte  del  Bembo  con  molti 
altri  scritti  capitarono  in  mano  del  signor  Carlo 
Gualteruzzi,  che  le  diede  a  vedere  a  monsignor 
Carafa  già  Arcivescovo  di  Napoli,  e  questo  Pre- 
lato ultimamente  l'anno  1575,  doppo  una  pre- 
dica ch'io  feci  nella  sua  chiesa,  fra  molti  favori 
e  doni,  mi  fece  questo  di  queste  poche  rime,  le 
quali  sono  state  sempre  appresso  di  me  fino  al 
giorno  d'oggi».^  È,  prima  di  tutto,  ben  diffi- 
cile il  credere  che  se  il  Pilli  avesse  conosciuto 
queste  poesie,  e  le  avesse  credute  di  Cino,  si 
sarebbe   astenuto    dal   pubblicarle   insieme   colle 

1  Cosi  scrive  il  Tasso  nella  lettera  dedicatoria  Al  molto  Magni- 
fico et  Ecceìlentissimo  Sign.  Tomaso  Vecchia,  che  ha  la  data  del 
10  d'aprile  1586. 


74  CAPITOLO  III  —  GINO  DA  PISTOIA 

altre.  Che  cosa  poi  voglia  dire  quel  dar  loro  una 
compita  forma  non  s'intende.  Ancora  è  strano 
quel  passaggio  a  traverso  di  tante  mani;  e  piìi 
strano  il  sentire  che  Carlo  Gualteruzzi  diede  a 
vedere  le  poesie  al  Carafa,  e  che  il  Carafa  le 
regalò,  come  ricompensa  di  una  bella  predica, 
al  Francescano.  Ma  se  il  Gualteruzzi  le  aveva 
date  solamente  a  vedere,  come  poi  rimasero  in 
possesso  dell'  Arcivescovo ,  tanto  in  possesso , 
ch'egli  ne  dispose  come  di  cosa  propria?  Del 
resto  è  già  noto  che  nessuno  di  questi  quaran- 
taquattro componimenti  si  trova  in  manoscritti; 
ed  è  poi  facile  il  dimostrare  che  essi  sono  fat- 
tura di  qualche  petrarchista,  probabihnente  del 
secolo  XVI.  Il  primo  sonetto:  Fenice  unica  in 
ferra  in  cui  fortuna  ha  le  quattro  rime  in  egna 
uguali  a  quelle  del  sonetto  del  Petrarca:  Amor, 
Natura  e  la  helV  alma  umile.  Il  primo  verso  del 
sonetto  terzo  :  Posta  di  lauro  amor  fra  V  aureo 
crine  ricorda  subito  quello  del  Petrarca:  L'aura 
che  'l  verde  lauro  e  V  aureo  crine.  La  prima 
quartina  del  sonetto  29:  Questa  fiera  selvaggia 
indomit'  orsa  fa  pensare  alla  prima  quartina  del 
sonetto  Questa  umil  fera  un  cor  di  tigre  o  d'orsa. 
Il  motivo  COSI  caratteristico  di  quella  canzone  del 
Petrarca  :  5'  il  'l  dissi  mai,  eh'  i'  venga  in  odio 
a  quella,  è  stato  copiato  nel  sonetto  6°  che  co- 
mincia: S' i'  il  dissi  mai,  eh'  io  sia  legato  e  cinto, 
dove  il  s'io  il  dissi  mai  si  ripete  al  principio 
delle  quartine  e  delle  terzine,  come  al  principio 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  75 

d'ogni  stanza  nella  canzone.  Questi  esempi  si 
potrebbero  moltiplicare;  ma  ci  pare  che  bastino 
per  dimostrare  che  tutti  quei  componimenti  non 
si  possono  attribuire  a  Gino.  E  che  essi  sieno 
stati  fabbricati  coli'  intenzione  di  farli  passare  per 
cosa  del  Pistoiese,  è  chiaro  dal  trovarvi  così  fre- 
quentemente il  nome  di  Selvaggia.  Noi  vedremo 
in  seguito  che  questo  nome,  nelle  rime  autenti- 
che di  lui,  non  ricorre  che  pochissime  volte.  Qui 
invece  se  ne  fa  uno  scialo,  che  basterebbe  già 
per  sé  solo  a  mettere  in  sospetto.  Qui  la  Sel- 
vaggia, la  mia  Selvaggia,  la  Selva,  la  Selva  mia, 
la  Selva  gentile  ricorrono  ad  ogni  tratto.  E  spesso 
accanto  a  Selva  troviamo  anche  laura.  ^  Tutto 
ciò  basta  a  provare  la  non  autenticità  di  questi 
componimenti. 

Tra  le  poesie  della  raccolta  dell'Allacci  la 
canzone  204  può  lasciar  molto  dubbio. 

Nella  raccolta  del  Ciampi  propendiamo  a  cre- 
dere apocrifo  il  sonetto  244;  e  crediamo  una  fal- 
sificazione il  sonetto  256.  Del  sonetto  257  non 
è  neppur  da  parlare.  Ma  è  bensì  da  ammirare 
la  leggerezza  del  Ciampi,  che  stampa  un  sonetto 
di  Pip-po  di  Franco  Sacchetti  a  M.  Gino,  e  la 
Risposta  di  M.  Gino  a  Pippo,  e  si  contenta  di 
dire  :  Forse  sembrerà  a  taluno  che  questo  sonetto 
abbia   da    tenersi  per   apocrifo.   Più   ammirabile 


'  Ved.  per  es.   la  canzone    Tra   veì'di  fronde   e  rose   fresche  a 
l'aura,  dove  l'aura  ripetesi  ad  ogni  stanza. 


76  CAPITOLO  III  —  GINO  DA  PISTOIA 

ancora  è  il  Fanfani  che  ricopia  dall'  edizione 
Ciampi  il  sonetto,  sopprimendo  quelle  parole  al- 
meno dubitative.  Che  un  figliuolo  di  Franco  Sac- 
chetti potesse  carteggiare  con  Cino  da  Pistoia  è 
fatto  veramente  meraviglioso,  sapendo  che  il  Si- 
nibuldi  morì  nel  1336  o  ai  primi  del  37,  e  che 
Franco  nacque  circa  nel  1335.  Qui,  del  resto,  il 
Cino  che  rispondeva  a  Pippo  è  Cino  Rinuccini, 
poeta  del  secolo  xiv.  Lo  aveva  détto  fino  dal- 
l'anno 1858  il  mio   carissimo  Salvatore  Bongi.  ^ 

Nel  sonetto  260  ci  dà  qualche  sospetto  la  frase 
al  desio  che  monta  per  la  sua  conformità  con 
quella  del   Petrarca  e  'l  desir  monta  e  cresce.  ' 

I  quattro  Sonetti  265,  266,  267,  268  si  leggono 
non  in  un  codice,  ma  in  alcune  carte  sciolte  (ta- 
gliate probabilmente  da  un  codice)  le  quali  oggi 
dallo  Scappucci  sono  passate  al  signor  avv.  Carlo 
Bologna,  che  ha  avuto  la  cortesia  di  lasciarcele 
esaminare.  I  sonetti  hanno  in  fronte  la  sigla  (7; 
e  non  si  può  dubitare  che  questa  sigla  non  vo- 
glia dir  Cino,  poiché  si  trova  in  fronte  ad  altri 
sonetti  già  conosciuti  per  opera  di  lui.  Queste 
carte  sono  di  scrittura  del  secolo  xiv.  Ma  sulla 
loro  sola  autorità  non  saprei  accertare  quei  so- 
netti per  opera  di  Cino. 

Nel  sonetto  275  notiamo  un  verso:  Fu  peg-- 
gio  che'l  morir  farmi  contento,  il  quale  somiglia 

1  Veci.  Rime  di  M.  Cino  Rinuccini  Fiorentino ,  Lucca,  1858, 
pag.  VII,  nota. 

2  SoD.  Mie  venture  al  venir  son  tarde  e  pigre. 


APPUNTI  BIBLIOGRAFICI  77 

troppo  al  verso  del  Petrarca:  0  quani' era  'l 'peg- 
gior  farmi  contento}  L'altro  sonetto  276  è  chia- 
ramente una  falsificazione  conforme  a  quelle  già 
pubblicate  nel  secondo  libro  del  Tasso  a  pagine 
135  e  177. 

1  Son.  Come  va  7  mondo  !  or  mi  diletta  e  piace. 


79 


CAPITOLO  IV 


GLI  AMORI  DI  GINO 


Poiché  la  maggior  parte  delle  rime  di  Gino 
dei  Sinibuldi  sono  di  argomento  amoroso ,  sembra 
ragionevole  che  noi  rivolgiamo  la  nostra  atten- 
zione all'amore  del  poeta,  per  indagare  intorno 
ad  esso  più  e  diverse  cose.  Tutti  coloro  che  di  lui 
si  sono  occupati  ripetono  concordemente  ch'egli 
amò  e  cantò  Selvaggia  dei  Vergiolesi,  figliuola 
di  quel  Filippo  che  fu  a  Pistoia  capo  dei  Bianchi, 
e  che  ebbe  parte  notevole  nelle  vicende  della  sua 
patria.  Ciò  potrebbe  anche  esser  vero,  ma  oc- 
correrebbe prima  di  tutto  provare  che  Filippo  dei 
Vergiolesi  ebbe  una  figliuola  che  si  chiamò  Sel- 
vaggia; e  dopo  questo,  provare  ancora  che  essa 
appunto  fu  la  Selvaggia  di  Gino.  Ora,  tanto  per 
l'uno,  quanto  per  l'altro  fatto  ci  mancano  i  do- 
cumenti. Vero  è  che  di  una  Selvaggia  Vergiolesi 
amata  dal  Sinibuldi  parla  Pandolfo  Arfaruoli  in 
alcune  notizie  scritte  nel  1626,  e  che  si  dicono 
tratte  da  un  manoscritto,  ora  perduto,  del  1337. 
Ma,  0  quel  manoscritto  del  1337  è  una  invenzione, 


80  CAPITOLO   IV 

o  fino  dal  1337  si  narravano  di  Gino  cose  non 
vere.  Esaminiamo  lo  scritto  deirArfariioli.^  E  pri- 
ma di  tutto  notiamo  non  essere  privo  di  qualche 
stranezza  che  propriamente  si  scrivessero  quelle 
notizie  della  vita  di  Gino  nel  37,  cioè  pochi  mesi 
dopo  la  sua  morte,  che  accadde  tra  il  23  decem- 
bre  1336  e  il  28  di  gennaio  delFanno  successivo.- 
Ma  passiamo  pure  sopra  ciò.  Dice  dunque  TAr- 
faruoli  che  il  padre  di  Gino  mori  quando  questi, 
giovinetto  ancora,  studiava  a  Bologna,  «per  la 
cui  morte  tornò  a  Pistoia,  e  si  desviò  alquanto 
dalli  studi,  essendo  molto  inclinato  all'amore  di 
M.*  Selvaggia  diM.  Filippo  Vergiolesi,  bellissima 
di  corpo,  et  in  particolare  gli  occhi,  quale  M. 
Gino  nelle  sue  Ganzone  loda  tanto,  nominandola 
da  Vergiuole,  come  lo  manifesta  il  suo  sonetto  24*^, 
Lasso  pensando  alla  desindia  valle,  sino  al  2^ 
verso  del  2P  quaderno  in  quel  verso:  CK  io  passai 
dalle  piante  di  Vergiole\  disse  da  Vergiole  per- 
chè la  famiglia  de' Vergiolesi  era  derivata  da  quel 
luogo,  e  tuttavia  vi  avevano  beni  e  gran  posses- 
sioni». Sembra  chiaro  adunque  che  TArfaruoli,  a 
provare  l'amore  di  Gino  per  la  Vergiolesi,  si  fondi 
sul  sonetto  :  Lasso  pensando  alla  distrutta  valle. 
Questo  sonetto  si  legge  nel  codice  Gasanatense  d. 
V.  5,  f.  89  v,  nel  cod.  della  Biblioteca  Univer- 
sitaria di  Bologna   n"    1289,  e.   99  v.;  nell'edi- 

1  Ved.  in  Chiappelli,  Vita  e  Opere  giuridiche  di  Cino  da  Pistoia 
con  molti  documenti  inediti,  Pistoja,  1881,  pag.  99  sgg. 

2  Ved.  Sebastiano  Ciampi,   Vita  e  Poesie  di  M.  Cino,  Pisa  1813. 


GLI  AMORI  DI  GINO  81 

zione  Pilli  e  in  quella  di  Faustino  Tasso.  Dal 
Pilli  s'intende  che  passò  poi  nel  Ciampi  e  negli 
altri  posteriori.  Nel  Casanatense  e  nel  Bolognese 
sta  scritto  così: 

Lasso  pensando  a  la  distrutta  valle 
Spesse  fiate  del  mio  natio  suole... 

Questo  suole,  evidentemente  usato  per  suolo, ^  di- 
venta un  sole  nel  testo  del  Pilli,  e  nel  natio  sole 
ci  comincia  ad  apparire  Selvaggia.  Ma  dovè  certo 
sembrare  strano  che  il  poeta  dicesse  di  pensare 
alla  valle  distrutta  della  sua  donna  nativa,  e 
probabilmente  venne  allora  fuori  la  correzione 
che  sta  nel  testo  del  Tasso  : 

Lasso  pensando  a  la  distrutta  valle 

E  picciol  borgo  u'  nacque  il  mio  bel  Sole. 

Con  ciò  si  raggiungevano  due  intenti:  si  can- 
cellava quel  natio  sole,  e  si  rendeva  piiì  chiara, 
più  certa,  piiì  immediata  l'allusione  alla  donna. 
Si  faceva,  anzi,  anche  qualche  cosa  di  piìi:  si 
dava  a  Cino  un  verso  che  somigliava  ad  un  verso 
del  Petrarca: 

Ed  or  di  picciol  borgo  un  Sol  n'ha  dato." 


J  Cosi  Dante  figliuole  "^er  figliuolo  nel  sxiii  del  Purgatorio: 
Lo  più  che  padre  mi  dicea  :  figliuole, 
Vienne  oramai  ecc. 

Cino  stesso  usa  figliuole  nel  son.  Apparvemì  Amor  subitamente.  Si 
trova  anche  fumé,  pome,  ame,  guerriere  ecc.  Veci.  Nannucci,  Teo- 
rica dei  nomi. 

2  Nel  son.   Quel  eh'  in  finita  provvidenza  ed  arte. 

Bartoii.  —  SI.  della  Let!er:it.  Ital.  —  Voi     IV.  C 


82  CAPITOLO   IV 

Non  mi  pare  che  si  possa  nemmeno  discutere 
r  autenticità  del  verso  del  testo  Tasso.  Quindi  co- 
piatore è  colui  che  ha  rifatto  il  testo  del  sonetto 
attribuito  a  Gino. 

Seguitiamo  a  leggere  il  cod.  Casanatense: 

Cotanto  me  ne  'ncende  et  me  ne  dole 
Che  '1  pianto  dal  cor  fin  a  gli  occhi  salle. 

Quest'ultimo  verso  non  è  di  misura.  E  c'è  quel 
salle  per  sale  che  non  è  bello.  Nel  Pilli  è  stato 
mutato  cosi: 

Che  '1  pianto  al  cor  intìn  da  gli  occhi  valle. 

Si  capisce  che  siasi  voluto  fare  sparire  il  salle. 
Ma  col  salle  s'è  fatto  sparire  anche  il  senso  co- 
mune. Infatti  si  capisce  che  il  poeta  abbia  detto  : 
il  pianto  sale  dal  cuore  fino  agli  occhi;  ma  non 
già:  il  pianto  scende  dagli  occhi  al  cuore,  perchè 
il  dolore  non  comincia  dagli  occhi,  ma  dal  cuore, 
e  le  lacrime  sono  un  effetto  del  dolore.  Nel  Tasso 
5' è  aggiustata  la  misura  del  verso  lasciando  il  salle: 

Che  '1  pianto  del  mio  core  agli  occhi  salle. 

Andiamo  avanti  sul  testo  Casanatense: 

Et  rimembrando  ne  le  nove  talle 
Ch'ivi  son  de  le  piante  di  Vergiole, 
Più  meco  l'alma  dimorar  non  vole, 
Sì  la  speranza  del  tornar  mi  falle. 

Questa  quartina,  che  con  lievi  varianti  si  legge 
nel  Pilli  (il  quale  stampa  in  grossi  caratteri  ma- 


GLI  AMORI  DI  GINO  83 

iuscoli  la  parola  Vergiole)  e  nel  Tasso,  contiene 
la  magica  parola  che  ha  probabilmente  contri- 
buito a  creare  una  Selvaggia  dei  Vergiolesi,  cioè 
la  parola  Vergiole.^  Ma  esaminiamo.  Il  poeta  ha 
detto  nella  prima  quartina  che  pensando  alla  sua 
valle  distrutta,  evidentemente,  distrutta  dalle  fa- 
zioni, egli  non  può  trattenere  le  lacrime.  Che  cosa 
possono  essere,  dunque,  le  nove  talle  de  le  piante 
di  Vergioleì  Se  anche  volesse  intendersi  i  nuovi 
discendenti,  i  nuovi  rampolli  della  famiglia  Ver- 
giolesi, ciò  non  avrebbe  nulla  che  fare  con  una 
qualunque  Selvaggia;  sarebbe  anzi  ridicolo  il 
dire  eh'  egli  desidera  di  tornare  a  veder  la  sua 
donna,  rimembrando  le  nove  talle  della  famiglia 
di  lei.  Ma  quando  noi  sappiamo  che  un  Lippe  o 
Filippo  dei  Vergiolesi  fu  capo  della  parte  Bianca, 
della  parte  a  cui  appartenne  Gino,  non  è  forse 
agevole,  ovvio,  naturale  il  senso  di  quei  versi? 
Pensando  ai  nuovi  aderenti  della  parte  capita- 
nata dal  Vergiolesi,  pensando  alle  nuove  gene- 
razioni che  crescono  all'odio  dei  nostri  nemici, 
io  morirei,  egli  dice,  se  non  avessi  speranza  di 
ritrovarmi  in  mezzo  a  loro.  Noto  qui  che  il  cod. 
Casanatense  ed  il  cod.  dell' Univ.  Bologn.  1289 
hanno  in  fronte  al  sonetto  queste  parole:  «  Es- 
sendo a  prato  ribello  di  pistola  ».  È  dunque  la 
parola  dell'esule  che  si  volge  alla  cara  patria;  è  il 
desiderio   del  povero  e   perseguitato   ribelle   che 

1  Ved.  Ciampi,  Vila  e  poesie  ecc.,  p.  25. 


84  CAPITOLO  rv 

anela  di  trovarsi  di  nuovo  in  mezzo  ai  suoi  con- 
cittadini serbatisi  fedeli  alla  parte  Bianca.  Non 
è  l'amante,  ma  è  il  patriota  che  scrive.  E  non  fa 
difficoltà  la  terzina  che  segue,  e  che  è  stata, 
credo,  la  cagione  di  tutta  l'erronea  interpetra- 
zione  del  sonetto  : 

Et  senza  haver  creder  lo  frutto  mai 
Sol  di  veder  lo  fior  era  '1  diletto, 
Che  mentre  ch'altro  vidi  non  pensai. 

Così  ha  il  Casanatense.  Ed  è  certo,  almeno 
il  primo  verso,  spropositato.  Ma,  con  tutti  gli 
spropositi  che  possono  esservi,  il  senso  è  chiaro: 
un  senso,  s'intende  che  stia  in  relazione  con  ciò 
che  precede.  Dopo  aver  detto  che  morirebbe,  se 
non  avesse  la  speranza  di  tornare,  seguita  il 
poeta  dichiarando  che  coli'  agognare  il  ritorno 
non  crede  già  aver  lo  frutto,  cioè  non  crede  ve- 
dere la  vittoria  della  parte  Bianca;  ma  gli  basta 
veder  il  fiore,  vedere  le  speranze  di  questa  vitto- 
ria, quasi  assistere  al  prepararsi  di  questa  vittoria, 

Che  mentre  eh'  altro  vidi  non  pensai. 

Quel  frutto  e  quel  fiore  hanno  invece  fatto 
pensare  alla  donna  amata,  forse  per  rimembranza 
del  verso  del  Petrarca: 

Che  al  desiato  frutto  era  sì  presso,  i 


1  Son.  Se  col  cieco  desir  che  7  cor  dìstmgge. 


GLI  AMORI  DI  GINO  85 

Ma  se  della  donna  non  si  parla  nei  versi  prece- 
denti, se  non  ce  n' è  il  più  lontano  accenno,  come 
può  essa  scappar  fuori  qui  tutt'  a  un  tratto  ?  Il 
Ciampi  annota  con  una  invidiabile  disinvoltura: 
«  il  poeta  vuol  far  intendere  la  purità  della  sua 
amicizia  con  M.  Selvaggia».^  Ma  noi  non  ci  acquie- 
teremo davvero  a  queste  parole,  gittate  là  per  un 
preconcetto,  e  non  giustificate  in  nessuna  ma- 
niera dal  testo  della  terzina.  La  metafora  del 
frutto  e  del  fiore  si  deve  per  necessità  logica 
riferire  a  quello  di  cui  parlasi  nelle  quartine,  e 
nelle  quartine  non  esiste  parola  che  si  riferisca 
ad  amore  di  donna,  ma  invece  vi  si  parla  della 
patria  chiarissimamente.  E  ciò  riceve  poi  conferma 
luminosa  dall'ultima  terzina,  dov'è  detto,  secondo 
la  lezione  Casanatense: 

0,  credere'  per  lor  nel  Macometto, 
Dunque,  parte  crudel,  perchè  mi  fai 
Pena  sentir  d'il  mal  cirio  non  commetto? 

Chi  possono  essere  quei  lor^  pei  quali  il  poeta 
rinnegherebbe  la  fede,  si  farebbe  turco,  crede- 
rebbe in  Maometto?^  ahi,  se  non  le   nove  falle 

1  Op.  cit.,  p.  30. 

2  E  curioso  a  notare  che  il  primo  verso  di  questa  terzina,  bellis- 
simo nel  Casanatense,  si  muta  cosi  nel  Pilli: 

E  se  creder  non  vog-lio  in  Macometto  , 
dicendo  tutto  il  contrario.  E  il   Macometto   sparisce    poi   affatto   nel- 
l'edizione di  Faustino  Tasso  che  ha: 

Né  so  d'esser  tenuto  anch' a  sospetto, 
Dunque,  sorte  crudel,  perchè  mi  fai 
Pena  sentir  del  mal  eh'  io  non  commetto  \ 


86  CAPITOLO   IV 

delle  piante  di  Vergioleì  Ma  che  cosa  c'entra 
dunque  in  tutto  questo  la  donna?  E  che  cosa, 
poi,  nel  rivolgersi  alla  paiate  crudele  che  gli  fa 
portare  la  pena  del  male  che  non  ha  commesso? 

Ci  pare  da  tutto  questo  di  potere  legittima- 
mente concludere  che  nel  sonetto  in  questione 
non  si  rinviene  alcun  accenno  a  nessuna  donna 
amata  da  Gino ,  e  tanto  meno ,  come  sostiene 
l'Arfaruoli,  ad  una  Selvaggia  dei  Vergiolesi. 

Ma  procediamo  ancora.  È  egli,  questo  Arfa- 
ruoli,  pili  veritiero  nelle  altre  sue  asserzioni?  Leg- 
giamo il  seguito  delle  sue  preziose  rivelazioni. 
Gino,  secondo  lui,  «  amò  ancora  un'altra  donna, 
non  per  offesa,  ma  per  coprire  e  tener  vivo  il  primo 
amore,  essendo  già  morta  Mad.  Selvaggia,  e  più 
per  ricreazione  delli  suoi  studi  che  per  lascivia; 
che  fu  una  tale  donna  Marchesina  Malespina,  il 
che  fa  chiaro  il  suo  sonetto  39°  che  comincia: 
Cessando  di  trovar  lamella  in  oro. 

Strani  questi  amori  di  poeti  che  si  assomi- 
gliano tanto!  Anche  Gino,  come  Dante,  fìnse  di 
amare  una  donna  per  nascondere  V  amore  che 
portava  ad  un'altra!  E  sia  pure.  Questa  seconda 
donna  sarebbe  una  Marchesina  Malaspina,  come 
canta  il  sonetto  39*^.  Ed  è  vero.  Nel  testo  del 
Pilli  ed  in  quello  di  Faustino  Tasso  si  parla  di 
una  marchesa  Malaspina: 

Cercando  di  trovar  lumera  in  oro 
Di  quel  saper,  cui  gentilezza  inchina, 


GLI  AMORI  DI  GINO  87 

M'ha  punto  '1  cor  raarchesa  Malaspina 
In  guisa  che  versando  '1  sangue  io  moro.  ^ 

Ma,  sventuratamente  per  TArfaruoli,  tre  co- 
dici contengono  quel  sonetto,  il  Laurenziano  Re- 
diano 151,  il  Riccardiano  1103  e  il  Casanatense 
d.  V.  5.  Ora ,  questi  tre  codici  hanno  ciliarissima- 
mente e  concordemente  non  già  marchesa  Mala- 
spina,  ma  sibbene  marchese  Malaspina;  anzi  il 
Rediano  (e.  112r)  aggiunge  in  fronte  al  sonetto 
queste  parole:  «  Sonetto  di  messer  Gino  da  Pi- 
stoia mandò  al  marchese  Malaspina  ».  Dunque? 
Dunque  pare  che  la  Marchesina  dell' Arfaruoli  spa- 
risca affatto.  Che  cosa  dobbiamo  per  conseguenza 
pensare  del  manoscritto  del  1337?  Che  esso  non 
esistè  mai ,  o  che  raccontava  cose  non  vere. 

Tolto  di  mezzo  il  racconto  delFArfaruoli ,  cosa 
rimane  a  provarci  l' amore  di  Cino  per  Selvaggia 
de' Vergiolesi?  Rispondesi  da  alcuni:  ci  sono  i 
versi  del  Petrarca: 

Ecco  Dante  e  Beatrice  ;  ecco  Selvaggia , 
Ecco  Gin  da  Pistoia  - 

Non  è,  veramente,  una  grande  scoperta  che 
Cino  canti  una  donna  sotto  il  nome  di  Selvaggia. 

i  A  questo  sonetto  si  è  detto  da  alcuni  che  rispondesse  Dante,  a 
nome  di  Moroello  Malaspina,  coir  altro  san.  Degno  favvi  trovar  ogni 
tesoro,  già  pub.  dal  Tasso  (pag.  121),  e  ripubbl.  poi  da  altri.  Ved. 
Etritria,  I,  276,  e  cfr.  Witte,  Rime  in  testi  ant.  attrib.  a  Dante, 
nelle  Dante- Forschungen,  II,  561. 

-  Trionfo  d' Amore. 


88  Capitolo  iv 

Ma  questo  solo  ci  è  detto  dal  Petrarca.  Che  poi 
Selvaggia  fosse  il  nome  vero  della  donna,  e  tanto 
meno  che  appartenesse  alla  famiglia  dei  Vergio- 
lesi,  non  pare  che  il  Petrarca  lo  dica. 

Vediamo  ora  quali  sono  i  luoghi  delle  rime 
dove  questo  nome  apparisce,  e  indaghiamo  che 
cosa  si  possa  da  essi  ritrarre.  Nel  sonetto  :  U  af- 
fìro  che  del  vostro  viso  7''aggia/  e  nelF altro:  Saper 
vorrei  s' amor  che  venne  acceso,- sì  ha  una  fera 
selvaggia  : 

Come  d'una  crudel  fera  selvaggia; 
Una  selvaggia  fera  esser  pietosa. 

Cosi  nell'uno  come  nell'altro  selvaggia  è  un  ag- 
gettivo, un  innocente  aggettivo  e  niente  più. 
Si  ha  un  avverbio  selvaggiamente  nel  son.  8^, 
Vita  n'avrò  se  non  selvaggiamente.'^  Ancora  si 
ha  una  selvaggia  gente;  ^  una  pianta  selvaggia)  ^ 
un' e  Itera  selvaggia;^  una  selvaggia  d'amore.'' 
Finqui  ci  può  essere  allusione  al  nome,  ma  il 
nome  non   c'è.  Selvaggia,  come  vero  e  proprio 

1  Cod.  Chig.,  n.  270. 

"  Cod.  Chig.,  n.  255. 

3  Cod.  Chig.,  n.  254. 

*  Nel  son.  Ciò  di'  i'  veggio  di  q^'a  m  é  mortai  duolo;  e  nella 
canz.  Si  m'ha  conquiso  la  selvaggia  gente;  se  pure  quest'  ultinaa  è 
autentica. 

5  Nel  son.  Pianta  selvaggia  a  ine  sommo  diletto  ;  ma  dubito  molto 
dell'autenticità  di  questo  sonetto,  specialmente  a  cagione  dell'ultimo 
verso.  Esso  non  è  in  nessun  cod.  da  me  conosciuto. 

fi  Nel  son.  Se  conceduto  mi  fosse  da  Giove. 

'  Nel  son.  Ben  dico  certo  che  non  è  riparo;  il  quale  è  adesp. 
nel  Chigiano,  ma  tra  rime  di  Gino. 


GLI  AMORI  DI  CIXO  89 

nome,  in  poesie  della  cui  autenticità  non  sia  dato 
dubitare ,  si  trova  in  tutto  il  grosso  volume  delle 
rime,  cioè  in  più  di  centocinquanta  sonetti,  di  ven- 
tisei canzoni,  di  ventidue  ballate,  in  più,  insomma, 
di  ceiitonovanta  componimenti,  quasi  tutti  amo- 
rosi, si  trova  quattro  sole  volte.  Nel  sonetto:  Io 
fui  "n  SIC  l'alto  e  'a  su'l  beato  monte,  l'ultima 
terzina  dice: 

Ma  poi  (!lie  non  m'intese  il  mio  Signore, 
Mi  dipartii,  pur  chiamando  Selvaggia: 
L'Alpe  passai  con  voce  di  dolore. 

Nella  canzone:  Mille  volte  ne  chiamo  el  dì  mer- 
cede, si  ha  il  verso:  E  cerca  di  Selvaggia  ogni 
contorno.  Finalmente  nella  canzone:  Lo  gran 
disio  che  mi  stringe  cotanto ,  la  parola  selvaggia 
*ricorre  quattro  volte,  due  come  nome,  due  come 
aggettivo.  Come  nome  nei  versi  seguenti: 

Ancor  che  quando  in  vostra  beltà  miro 

Che  fugge  il  saver  nostro,  quanto  e  come 

Selvaggia  v'è  il  bel  nome, 

Né  fuor  di  sua  propietà  lo  tiro  • 


E  non  vi  sie  'n  disgrato 
*       Se  da  me  parte  chiamando  Selvaggia  ^ 
L'anima  mia  eh' a  voi  servente  vene. 

Ed  ora  noi  domandiamo:  possono  questi  quat- 
tro luoghi  delle  rime   autorizzare  a  credere  che 

1  II  Cbig.   ha  sei.    Ma  che  si  debba  legger  Selvaggia   lo    dice  lo 
schema  ritmico  della  stanza. 


90  CAPITOLO   IV 

una  donna  chiamata  veramente  Selvaggia  fosse 
amata  da  Gino?  È  propriamente  un  caso  che 
questa  donna  avesse  un  nome,  il  quale  si  pre- 
stasse così  bene  a  un  altro  senso,  ed  a  quel  senso 
precisamente  che  predomina  nelle  poesie  del  No- 
stro, e  che  gli  offre  occasione  a  tutti  quegli  epi- 
teti di  selvaggia  come  donna  priva  di  pietà?  È 
stato  da  alcuni  citato  il  verso ,  che  è  il  primo 
d^un  sonetto: 

Se  '1  vostro  cor  del  forte  nome  sente. 

Ma  che  valore  ha  una  simile  citazione?  Ammet- 
tiamo pure  che  il  forte  nome  sia  un'allusione  al 
nome  di  Selvaggia;  e  che  per  ciò  ?  Se  Selvaggia 
fosse  un  nome  immaginario,  il  verso  ricordato 
non  proverebbe  in  contrario  nulla,  e  non  vor- 
rebbe dire  altro  che:  se  il  vostro  cuore  sente  di 
quel  nome  col  quale  vi  chiamo,  che  io  vi  attri- 
buisco; se  voi,  insomma,  siete  selvaggia  di  cuore 
com'  è  selvaggio  il  vostro  nome  poetico ,  io  non 
vi  chiederò  mai  mercede. 

Di  fronte  a  questi  resultati  negativi,  desunti 
dair  esame  della  narrazione  dell' Arfaruoli  e  delle 
rime,  abbiamo  noi  da  porre  qualche  cosa  di  po- 
sitivo? Mi  pare  di  si.  C'è  un  sonetto,  sfuggito, 
per  quanto  io  so,  a  tutti  coloro  che  hanno  par- 
lato di  Gino ,  il  quale  ci  dice  nel  modo  più  aperto- 
e  più  luminoso  che  egli  voleva  nascondere  chi 
fosse  la  donna  da  lui  amata,  che  egli  la  celava 


GLI  AMORI  DI  GINO  91 

agli  Sguardi  profani  in  guisa  che  nessuno  potesse 
indovinarne  il  nome: 

A   vano  sguardo  et  a  ftilsi  sembianti 
Celo  colei  che  nella  mente  ho  pinta, 
E  covro  lo  desio  di  tale  infìnta, 
Ch'altri  non  sa  di  qual  donna  io  mi  canti.  ^ 

0  supponete,  dunque,  se  vi  riesce,  eli' egli 
amasse  la  figliuola  di  Filippo  dei  Vergiolesi,  ch'ei 
la  chiamasse  col  suo  nome  di  battesimo,  con  un 
nome  che  tutta  Pistoia  doveva  conoscere,  e  che 
poi  venisse  a  dirci  che  copriva 

lo  disio  di  tale  infinta, 

Ch'altri  non  sa  di  qnal  donna  io  mi  canti. 

Ma  a  me  la  verità  par  proprio  questa:  noi  non 
sappiamo  di  qual  donna  egli  canti  ;  noi  anzi  ve- 
diamo nelle  belle  poesie  del  Sinibuldi  varie  figure 
di  donna,  che  ci  passano  davanti  agli  occhi  in 
atteggiamenti  diversi;  vediamo  la  bionda  e  la 
bruna,  la  superba  e  la  pietosa,  ed  ignoriamo  per 
quale  di  esse  sieno  state  scritte  le  varie  poesie,  le 
poesie  deiralta  ideahtà  e  quelle  del  realismo  senza 
veli  :  ignoriamo  anzi  se  ci  sieno  poesie  scritte  per 
una  donna  sola,  o  se  tutte  collettivamente  non 
abbiano  ispirato  il  poeta,  vagheggiatore  di  una 
bellezza  unica  divisa  in  tanti  esseri  amati. 


^  Questo  sonetto  trovasi,  come  già  è  detto  nell'altro  capitolo,  nel 
cod.  Barber.  XLV,  47;  nelle  ediz.  Allacci  e  Ciampi. 


92  CAPITOLO   lY 

Gli  amori  di  Gino  furono  molti.  Come  fareb- 
bero i  critici  a  distinguere  quello  di  Selvaggia 
dagli  altri?  Direbbero  forse  che  l'amore  di  Sel- 
vaggia è  il  più  profondo,  il  più  elevato,  il  più 
puro?  Ebbene,  se  lo  dicessero,  direbbero  male. 
Sapete  voi  quello  che  egli  desidera  di  questa 
ideale  Selvaggia?  Ei  vorrebbe,  se  potesse,  mu- 
tarla in  im  bel  faggio,  e  vorrebbe  fare  di  sé  Tol- 
lera su  quel  faggio  abbarbicata: 

Ma  se  potessi  far  come  quel  Dio, 
'Sta  donna  muterei  in  bella  faggia, 
E  mi  farei  un'  ellera  d' intorno.  ^ 

Né  ci  é  dubbio  che  questa  donna  non  sia  Sel- 
vaggia, perchè,  nella  terzina  che  segue,  Selvaggia 
è  nominata: 

Ed  un  ch'io  taccio  per  simil  disio 
Muterei  in  uccello,  che  ogni  giorno 
Canterebbe  sull'  ellera  selvaggia. 

Bell'idealità,  invero,  pm^issimo  sogno  del  pu- 
dico e  timoroso  amante  per  l'angelica  donna! 
Né  noi  di  questo  lampo  di  sensualità  ci  dorremo; 
noi  anzi  plaudiremo  al  poeta  che  si  è  pure  una 
volta  ricordato  di  essere  uomo.  Ma  al  tempo 
stesso  non  anderemo  più  in  cerca  di  una  Sel- 
vaggia individuale,  perché  sentiamo  che  questa 
ci   svanisce   davanti,    se   vogliamo    guardare  ad 

1  Cod.  Barber.  XLV,  47. 


GLI  AMORI  DI  GINO  93 

occhi  aperti.  Non  intendiamo  già  con' ciò  di  ne- 
gare la  realtà  del  suo  amore.  Solamente  ne- 
ghiamo che  questo  amore  fosse  per  una  donna 
chiamata  realmente  Selvaggia;  e  diciamo  invece 
che  r amore  vero  fu  per  molte  donne,  e  che  si 
estrinsecò  poeticamente,  come  vedremo,  secondo 
quelle  forme  che  il  tempo ,  la  scuola  e  V  animo 
stesso  del  poeta  imponevano. 

Che  Gino  fosse  inchinevole  a  mutare  spesso 
di  affetti,  anche  senza  le  rime  di  lui,  ce  lo  dicono 
altri.  11  legista  Giulio  Claro  lo  chiama  maximus 
amator;  il  Farinaccio  dice:  delieta  carnis  omnes 
tangunt ,  et  mihi  crede  etiam  jurisperitos  et  eos 
quidem  excellentes,  proni  Cinum.  ^  Gino  istesso 
ci  ha  lasciato  scritto  che  a  lui  piacevano  piìi  i 
doni  dei  sospiri,  imo  suspirium  nihil  valet  sine 
dono.-  Di  un'eloquenza  senza  pari  è  il  sonetto  che 
gli  manda  Dante,  in  risposta  ad  uno  di  lui.^  Leg- 
giamo questa  corrispondenza  curiosa.  Gino  scrive 
a  Dante: 

Novellamente  Amor  mi  giura,  e  dice: 
D'una  donna  gentil  si  fa  riguardo, 


1  Chiappelli,  op.  cit.,  pag.  54-55. 

2  Ivi,  pag.  55. 

3  II  Chiappelli  cita  anche  un  sonetto  del  Petrarca  (pag.  54);  ma 
è  i\n  errore.  Quel  sonetto,  attribuito  da  alcuni  al  Petrarca,  e  il  mio 
dotto  amico  Antonio  Cappelli  lo  dice  chiaramente  {Che  cosa  è  Amore?, 
Modena,  1873,  pag.  8),  sarebbe  in  risposta  ad  un  sonetto  che  alcuni 
codd.  danno  a  Gino,  altri  ad  Antonio  Beccari,  ed  è  il  sonetto  già  edito 
dal  Cappelli  stesso:  Deh  dite  il  fonte  d' onde  nasce  Amore.  Ma  nella 
supposta  risposta  del  Petrarca  non  e'  è  rimprovero  alcuno  né  allusione 
agli  amori  del  proponente. 


94  CAPITOLO   IV 

Che  per  virtute  del  suo  nuovo  sguardo 
Ella  sarà  del  mi'  cor  beatrice. 

Io  e' ho  provato  poi  come  disdice, 
Quando  vede  imbastito  lo  suo  dardo, 
Ciò  che  promette,  a  morte  mi  do  tardo 
Che  non  potrò  contraffar  la  fenice. 

S' i'  levo  gli  occhi  e  del  suo  colpo  perde 
Lo  cor  mio  quel  poco,  che  di  vita 
Gli  rimase  d' un'  altra  sua  ferita. 

Che  farò,  Dante?  ch'Amor  pur  m'invita, 
E  d'altra  parte  il  tremor  mi  disperde, 
Che  peggio  che  l'oscur  non  mi  sia  '1  verde. 

11  senso  di  questo  sonetto  può  essere  qua  e 
là  dubbioso.  Ma  l'insieme  è  facile  a  capirsi.  Gino 
chiede  consiglio  all'amico  intorno  ad  un  suo  nuovo 
amore,  all'amore  di  una  donna  che  sarà  beatrice 
del  suo  cuore.  Io  credo  che  questa  frase  dispia- 
cesse a  Dante,  il  quale  dovè  vederci  una  profa- 
nazione della  beatrice  sua.  Certo  è  ch'ei  rispose 
iratamente,  direi  quasi  con  isgarbato  dispetto. 
Comincia  dal  dire  che  non  credeva  di  dover  ri- 
cevere all'età  sua  questi  sfoghi  amorosi: 

Io  mi  credea  del  tutto  esser  partito 
Da  queste  vostre  rime,  messer  Cino; 
Che  si  conviene  omai  altro  cammino 
Alla  mia  nave,  già  lunge  dal  lito. 

E  seo^uita  con  un  tremendo  rabbuffo: 


■'D' 


Ma  perch'i' ho  di  voi  più  volte' udito, 
Che  pigliar  vi  lasciate  ad  ogni  uncino, 
Piacemi  di  prestare  un  pocolino 
A  questa  penna  lo  stancato  dito. 


GLI  AMORI  DI  GINO  95 

Chi  s'innamora,  sicconae  voi  fate, 
E  ad  ogni  piacer  si  lega  e  scioglie, 
Mostra  ch'Amor  leggermente  il  saetti. 

Se  '1  vostro  cor  si  piega  in  tante  voglie, 
Per  Dio  vi  prego  che  voi  '1  correggiate. 
Sì  che  s'accordi  i  fatti  a' dolci  detti. 

Non  si  potrebbe  davvero  desiderare  più  so- 
lenne testimonianza  di  questa  degli  amori  molte- 
plici, delle' facili  passioni  del  Pistoiese,  che  si 
lasciava  pigliare  ad  ogni  uncino.  Ed  a  noi  preme 
fermare  V  attenzione  su  queir  ultimo  verso  : 

Sì  che  s'accordi  i  fatti  a' dolci  detti, 

perchè  esso  ci  dice  che  tra  le  rime  del  poeta  e  i 
suoi  amori  non  e'  era  sempre  accordo ,  cioè  che 
egli  scriveva  dolci  parole  e  poi  s'abbandonava 
ad  amori  d' altra  natura.  Noi  vedremo  in  seguito 
quello  che  Dante  dovè  voler  significare  coi  dolci 
detti.  Troveremo  infatti  tutta  una  larga  serie 
delle  rime  di  Gino  spirante  appunto  una  soave 
ed  angelica  dolcezza.  Ma  siamo  avvisati  :  a  quelle 
rime  non  s'accordano  i  fatti.  Tentò,  è  vero, 
dalla  fiera  accusa  di  difendersi  il  Sinibuldi ,  pro- 
testando eh'  egli  non  s'  era  mosso 

dalle  prime  dispietate  braccia; 

ed  aggiungendo  poi: 

Un  piacer  sempre  mi  lega  e  dissolve. 
Nel  qual  convien,  eh' a  simil  di  biltate 
Con  molte  donne  sparte  mi  diletti.  ^ 

1  Son.  Poi  eh'  io  fui.  Dante,  dal  mio  natal  sito. 


96  CAPITOLO  IV 

Ma  difendendosi  così,  egli  veniva  a  confessare 
colla  propria  bocca  la  verità  dell' accusa. 

E  le  molte  donne  sparte  nelle  rime  di  Gino , 
a  chi  guardi  un  po' attentamente,  ci  sono. 

Abbiamo  sentito  quali  fieri  rimproveri  gli  fa- 
cesse Dante.  Ma  Gino  era,  come  sembra,  espan- 
sivo. Parlava  volentieri  de'  propri  amori  agli 
amici.  Ed  eccolo  sfogarsi  con  Gherarduccio  Ga- 
risendi  : 

Amalo  Gherarduccio,  quand' i' scrivo, 

che,  rispondendogli,  lo  rimprovera  di  avere  il 
cuor  vano ,  disciolto  e  lascivo  (Tasso,  pag.  114); 
eccolo  sfogarsi  ancora  con  Guelfo  Taviani  d'una 
bella  Pisana  dalla  bionda  treccia,  che  gli  ha  fe- 
rito il  cuore;  ^  e  finir  poi  col  dire: 

Se  non  ch'io  porto  nella  mente  Teccia; 

cioè,  fortuna  ch'io  sono  innamorato  di  Teccia,  se 
no  m'invaghirei  della  Pisana.  -  Non  gli  risparmia 
neppure  il  Taviani  le  sue  osservazioni,  e  gli  ri- 
corda, rispondendogli,  Selvaggia,^  e  gli  dice  che 


1  Son.  Al  mio  parer  non  è  chi  'n  Pisa  porti.  Vedi  il  testo  Chi- 
giano. 

^  Che  Teccia  sia  nome  di  donna  è  chiaro  dalia  risposta  del  Ta- 
viani, nell'ediz.  Tasso,  pag.  117.  Al  son.  Al  mi' parer  rispose  il 
Taviani  con  quello:  Molto  li  tuoi pensier  mipainn  torti  (Tasso,  p.  116; 
Chiappelli,  233).  Al  son.  Alla  battagia  ove  Madonna  abbatte  il  Ta- 
viani rispose  con  quello:  Pensando  cotne  i  tuoi  sermoni  adatte  (Tasso, 
pag.  117).  Queste  risposte  del  Taviani  si  leggono  nel  cod.  Casanatense 
d.  V.  5,  carte  98-99. 

3  Si  noti  bene:  il  Taviani  mette  perfettamente  a  pari  Selvaggia 


GLI  AMORI  DI  CIXO  97 

egli  usa  false  carie  ad  Amore.  Ma  non  pare  che 
giovasse.  Altre  treccie  bionde  seguitarono  ad  am- 
maliarlo ,  0 ,  come  egli  dice ,  a  ritenerlo  stretto 
come  uccello  nel  vischio: 

Omè  eh'  io  sono  all'  amoroso  nodo 
Legato  con  due  belle  trezze  bionde, 
E  strettamente  ritenuto,  a  modo 
D'uccel  eh' è  preso  al  vischio  tra  le  fronde. ^ 

Né   le    bionde  treccie    solamente,   ma    anche   le 


col   Cavaliere  che  è  la  Pisana.  Anzi   i  suoi  versi  ci  provano  che  i  due 
amori  furono  simultanei  (Seguo  la  lez.  data  dal  Chiappelli): 

Molto  li  tuoi  peusier  mi  paion  torti 
Per  ciò  che  la  tua  mente  ii'  è  socrinta, 
Tanto  in  Selvaggia  'n  sin  hora  1'  hai  spinta, 
Et  mo'  al  Cavalier  gitti  le  sorti. 

Par  clie  ti  uutrigasi  lungo  gli  orti, 
Voler  jjortar  di  duo  la  cera  tinta j 
Contra  ragion  d'  amor,  che  non  ha  'ufinta 
La  "ntenza  tua,  et  dratti  desìi  eorti. 

I  de^u"  corte  si  riferiscono  tanto  a  Selvaggia,  quanto  alTaltra.  Osservo 
ancora  che  il  nominare  una  delle  due  donne  col  soprannome  datole  da 
Cino  (il  Cavaliere)  avvalora  la  supposizione  che  anche  l'altra  (Sel- 
vaggia) sia  designata  con  il  soprannome  usuale.  Ma  c'è  di  più.  Il  so- 
netto 1°  di  Cino  al  Taviani  dice  che  s'innamorerebbe  del  bel  Cavalier, 
se  non  avesse  Teccia  nella  mente.  Il  Taviani  risponde:  ma  come  puoi 
tu  portare  la  cera  tinta  di  due?  E  nomina  Selvaggia  e  il  Cavaliere. 
Teccia  e  Selvaggia  sembra  dunque  che  sieno  la  stessa  persona.  Questo 
Guelfo  Taviani  doveva  essere  un  pistoiese.  Il  Ciampi  dice  che  un  ramo 
degli  Ughi-Taviani-Franchini  (discendente  da  quegli  Ughi,  a  cui  ap- 
partenne la  moglie  di  Cino)  si  manteneva  ancora  ai  suoi  tempi  a  Pistoia. 
Vita  e  poesie,  pag.  27.  Di  esso  Taviani,  oltre  i  due  sonetti  a  Cino,  si 
ha  pure  un  sonetto  a  Cecco  Angiolieri,  stampato  già  dal  Cappelli  [Otto 
Sonetti  del  secolo  XIV,  Modena,  1868)  e  ristampato  dal  D'Ancona 
(Studi  di  Crit.  e  Star,  letto:,  p.  139). 
1  Cod.  Parmense  1081,  e.  98v. 

Bartoli.  —   St.  della  Lt-tterat.  Udì.  —  Vii).   IV.  7 


98  CAPITOLO   IV 

nere  gli  piacquero,  poiché  d'una  donna  dalle  nere 
chiome  mi  pare  evidente  che  parli  questo  sonetto  : 

Per  una  merla  che  d'intorno  al  volto 
Sovra  volando  di  sicur  mi  venne, 
Sento  ch'amore  è  tutto  in  me  raccolto 
Lo  quale  uscio  de  le  sue  nere  penne, 

Ch'a  me  medesmo  m'ha  furato  e  tolto, 
Né  d'altro  mai  poscia  non  mi  sovenne, 
E  non  mi  vai  trasmessere  (?)  in  volto 
Più  che  colui  che  '1  simile  sostenne. 

Io  non  so  come  ad  esser  mi  ritorni, 
Che  questa  merla  m'ha  sì  fatto  suo, 
Che  sol  voler  mia  libertà  non  oso. 

Amico,  or  metti  qui  '1  consiglio  tuo. 
Che  s'egli  avien  pur  ch'io  così  sogiorni, 
Almen  non  viva  tanto  doloroso. 

Notate,  vi  prego,  in  questo  sonetto  T espres- 
sione di  un  affetto  che  pare  profondo.  Non  sono 
fugaci  capricci ,  se  almeno  la  poesia  non  men- 
tisce, ma  passioni  vere  quelle  di  Gino.  Come  si 
può  esprimerlo  meglio  di  così? 

.  .  .  questa  merla  m'ha  sì  fatto  suo. 
Che  sol  voler  mia  libertà  non  oso. 

E  se  la  merla  fosse,  come  pur  potrebb' es- 
sere, la  donna  istessa  che  altrove  chiama:  quella 
oscura,  velata  in  un  amanto  negro, ^  tanto  più 
avremmo  ragione    di    credere   ad   un    amore   in- 

^  Son.    Amico  s' egualmente  mi  richange. 


GLI  AMORI  DI  GINO  99 

tenso/  e  cagione  di  forte  dolore  al  poeta.  Sicu- 
ramente però  non  da  tutti  i  suoi  amori  ritrasse 
egli  quel  dolore,  che  sa,  come  altrove  vedremo, 
così  altamente  cantare.  Ci  sono  anche  i  versi  del- 
l'amore  felice,  dell'amore  corrisposto.  Si  legga 
questa  terzina: 

Deh,  chi  potria  sentir  d'amor  ma'  doglia, 
Avendo  'n  tanta  altura  su'  cor  messo , 
E  ancor  più  che  so  eh'  è  ben  sua  voglia  ?  ^ 

E  più  si  legga  questo  sonetto,  dove  combattono  la 
speranza  e  il  timore,  pur  rimanendo  la  prima  vin- 
citrice : 

Ora  che  rise  lo  spirito  mio 
Doneava  il  penserò  entro  lo  core, 
E  con  mia  donna  parlando  d'amore 
Sotto  pietade  si  covria  il  disio. 

Perch'olla  il  chiama  la  follia  ched  io 
Voi  seguendo  e  mostrone  dolore, 
E  par  eh'  i'  sogni  e  sia  com'  om  eh'  è  fore 
Tutto  del  senno ,  e  sé  stesso  à  "n  oblio. 

Per  questo  donear  che  fa  '1  penserò, 
Fra  me  medesmo  vo  parlando  e  dico 
Che  '1  suo  sembiante  non  mi  dice  vero , 

Quando  si  mostra  di  pietà  nemico, 
Ch'a  forza  pare  che  lo  faccia  fero! 
Perch'io  pur  di  speranza  mi  nutrico. 


i  È  affatto  arVjitrario  il  dire  che  questo  sonetto  «  pare  scritto  nell'oc- 
casione che  la  sua  donna  (quale?)  portava  bruno  per  la  morte  di  qual- 
che stretto  parente  ».  Critica  peregrina  ed  amena! 

2  Son.    Tutte  le  pene  ch'io  sento  d'amore. 


100  CAPITOLO   IV 

Intanto ,  però ,  tutte  queste  donne  chi  sono  ? 
C  è  anche  tra  queste  colei  eh'  egli  qualche  volta 
chiamava  col  nome  di  Selvaggia?  Non  lo  sap- 
piamo. Né  già  a  queste  sole  si  arresta  la  dolce 
schiera  delle  bellezze  che  punsero  il  cuore  del 
Pistoiese.  C'è  quella,  da  cui,  fatta  sposa,  attende 
il  compenso  lungamente  aspettato  ;  ^  e'  è  la  bella 
Bolognese  : 

Et  posso  dir  che  mal  vidi  Bologna 
E  questa  bella  donna  ch'io  sguardai;  2 

c'è    un'altra  che  pare  sia  stata   prima  buona  e 
pietosa  e  poi  1'  abbia  ingannato  e  deriso  : 

Onde  non  chiamo  già  donna,  ma  morte 
Quella  che  altrui  per  servitore  accoglie 
E  poi  gabbando  e  sdegnando  l'uccide, 

A  poco  a  poco  la  vita  gli  toglie, 
E  quanto  più  tormenta  più  ne  ride.  ^ 


C'è,  se  il  sonetto  è  di  Cino,^  la  fante  'piacente 
in  cera'/-"  e  quella  che  gli    è    cara  sol  di  staile 


1  Son.  Angelica  figura  e  dilectosa.  Il  signor  Chiappelli  nel  suo 
libro  su  Gino  supporrebbe  che  quei  versi  si  riferissero  al  matrimonio 
di  Selvaggia  (pag.  39).  Distinguiamo.  Per  chi  crede  Selvaggia  la  donna 
ideale  cantata  dal  Sinibuldi,  quella  supposizione  è  impossibile.  Per  noi 
che  riteniamo  Selvaggia  un  nome  convenzionale,  sotto  il  quale  possono 
essersi  nascoste  anche  più  donne  successivamente,  quella  congettura 
non  ha  nulla  d'impossibile.  Ma  perde  però  ogni  valore. 

2  Son.    0  lasso!  ch'io  credea  trovar  pietade. 

3  Son.  Chi  a' falsi  sembianti  il  cove   arrisca. 
^  Ne  dubito  molto. 

2  Son.  Lasso,  ch'io  feci  ima  vesta  da  amante. 


GLI  AMORI  DI  GINO  101 

a  la  finestra,'^  e  queW  altr ci  gioven  donna  gente, 
che  gli  versa  co' begli  occhi  fuoco  nell'anima,  e 
della  quale 

non  chieggio  altro  che  ponerle  mente , 

Poi  di  ritrarne  rime  e  dolci  versi.  ^ 

In  mezzo  a  tutte  queste  non  è  lecito  nem- 
meno dire  che  Selvaggia  tenga  il  primo  luogo. 
Di  essa,  volendo  stare  rigorosamente  a  quello 
che  ci  esprimono  le  rime ,  non  si  può  dire  se  non 
che  è  un  nome,  il  quale  piacque  al  poeta,  perchè, 
forse,  esprimeva  uno  stato  frequente  dell'animo 
suo  :  un  fiero  e  selvaggio  stato  di  dolore  che  egli 
cantò  con  arte  sovrana.  E  lo  vedremo  tra  breve. 
Intanto  esaminiamo  quella  parte  delle  rime  di 
Gino,  dov'è  rappresentata  la  donna  nella  sua 
più  alta  idealità. 


^  Son.  Lo  fino  amor  cortese  eh'  amaestra. 
2  Son.  Avveììga  che  criidel   lancia  intraversi. 


103 


CAPITOLO  V 


LA  DONNA  ANGELIGATA 


Nelle  rime  di  Gino  si  trova  qua  e  là  una  qual- 
che traccia  di  quella  maniera  poetica  che  faceva 
consistere  il  proprio  pregio  nelle  sottigliezze  me- 
tafisiche e  nella  casistica  dell'  amore.  Abbiamo 
così  la  ballata:  Donna,  'l  heato 'punto  che  m  av- 
venne,  nella  quale  V  aer  del  sospir  compresa  trat- 
tiene l'anima  che  si  era  partita  dal  cuore;  abbiamo 
una  questione  d'amore  nel  sonetto  a  Dante:  Dante, 
quando  p)^^'  caso  s'abbandona;  ed  una  risposta 
ad  ima  questione  d' amore  nel  sonetto  a  Ghe- 
rardo da  Reggio:  Aìuor  che  viene  armato  a  dop- 
ptio  dardo. '^  Abbiamo  l'analisi  del  come  nasce 
l'amore  e  delle  condizioni  d'amore;-  abbiamo  la 
visione   amorosa;  ^  ed  abbiamo,   in   abbondanza, 


1  II  sonetto  di  Gherardo  è  nel  cod.  Casanat.  d.  V.  5,  e  nella  edìz. 
del  Tasso,  pag.  120.  Senz'esso  il  sonetto  di  Gino  riesce  inintelligibile. 

2  Ved.  il  sonetto:  Ben' è  si  forte  cosa  il  dolce  sguardo;  e,  se 
appartiene  a  Gino,  come  credo,  la  2^  stanza  della  canzone:  L'uom 
che  conosce  legno  eh' aggi  ardire.  E  l'altro  sonetto:  Se  non  si  move 
■d' ogni  parte  amore. 

3  Son.   Vinta  e  lassa  era  già  l'anima  mia. 


104  CAPITOLO  Y  —  CIXO  DA  PISTOIA 

gli  spiriti  e  gli  spiritelli  ;  ^  che  già  trovammo  in 
altri  rimatori  di  questa  scuola.  Né  mancano  le 
oscurità,  i  concetti  astrusi,  le  frasi  di  conven- 
zione, le  smanie  a  freddo,  i  lamenti  di  moda. 
Ma  tutto  ciò  nel  Pistoiese  è,  direi,  cosa  fu- 
gace, e  non  costituisce  in  nessuna  guisa  il  fondo 
della  sua  arte;  s'impone  al  poeta  piìi  che  non 
esca  spontaneamente  dal  suo  spirito.  Dov'  egli 
invece  si  ferma  con  artistica  voluttà ,  dove  la  sua 
mano  disegna  con  grazia  geniale,  dove  sale  ad. 
eccelse  altezze  è  nella  pittura  della  donna,  di 
quella  donna  che  gli  sta  nella  mente,  ch'ei  va- 
gheggia quasi  in  un  sogno,  in  un'estasi,  in  un  ra- 
pimento.- La  donna  ch'egli  vede  ha  poco  dell'es- 
sere umano,  ma  somiglia  ad  un  angiolo  di  Dio: 

Angel  di  Dio  simiglia  in  ciascun  atto 
Questa  giovane  bella  3 


1  Veci.  Son. 


e  la  Cauz. 


Una  donna  mi  passa  per  la  mente  ; 
Poscia  eh'  io  vidi  gli  occhi  di  costei  ; 
Poi  clieJ  e'  s'  è  piaciuto  ched  i'  sia  ; 

Lasso,  che  amando  la  mia  vita  more; 

Non  che  'n  presenza  della  vista  umana  ,  ecc. 


2  Nella  bellissima  canzone:  L'alta  speranza  che  ini  reca  amore^ 
dopo  aver  descritto  gli  effetti  n:ieravigliosi  che  produce  la  vista  e  la 
presenza  della  donna  gentile,  soggiunge  : 

Io  mi  sto  sol  com"  uora  che  pur  disia 
D'  udir  le'  sospirando  sovente  ; 
Però  ch'i' mi  risguardo  entro  la  mente, 
E  trovo  eh'  eir  è  la  donna  mia 

3  Ballata  che  comincia  cosi. 


LA  DONNA  ANGELICATA  105 

Iddio  stesso  Tha  mandata  dal  cielo: 

Questa  non  è  terrena  creatura 
Dio  la  mandò  dal  ciel,  tanto  è  novella.^ 

La  creaiura  bella  è  nuova  figura  che  fa  mara- 
vigliar tutta  la  gente ;'"  guardandola,  egli  diventa 
beato,  come  diventano  beati  gli  angeli  nella  con- 
templazione di  Dio  : 

A  guisa  d'angel  che  di  sua  natura 
Sopra  umana  fattura, 
Divien  beato  sol  vedendo  Dio, 
Cosi  essendo  umana  creatura 
Guardando  la  figura 
Di  questa  donna  che  tiene  il  cor  mio 
Potrìa  beato  divenir  qui  io.  3 

In  lei  egli  scuopre    una    bellezza  sempre  nuova: 

Farmi  veder  in  lei,  quand'io  la  guardo 
Tuttor  nuova  bellezza.  ^ 

Il  SUO  riso  rallegra  i  luoghi,  pei  quali  ella  passa: 

Ridendo  par  ch'allegri  tutto  '1  loco 
Per  via  passando  angelico  diporto;^ 

dove  ella  apparisce  risplende  il  sole: 

Che  là  si  vede  '1  sole  ov' ella  appare;  ^ 


1  Son.  Li  vostri  occhi  gentili  e  pien  d' amore. 

2  Son.   Vedete,  donne,  heUa  creatura. 

3  Ball.  Poi  che  saziar  non  posso  gli  occhi  miei. 
*  Ball.   Quanto  più  fiso  'miro. 

5  Son.  Sta  nel  piacer  della  mia  doìina  amore, 
^  Son.  Se  mi  riputo  di  n'cente  alquanto. 


106  CAPITOLO  V  —  GINO  DA  PISTOIA 

quel  sole  che  sembra   aver   meraviglia  di  lei  ed 
inchinarsele  : 

Tant'è  la  sua  vertute  e  la  valenza, 
Ched  ella  fa  meravigliar  lo  sole, 
E  per  gradire  a  Dio  'n  ciò  eh'  ei  vole 
A  lei  s'inchina  e  falle  riverenza. i 

Tutte  le  cose  gentili  s'innamorano  di  lei: 

Tutto  ciò  eh' è  gentil  se  n'innamora, 

L' aer  ne  sta  gaudente, 

E  "1  ciel  piove  dolcezza  u'ia  dimora.  ^ 

La  sua  virtù  opera  prodigi: 

Fa  rinovellar  la  terra  e  1'  aere 
E  rallegrar  lo  ciel  la  sua  virtute. 
Giammai  non  fur  ta'  novità  vedute, 
Qua'  ci  face  Dio  per  lei  mostrare. 

Quando  va  fuor  adorna  par  che  '1  mondo 
Sia  tutto  pien  di  spiriti  d'amore, 
Si  ch'ogni  gentil  cor  deven  giocondo.  ^ 

Ogni  pensiero  vile  fugge  da  chi  la  guarda: 

Io  la  vidi  SI  bella  e  si  gentile. 
Et  in  vista  sì  umile  —  che  per  forza 
Del  suo  piacere, 

A  lei  veder  menaron  gli  occhi  il  core  ; 
Partissi  allora  ciascun  pensier  vile.  '^ 


1  Canz.  L'alta  speranza  che  mi  reca  amore. 

2  Questa  stanza  manca  ad  alcuni  code!.,  e,  tra  gli  altri,  al  Chi- 
giano.  Ma  non  mi  pare  sufficiente  ragione  per  crederla  intrusa. 

3  SoD.   Tutto  ini  salva  il  dolce  salutare. 

*  Canz.  Non  spero  che  giammai  per  mia  salute. 


LA  DONNA  ANGELICATA  107 

Cosa  dolcissima  e  terribile  insieme  è  il  suo  saluto  : 

Se  questa  gentil  donna  vi  saluta 
Non  risguardate  dentro  agli  occhi  sui, 
Che  è  tal  cosa  al  mio  cor  avvenuta 
Che  all'anima  non  cai  di  star  con  lui: 

E  dice  ben  che  ha  la  morte  veduta, 
Ma  non  pertanto  vuol  vedere  altrui, 
Che  vita  et  ogni  ben  per  lei  rifiuta, 
Sì  eh'  io  mi  partirò  tosto  da  vui. 

Allor  trarrete  dal  mio  corpo  il  core, 
E  leggerete  ciò  che  mi  fa  dire 
Che  dentro  agli  occhi  suoi  non  riguardiate, 

Che  voi  vi  troverete  scritto  amore  ^ 
Col  nome  che  chiamò  quando  a  ferire 
Venne  guarnito  della  sua  beltate. 

Davanti  a  questo  essere  che  non  ha  più  nulla 
dell'umano,  davanti  alla  donna  angelicata,  l'amore 
del  poeta  prende  qualche  cosa  del  mistico  :  nel 
suo  spirito  sembrano  confondersi  la  creatura  e  il 
creatore,  l'essere  terreno  e  l'essere  celeste;  dopo 
aver  detto  che  Dio  l'elesse  fra  g-li  angeli, 

E  'n  far  cosa  novella 

Prender  vi  fece  condicione  umana,  ^ 

egli  non  la  vede  più  come  donna,  ma  come  un 
segno  della  potenza  divina:  le  lodi  che  salgono  a 
lei,  sono  lodi   al  creatore:  essa  è   trasumanata: 

Donna  per  deo  pensate 
Ched  e'  però  vi  fé'  meravigliosa 

1  Canz.  Sì  mi  costringe  amore. 


108  CAPITOLO  V  —  CIXO  DA  PISTOIA 

Sovra  piacente  cosa, 

Che  l'uom  laudasse  lui  nel  vostro  a  viso; 

A  ciò  vi  die  bel  tate 

Che  voi  mostraste  sua  somma  potenca.  ^ 

Or  quale  sarà  in  cospetto  dell'angelo  il  senti- 
mento e  r atteggiamento  del  poeta  amante?  L'ap- 
pressarsi della  divinità  induce  terrore  nello  spi- 
rito: r  uomo  si  sente  annientato:  T  amore  diventa 
spavento  : 

Amor  eh'  è  piena  cosa  di  paura  - 


Ella  m'ha  fatto  tanto  pauroso  3 

Tanta  paura  m'è  giunta  d'amore 

Che  io  non  credo  già  mai  spaurire, 

Nò  che  mi  torni  ardire 

Di  parlar  mai ,  si  sono  sbigottito  ; 

In  ciascun  membro  mi  sento  un  tremore. 

Lo  qual  ogni  mio  senso  fa  smorire  ^ 

Gli  è  tanto  gentile  et  alta  cosa 
La  donna  che  sentir  mi  face  amore, 
Che  r  anima  pensando  come  posa 
La  virtù  eh' escie  di  lei  nel  mio  core, 

Sbigottisce  e  diviene  paurosa  , 
E  sempre  ne  dimora  in  tal  tremore, 
Che  batter  l'aire  nessun  spirit'osa. 
Che  dich'a  lei:  madonna,  questi  more.  ^ 

1  Ivi. 

2  Ball.  Deh  ascoltate  come  'l  mio  sospiro. 

3  Canz.   Questa  donna  che  andar  nti  fa  pensoso. 
*  Canz.   Tanta  paura,  ecc. 

5  Son.  Gli  è  tanto  gentile,  ecc. 


LA  DONNA  ANGELICATA  109 

Agli  occhi  del  poeta  amante  escono  dal  volto  della 
dea  raggi  di  luce  che  lo  abbarbagliano  : 

esce  uno  ardente  splendore 

Che  lolle  agli  occhi  miei  tutto  valore.  ^ 

Egli  non  ha  coraggio  di  guardarla  in  viso,  perchè 
la  sua  bellezza  oltrepassa  troppo  V  umana  natura  : 

Se  '1  viso  mio  alla  terra  s'inchina 
E  di  vedervi  non  si  rassicura, 
Io  vi  dico,  madonna,  che  paura 
Lo  face,  che  di  me  si  fa  regina; 

Perchè  la  beltà  vostra  pellegrina 
Quaggiù  tra  noi  soverchia  mia  natura, 
Tanto  che  quando  vien,  se  per  ventura 
Yi  miro,  tutta  mia  virtù  ruina. 

L'amante  prega  la  donna,  ma  non  sa  più  se 
preghi  un  essere  terreno  o  uno  celeste:  le  pa- 
role gli  si  confondono  quasi  sulle  labbra  :  V  invo- 
cazione a  Dio:  in  manus  tiias.  Domine^  com- 
mendo spiritum  meitm ,  si  tramuta  in  una  invo- 
cazione d'amore,  ma  di  un  amore,  da  cui  si  è 
allontanata  ogni  eroticità,  e  che  si  confonde  con 
un  altro  sentimento,  con  un  vago  e  indistinto 
desiderio  delle  cose  celesti: 

Nelle  man  vostre,  dolce  donna  mia. 
Raccomando  lo  spirito  che  muore; 
E  se  ne  va  sì  dolente  eh'  amore 
Lo  mira  con  pietà,  che  '1  manda  via. 


'  Ball.  Lasso,  che  amando  la  mia  vita  more. 


110  CAPITOLO  V  —  GINO  DA  PISTOIA 

Voi  mi  legaste  alla  sua  signoria, 
Si  che  non  ebbi  poi  alcun  valore 
Di  potergli  dir  altro  che:  signore, 
Quel  che  tu  vuoi  di  me ,  quel  vo'  che  sia. 

Io  so  che  a  voi  ogni  torto  dispiace; 
Però  la  morte  che  non  ho  servita, 
Molto  più  m'entra  nello  core  amara. 

Gentil  madonna,  mentre  ho  della  vita, 
Acciò  ch'io  mora  consolato  in  pace, 
Piacciavi  agli  occhi  miei  non  esser  cara. 

Ed  ora  domandiamo  :  questa  contemplazione 
e  rappresentazione  della  donna  è  cosa  reale?  Il 
poeta  che  desiderava  di  diventare  ellera  sul  bel 
corpo  della  sua  donna,  era  ispirato  da  un  senti- 
mento vero  di  amore  quando  cantava  la  paurosa 
dea'?  È  la  stessa  domanda  che  ci  siamo  fatta  a 
proposito  di  Lapo  Gianni  e  di  Dino  Frescobaldi;  e 
la  risposta  non  può  esser  diversa.  Il  reale  sembra 
qui  dileguato  affatto:  tutto  attesta  che  un'alta 
idealità,  un'idealità  trascendente  ha  invaso  lo  spi- 
rito del  poeta:  i  suoi  versi  d'  amore  si  direbbero 
quasi  allucinazioni  ascetiche.  La  poesia  è  alta  e 
soave,  è  quasi  una  musica  sacra,  un  gemito  d'or- 
gano nelle  grandi  e  solenni  navate  d' una  catte- 
drale del  medio  evo.  Ma  di  umano  non  e'  è  nulla, 
ma  non  c'è  passione  che  scuota  le  fibre:  è  un 
lungo  lamento  che  dall'  anima  del  poeta  si  eleva 
ad  un  essere  vagheggiato  dalla  sua  mente.  È 
l'astratta  idealità  dell'amore  cantata  con  versi 
dolcissimi.  D'individualità  non  c'è  segno:  sono 
sempre  le  stesse  immagini  che  si  ripetono,  è  sem- 


LA  DONNA  ANGELICATA  IH 

pre  lo  stesso  sentimento  affannoso  che  si  suscita 
nell'animo  del  travagliato  poeta:  travagliato  da 
quella  stessa  sua  contemplazione  di  un  essere  che 
oltrepassa  ogni  confine  umano  e  che  va  a  nascon- 
dere il  capo  tra  le  nuvole  d'oro  che  circondano 
il  trono  di  Dio.  Fra  la  donna  di  Gino  e  quella 
di  Lapo  Gianni  o  del  Frescobaldi  non  c'è  diffe- 
renza alcuna.^  Sono  le  stesse  creature,  hanno  le 
medesime  qualità,  producono  i  medesimi  effetti. 
Questa  osservazione  sola  basterebbe  a  provare 
che  non  hanno  oggettività,  che  sono  creazioni 
dello  spirito  del  poeta,  il  quale  vede  quegli  esseri 
secondo  un  concetto  che  si  è  formato  nella  mente. 
E  quale  è  questo  concetto?  Io  ho  detto  indietro 
che  la  donna  contemplata  da  Lapo  e  da  Dino  è 
cosa  nuova.  Nuova  è  dunque  anche  la  donna  di 
Gino,  che  è  sorella  di  quelle.  Ma  questa  novità 
in  che  cosa  consiste?  Determiniamo  bene  il  no- 
stro concetto.  Il  trovatore  aveva  cantata,  esso 
pure,  una  donna  dotata  di  tutte  le  perfezioni;  ma 
quella  donna  restava  cosa  essenzialmente  feudale: 
era  la  bella,  la  immacolata,  la  orgogliosa  dama 
del  castello,  alla  quale  si  innalzavano  i  timidi  voti 
del  poeta.  Ora  quella  donna  cambia  di  aspetto. 
Non  assume  già  forme  piìi  umane,  non  s' indivi- 
dualizza, non  diventa  più  tenera,  più  compassio- 
nevole, più  femminea;  essa  resta  un  tipo,  ma  di 

1  Anzi,  già  nel  Guinicelli  apparisce  la  donna  angelicata:  nella 
canz.  Al  cor  gentil  ripara  sempre  amore,  egli  dice  della  donna  che 
tenea  d'angel  sembianza. 


112  CAPITOLO  V  —  GINO  DA  PISTOIA 

un'altra  natura;  dalla  sala  del  severo  castello 
discende,  e  sale  nel  tempo  stesso  i  gradini  della 
chiesa;  perde  le  fattezze  rigide  della  feudalità,  per 
quelle  morbide  del  misticismo:  è  collocata  sull'al- 
tare, somiglia  a  una  santa,  alla  Vergine,  è  circon- 
data di  luce,  simboleggia  ogni  cosa  alta,  bella, 
divina.  Tale  è  il  nuovo  essere  che  nasce  nel  Co- 
mune battagliero  ed  ascetico,  dove  si  pregava 
Dio  e  si  moriva  per  la  patria;  tale  è  Tessere  can- 
tato dal  poeta  della  lirica  nuova.  ^ 

Gli  amori  terreni  di  Gino  non  lasciano  dubbio 
intorno  alla  loro  natura.  Noi  non  sappiamo  oggi 
chi  fosse  la  Merla  o  la  Bolognese  o  Teccia  o  la 
Pisana;  ma  sentiamo  subito  che  dietro  a  quei 
nomi  si  nasconde  una  realtà:  tra  Gino  e  quelle 
donne  sentiamo  dai  suoi  versi  che  ci  furono  in- 
timi legami.  Invece  che  co^a  possiamo  raccoghere 
della  donna-angelo?  C'è  in  tutto  il  canzoniere 
del  gran  Pistoiese  un  solo  dato  di  fatto  per  ista- 
bilire  che  essa  fosse  persona  reale?  C'è  almeno 
la  prova  che  la  dea  ispiratrice  di  cosi  alti  versi 
corrispondesse  alF  amore  del  suo  poeta?  Nem- 
meno questo.  L'angelo  era  anzi  una  donna  senza 
pietà.  E,  se  osserviamo  bene,  doveva  proprio  es- 
sere COSI.  L'idealità  mistica  dell'amore   cantata 


'  Ciò  fu  già  accennato  dal  Carducci,  dove  parla  del  passaggio  dal 
«  tipo  cavalleresco  all'ideale  mistico  ».  {Delle  Rune  di  Dante  Ali- 
ghieri, pag.  185,  negli  Studi  Letteì-ari,  Livorno,  1874);  ma  spero 
ch'egli  riconoscerà  che  nella  donna  di  Gino  non  c'è  minore  idealità 
mistica  che  in  quella  di  Dante. 


LA  DONNA  ANGELICATA  113 

dal  poeta  doveva  rimanere  inaccessibile  ad  ogni 
preghiera  mortale;  non  poteva  piegarsi  ai  voti 
dell'amante  senza  distrugger  sé  stessa,  senza  ces- 
sare di  essere  idealità:  la  donna-angiolo  era  hea- 
trice,  ma  doveva  essere  anche  selvaggia.  Il  suo 
devoto  non  chiede  altro  che  di  poterla  guardare: 

la  pietate 

Che  v"  addimandan  tutti  i  miei  sospiri 
È  sol  che  vi  degniate  ch'io  vi  miri,  i 

Ma  essa  anche  solo  di  esser  guardata  si  sdegna  : 

Madonna  sdegna, 

E  sdegnando  mi  cela  sua  figura.  - 

Quest'  ultimo  verso  dice  forse  qualche  cosa  di  piti 
del  suo  senso  apparente.  A  me  pare  che  esprima 
il  lamento  di  non  aver  mai  potuto  vedere  quella 
desiderata  immagine;  di  non  averla  potuta  ve- 
dere altro  che  nel  sogno  penoso  dell'  immagina- 
zione. E  si  confermerebbe  ciò,  se  io  interpetro 
bene ,  da  quegli  altri  versi  : 

Essa  mi  tiene  gli  occhi  su  la  mente, 
E  la  man  dentro  al  cor,  siccome  fera 
Nemica  di  pietà,  crudelemente, 


cioè,  io  non 
sua,  essa  tiene 


[1  posso  che  contemplare   l'immagine 
iene  gli  occhi  miei,  su,  in  aJto,  fissi 


1  Ball.  Madonna ,  la  pietate. 

2  Ball.  Deh,  ascollate  come  7  mio  sospiro. 

Babtoli.  —  St.  della  Letterat.  Ital.  —  Voi     IV. 


114  CAPITOLO  V  —  GINO  DA  PISTOIA 

alla  sua  mente,  e  da  ciò  è  lacerato  crudelmente 
il  mio  cuore,  perchè  appunto  non  è  che  un'im- 
magine quella  che  io  amo.  E  vedete  come  tutto 
allora  si  collega  e  si  spiega:  mostrarle  il  suo 
amore  fu  folle  ardimento:  egli  con  ciò  si  rese 
-degno  di  morte: 

Degno  son  io  di  morte, 
Donna,  quand'io  vi  mostro 
Ch'  i'  ho  degli  occhi  vostri  amor  furato. 
Che  certo  sì  celato 
M'avenni  al  lato  vostro. 
Che  non  sapeste  quando  n'  uscì  fore  ; 
Ed  or,  po' che  davante  a  voi  m' atento 
Mostrarlo  a  vista  vera, 
Ben  è  ragion  ch'i' pera. 
Sol  per  questo  mio  folle  ardimento, 
Che  i'  dovè  'nnanzi,  po' che  cosi  era, 
Soffrirne  ogni  tormento. 
Che  farne  mostramento 
A  voi  ch'oltra  natura  siete  altera. 

Ha,  povero  innamorato  d'un  fantasma  della  sua 
niente!  come  può  egli  non  fissarsi  in  quella  ce- 
leste bellezza,  se  il  dimenticarsene  sarebbe  morire? 

Voi  che  per  nova  vista  di  ferezze 
Vi  sforzate  di  tormi  quel  disio 
Che  nacque  allor  che  V  ardimento  mio 
Fu  prima  di  guardar  vostr'  adornezza, 

Sapete  che  lo  cor  n'ha  tai  vaghezze, 
Che  vole  prima,  poi  che  lo  sentio 
Morire,  innanzi  che  averlo  in  oblio, 
Di  tal  vertute  èn  vostre  gentilezze. 


LA  DONNA  ANGELICATA  115 

A  tutto  quello  che  siamo  andati  dicendo  fin 
qui  si  potrebbe  opporre  clie  esistono  varie  poesie 
di  Gino,  nelle  quali  egli  parla  della  morte  della 
sua  donna.  Ma  questa  obiezione  non  avrebbe  va- 
lore. Sicuramente,  noi  lo  sappiamo  già,  Gino  amò 
delle  donne  di  una  realtà  oggettiva.  Qual  mera- 
viglia ch'egli  abbia  pianto  la  morte  di  alcuna 
di  quelle?  Bellissimo  è  il  sonetto,  dov'egli  dice 
d' aver  baciato  il  sepolcro  dell'  amata  donna  : 

Io  fui  'n  su  l'alto  e  "n  sul  beato  monte, 
Ov' adorai  baciando  il  santo  sasso, 
E  caddi  'n  su  la  pietra,  ohimè  lasso! 
Ove  l'onesta  pose  la  sua  fronte, 

E  eh'  ella  chiuse  d' ogni  virtù  '1  fonte 
Quel  giorno  che  di  morte  acerbo  passo 
Fece  la  donna  de  lo  mio  cor  lasso, 
Già  piena  tutta  d'  adornezze  conte. 

Quivi  chiamai  a  questa  guisa  Amore: 
Dolce  mio  dio,  fa  che  quinci  mi  traggia 
La  morte  a  sé,  che  qui  giace  il  mio  core. 

Ma  poi  che  non  m'intese  il  mio  Signore, 
Mi  dipartii,  pur  chiamando  Selvaggia: 
L'Alpe  passai  con  voce  di  dolore. 

Noi  siamo  dispostissimi  ad  ammettere  che  qui 
si  tratti  di  una  donna  veramente  amata  e  per- 
duta. Ma  chi  era  essa?  Ghi  era,  ripetiamolo  nuo- 
vamente. Selvaggia?  Goloro  che  hanno  tessuta 
la  storia  della  Vergi olesi  sembrano  credere  che 
essa  morisse,  mentre  Gino  era  assente,  e  citano 
il  sonetto:  Con  gravosi  sospir  traendo  guai,  di- 
cendo che  il  poeta  tornò   ancora  a  vederla  per 


116  CAPITOLO  V  —  GINO  DA  PISTOIA 

l'ultima  volta.  Ma  converrebbe  allora  metter  d'ac- 
cordo con  ciò  il  sonetto  118,  che  nell'ediz.  Ciampi 
(pag.  127)  porta  scritto  in  fronte:  All' annunzio 
della  morte  di  Selvaggia,  e  che  dice  cosi: 

Deh  non  mi  domandar  perch'io  sospiri, 
Ch'io  ho  testé  una  parola  udita, 
E  svariat'  ha  tutti  i  miei  desiri  : 
Fuor  della  terra  la  mia  donna  è  gita  ; 

Ed  ha  lasciato  me  'n  pene  e  martiri, 
Col  cuore  afflitto,  e  gli  occhi  1' han  smarrita. 
Farmi  sentir  che  ormai  la  morte  tiri 
A  fine  oh  lasso!  la  mia  grave  vita. 

Rimaser  gli  occhi  di  lor  luce  oscuri, 
Sì  eh'  altra  donna  non  posso  mirare  ; 
Ma  credendogli  un  poco  rappagare 

Veder  fo  loro  spesso  gli  usci  e' muri 
Della  casa  u'  s'  andaro  a  innamorare 
Di  quella,  che  lo  cor  fa  sospirare. 

Come  fa  il  poeta,  che  monti  e  valli  separano 
dal  luogo,  ove  giace  morta  Selvaggia,  a  far  ve- 
dere spesso  ai  propri  occhi  gli  usci  e  i  muri  della 
casa  di  lei? 

Ma  c'è  ancora,  si  aggiunge,  un'altra  testi- 
monianza storica  di  Selvaggia,  e  sono  i  versi, 
dove  si  dice  ch'ella  morì  alla  Sambuca.  «  Qual 
senso,  dice  il  Ciampi,^  più  naturale  ed  ovvio  dar 
possiamo  a  queste  parole  se  non  d' intendere  che 
il  poeta  parli  della  morte  di  Selvaggia  accaduta 
nel  tempo  della  ritirata  sua  col  padre  in  mon- 
<• ^ 

1  Pag.  23. 


LA  DONNA  ANGELICATA  117 

tagna,  e  probabilmente  quando  questi,  abbando- 
nato Piteccio,  dopo  averlo  tenuto  per  tre  anni, 
passò  alla  Sambuca  piantata  sugli  aspri  monti 
dell'Appennino?» 

Le  parole,  a  cui  allude  il  Ciampi,  sono: 

Ohimè,  vasel  compiuto 

Di  ben  sopra  natura, 

Per  voltar  di  ventura 

Condotto  fosti  suso  gli  aspri  monti, 

Dove  t'ha  chiuso,  ahimè,  tra  duri  sassi 

La  morte  1 

Vedete  potenza  di  allucinazione!  Ma  quanti  non 
saranno  stati  in  quel  terribile  secolo  gli  esuli  da 
Pistoia,  rifugiatisi  sugli  aspri  monti \  Ma  quante 
donne  infelici  non  saranno  state  chiuse  dalla  morte 
tra  qixe'duri  sassiì  C'è  proprio  bisogno  che  si  parli 
qui  della  Sambuca  e  di  una  Selvaggia  de'Vergio- 
lesi,  la  cui  esistenza  non  è  attestata  da  nessun 
documento  ? 

Del  resto  che  Cino  piangesse  amaramente  la 
morte  di  una  donna  amata  da  lui,  lo  sappiamo; 
e  sappiamo  anche  che  quei  suoi  versi  sono  bel- 
lissimi. Ma  non  occorre  per  questo  di  fantasticare 
sulla  Selvaggia.  La  poesia  del  dolore  è  nel  Pi- 
stoiese altissima,  e  ispirata  da  una  profonda 
verità.  In  ciò  consiste  anzi  la  sua  arte  veramente 
grande  e  originale. 

'  Canz.  Ohimè  lasso  quelle  treccie  bionde. 


119 


CAPITOLO  VI 


LA  POESIA  DEL  DOLORE 


È  cosa  affatto  inattesa  trovare  un'  arte  pro- 
fondamente psicologica,  quando  appena  una  let- 
teratura esce  dal  suo  periodo  delle  origini.  Gino 
da  Pistoia  ci  si  presenta  innanzi  non  più  colle 
qualità,  perfezionate,  dei  suoi  predecessori;  ma 
in  un  aspetto  compiutamente  nuovo.  E  vero  che 
già  in  Dino  Frescobaldi  e  in  Gianni  Alfani  tro- 
vammo qualche  nota  di  dolore;  ma  quello  che 
in  essi  era,  se  così  possiamo  dire,  embrionale, 
appena  accennato,  appena  schizzato,  acquista  ora 
un  pieno  organismo,  diventa  un  quadro  dalle 
grandi  proporzioni  e  dal  disegno  finito.  Leggendo 
alcuni  versi  del  Pistoiese  noi  ci  scordiamo,  quasi, 
di  essere  appena  sul  finire  del  secolo  xiii,  e  ci 
sentiamo  invece  trasportati  al  secolo  delle  più 
delicate  analisi  interiori,  dei  più  ardui  raffina- 
menti dell'arte,  intenti  a  rappresentare  le  con- 
dizioni dello  spirito  :  ci  balenano  dinanzi  certe 
grandi  figure  di  poeti  moderni,  e  domandiamo, 
meravigliati,  a   noi   stessi  la   spiegazione   di   un 


120  CAPITOLO  VI  —  GINO  DA  PISTOIA 

tale  fenomeno.  E  questa  non  è  poi  troppo  diffi- 
cile a  darsi;  ma  qui  non  n' è  il  luogo.  Quando 
saremo  giunti  al  fermine  del  nuovo  periodo  let- 
terario che  ora  si  apre;  quando  avremo  studiati 
i  grandi  prodotti  dell'arte  italiana  nel  xiv  se- 
colo, allora  potremo  guardare  indietro  e  spiegarci 
il  perchè  di  quella  mirabile  fioritura,  di  quello 
svolgimento  rapido,  vertiginoso,  di  quell' erom- 
pere improvviso  di  opere  così  artisticamente  ri- 
flesse dalle  viscere  di  una  letteratura,  nell'appa- 
renza, incipiente.  Per  ora  seguitiamo  la  nostra 
analisi,  lenta  e  faticosa,  ma  non  priva  di  geniali 
attrattive. 

Gino  è  pittore  sovrano  del  dramma  psicolo- 
gico che  si  svolge  dentro  di  lui.  L'amore  non 
corrisposto,  tèma  vecchio  e  monotono  cosi  uni- 
formemente trattato,  prende  in  lui  novità,  diventa 
lamento  vero,  espressione  di  dolore  sentito: 

Oimè  lasso,  or  sonvi  tanto  a  noia 
Che  mi  sdegnate  si  come  inimico 
Sol  perch'  io  v'  amo  ? 

Morrò,  da  che  vi  piace  pur  ch'io  moia. 
Che  la  speranza,  per  cui  mi  nutrico 
Mi  torna  in  disperanza 

Di  tutto  ciò  ch'io  mi  pasceva  in  pace 
E  davami  l'amor  dolce  conforto, 
Mi  torna  or  guerra 

L'avere  sperato  nelle  gioie  dell'amore  e  il 
non  sentirne  che  le  amarezze  è  fortemente  espresso 
in  questi  versi: 


LA  POESIA  DEL  DOLORE  121 

Credea  che  quando  tu  uscissi 

Da  sì  begli  occhi,  portassi  dolci  ore, 
Non  già  che  fossi  amaro  e  fier  signore, 

Né  che  'n  guisa  cotal  tu  mi  tradissi, 
Che  son  sollazzo  de  lo  mio  dolore 
Le  lagrime  che  piovon  da  lo  core.^ 

Le  strazianti  titubanze  del  cuore,  il  desiderio 
e  il  terrore  insieme  della  morte  non  sono  finzioni 
poetiche,  ma  terribile  realtà: 

.Giusto  dolore  a  la  morte  m'invita. 
Ch'io  veggio,  a  mio  rispetto,  ogni  uom  giulivo 


Ma  non  so  che  mi  far  della  finita. 
Ch'ai  morir  volentier  già  non  arrivo; 
Così  'n  questo  dolor,  misero,  vivo, 
la  fra  '1  grave  tormento  di  mia  vita. 

0  lasso  me  sopra  ciascun  doglioso! 
Se  gli  occhi  miei  non  cadessero  stanchi, 
Mai  non  avrei  di  lacrimar  riposo. 

Gino  nel  dipingere  il  proprio  dolore  è  inesau- 
ribile e  svariatissimo,  e  dipinge  con  colori  di  me- 
ravigliosa vivezza.  Guardatelo  : 

Ei  sen  va  sbigottito ,  in  un  colore 
Che  '1  fa  parere  una  persona  morta. 
Con  tanta  pena  che  negli  occhi  porta 
Che  di  levarli  già  non  ha  valore. 

E  quando  alcun  pietosamente  il  mira. 
Il  cor  di  pianger  tutto  li  si  strugge, 
E  l'alma  se  ne  duol  sì  che  ne  stride.'^ 


1  Son.  Sema  tornienti  di  sospir  non  vissi. 
^  Son.  Non  v'  accorgete  voi  d'un  che  si  muore. 


122  CAPITOLO  VI  —  GINO  DA  PISTOIA 

Altrove  lo  vediamo  stringersi  il  cuor  colla  mano  : 

pensoso  voe 

Tenendomi  la  man  presso  lo  core, 

Ch'io  sento  in  quella  parte  tal  dolore, 
Che  spesse  volte  dico:  ora  morroe.^ 

E  il  dolore  cresce,  cresce  tanto  da  diventare 
cosa  cara  allo  sventurato  che  soffre,  cresce  fino 
al  punto  da  essere  desiderato  con  voluttà  cru- 
dele, fino  al  punto  che  il  patire  è  una  gioia,  e 
che  i  nuovi  patimenti  sono  invocati.  Questo  stato 
dello  spirito,  espresso  già  fuggevolmente  nel  verso: 

Parvemi  'n  quel  dolor  gioia  sentire,  ^ 

è  poi    sviluppato   largamente   in  questo   sonetto 
stupendo  : 

Dante,  io  ho  preso  l'abito  di  doglia, 
E  innanzi  altrui  di  lacrimar  non  curo, 
Che  '1  vel  tinto  ch'io  vidi  e  '1  drappo  scuro 
D'ogni  allegrezza  e  d'ogni  ben  mi  spoglia; 

E  lo  cor  m'arde  in  disiosa  voglia 
Di  pur  doler,  mentre  che  'n  vita  duro. 
Facto  di  quel  che  docta  ogni  uom,  sicuro 
Che  di  ciascun  dolor  in  me  s'accoglia. 

Dolente  vo  pascendomi  sospiri, 
Quanto  posso  "nforzando  mi' lamento, 
Per  quella  che  si  duol  ne' miei  disiri. 

E  però,  se  tu  sai  novo  tormento, 
Mandalo  al  disioso  de' martiri, 
Che  fìe  albergato  di  coral  talento. 


'  Son.  Signor,  io  son  colui  che  vidi  Amore. 
2  Canz.  Io  non  posso  celar  il  mio  dolore. 


LA  POESIA  DEL  DOLORE  123 

L'analisi  di  un  tale  sentimento  proprio  dei  do- 
lori pili  cupi  e  più  intensi,  di  quei  dolori  che  non 
danno  tregua  né  riposo,  che  si  pascono  di  loro 
stessi  e  diventano  vita  che  si  rinnovella  nella 
perpetua  agonia,  l'analisi  di  un  tale  sentimento 
in  un  poeta  del  secolo  xiii  è  cosa  che  fa  stupire. 
Nulla  di  convenzionale  in  questi  versi,  nulla  che 
ricordi  una  scuola  qualunque  :  ma  l' uomo,  1'  uomo 
solo  in  cospetto  del  proprio  dolore,  che  si  pasce 
di  esso,  e  dal  sentirlo  più  vivo  e  acre  e  profondo 
trae  l'unico  suo  conforto.  Non  indaghiamo  chi 
sia  la  persona  cara,  pianta  con  queste  lacrime 
veramente  divine.  Diciamo  solo  che  poche  donne 
ebbero  un  tributo  di  cosi  grande  dolore  sul  loro 
sepolcro  :  e  diciamo  ancora  che  male  si  concilie- 
rebbe  questo  realismo  colla  pittura  dell'  essere 
aereo  che  abbiamo  studiato.  Qui  tutto  è  vero, 
tutto  è  intimo  e  originale:  là  non  sono  che  pe- 
nembre, che  sfumature,  che  trasparenze;  qui  la 
realtà  psicologica  erompe  in  tutta  la  sua  terri- 
bile evidenza;  là  non  ci  sono  che  i  contorni  di  un 
corpo,  che  le  ali  di  un  cherubino.  Una  donna 
rappresentata  in  quella  forma,  mentre  vive,  può 
esser  pianta  così  dopo  morte? 

Del  resto,  il  sonetto  a  Dante,  testé  citato, 
non  è  ancora  la  più  alta  espressione  del  dolore 
di  Gino.  Non  si  crederebbe,  e  pure  è  così.  Egli 
sale  ancora,  egli  ritrae  con  poderosa  parola  un 
altro  stato  dell'  animo  suo  :  dall'  agognare  i  pa- 
timenti, dal  sentire  la  gioia  del  dolore,  passa  ad 


124  CAPITOLO  VI  —  GINO  DA  PISTOIA 

odiare;  ad  odiar  tutto,  il  mondo,  gli  uomini,  la 
bellezza,  T  amore:  ai  miti  e  pietosi  occhi  del 
poeta  danno  allegrezza  le  cose  più  orrende:  egli 
si  sente  diventato  crudele,  e  sogna  il  male  con 
ebrezza  feroce;  vorrebbe  vedere  il  mondo  allagato 
di  pianto,  perchè  è  allagata  di  pianto  l'anima  sua: 

Tatto  cir  altrui  aggrada  a  me  disgrada, 
Et  èmmi  a  noia  e  'n  dispiacere  il  mondo. 
Or  dunque  che  ti  piace?  l' ti  rispondo: 
Quando  1'  un  l' altro  ispessamente  agghiada. 

E  piacemi  veder  colpo  di  spada 
Altrui  nel  viso,  e  nave  andare  a  fondo; 
E  piacerebbemi  un  Neron  secondo, 
E  ch'ogni  bella  donna  fosse  lada. 

Molto  mi  spiace  allegrezza  e  sollazzo, 
E  sol  malinconia  ra'  aggrada  forte , 
E  tutto  dì  vorrei  seguire  un  pazzo; 

E  far  mi  piacerla  di  pianto  corte, 
E  tutti  quelli  ammazzar  eh'  io  ammazzo 
Nel  fier  pensier,  là  dove  io  trovo  morte. 

Il  ritrarre  cosi  nudamente,  in  tutta  la  sua 
spaventosa  realtà  questo  stato  dello  spirito;  il 
vestire  di  poesia  questa  disperazione,  ci  prova 
da  un  lato  la  verità  e  la  profondità  del  dolore 
del  poeta,  e  ci  mostra  dall'altro  quanto  grande 
fosse  la  sua  potenza  artistica,  la  sua  facoltà  di 
cogliere  certi  momenti  psicologici  che  sono  già 
per  sé  stessi  una  grande  poesia.  Se  il  sonetto  del 
Pistoiese  fosse  stato  scritto  nelF  epoca  nostra,  nel- 
r epoca  dello  Shelley  e  del  Leopardi,  sarebbe  già 


LA  POESIA  DEL  POLORE  125 

bellissimo.  Ma  l'averlo  pensato  sei  secoli  fa,  ma 
r  avere  osato  allora  sconfinare  cosi  da  ogni  con- 
venzione letteraria,  è  cosa  affatto  stupefacente. 
Ed  al  sonetto  della  disperazione  fanno  cornice 
altre  poesie:  quella,  dove  Gino  maledice  d'esser 
nato: 

0  giorno  di  tristizia  e  pien  di  danno, 
Ora  e  punto  reo  che  nato  fui; 

e  quella,  dove  maledice  il  proprio  amore  e  la  sua 
stessa  poesia,  le  sue  dolci  rime  che  pure  dove- 
rono essergli  tanto  care: 

Io  maledico  il  di  eh'  io  veddi  prima 
La  luce  de'  vostri  occhi  traditori , 
E  '1  punto  che  veniste  'n  su  la  cima 
Del  core,  a  trarne  l'anima  di  fuori; 

E  maledico  l'amorosa  lima, 
Ch'  à  pulito  i  miei  detti ,  e'  bei  colori 
Ch'i' ho  per  voi  trovati  e  messi  in  rima, 
Per  far  che  '1  mondo  mai  sempre  v'  onori; 

E  maledico  la  mia  mente  dura, 
Che  ferma  è  di  tener  quel  che  m'uccide, 
^  Cioè  la  bella  e  rea  vostra  figura .... 

Tanto   è  il  dolore   che   ange   il   suo   spirito, 
eh'  egli  chiede  d' essere  ucciso  : 

io  son  di  morte  visibil  figura. 

Sì  che  ad  ogn'uom  paura 

Dovria  far  l'ombra  mia. 

Che  ben  faria  mercè  chi  m'uccidesse;  i 


*  Ball.  Com'  in  quegli  occhi  gentili  e  'n  quel  viso. 


126  CAPITOLO  VI  —  GINO  DA  PISTOIA 

e  invoca  la  morte  con  calde,  con  affannose  pa- 
role : 

Da  parte  di  pietà  prego  ciascuno 
Che  la  mia  pena  e  lo  mio  torment' aude , 
C?ie  preghi  Dio  che  mi  faccia  finire  ;i 

ed  alla  morte  grida: 

Deh  vieni  a  me,  che  mi  se' sì  piacente ;2 

deh  vieni,  che  mi  sembri  cosa  dolce  e  desidera- 
bile: 

....  tu  mi  par  dolce  e  piana.3 

In  quale  altro  poeta  del  secolo  xiii  potremmo 
noi  ritrovare  una  così  elevata  poesia  del  dolore? 
Ma  il  dolore  di  Gino  sgorgava  forse  tutto  dalle 
sue  piaghe  d'amore?  0  altre,  e  forse  più  solenni 
ragioni  di  pianto,  ebbe  il  suo  nobile  cuore? 

Gino  da  Pistoia,  oltre  essere  un  poeta,  fu 
ancora  un  celebre  giureconsulto  ed  un  uomo  po- 
litico. Di  queste  sue  qualità'^  noi  però  non  dob- 
biamo occuparci,  se  non  in  quanto  possono  inte- 
ressare la  sua  lirica.  Involto  nelle  grandi  sventure!' 
della  sua  patria,  egli,  esule  volontario  o  forzato,  ^ 
andò  vagando  qua  e  là  per  l'Italia.*^  Ed  è  pro- 


'  Canz.  S' io  smagato  sono  et  infralito. 

2  Canz.  Si  m'  ha  conquiso  la  selvaggia  gente. 

3  Son.   Questa  leggiadra  donna  ched  io  sento. 

*  Ved.  intorno  a  ciò  l'eccellente  studio  del  Cuiappelli,  op.  cit.» 
pag.  107  segg.;  e  T  articolo  Cj«o  da  Pistoja  Giurista  di  C.  Witte. 
5  Cfr.  Chiappelli,  op.  cit.,  59;  Ciampi,  op.  cit.,  50. 
e  Ci  sembra  un  poco  strano  che  il  Wegele,  fondandosi  semplice- 


LA  POESIA  DEL  DOLORE  127 

babile  che  prima  di  partire  rivolgesse  a  Cecco 
d'Ascoli  quel  sonetto,  dal  quale  a  noi  sembra 
che  spiri  una  fiera  ambascia:  l'ambascia  di  ve- 
dere straziata  la  sua  nativa  città,  e  di  non  sapere 
dove  rivolgere  il  piede  : 

Cecco,  io  ti  prego  per  virtù  di  quella, 
Ch' è  della  mente  tua  pennello  e  guida. 
Che  tu  scorra  per  me  di  stella  in  stella 
Ne  l'alto  Ciel,  seguendo  la  più  fida; 

E  di' chi  m'assecura,  e  chi  mi  sfida, 
E  qual  per  me  è  laida,  e  qual  bella; 
Perchè  rimedio  la  mia  vita  grida, 
E  so  da  tal  giudizio  non  s'appella; 

E  se  m' è  buon  di  gire  a  quella  pietra, 
Dov'  è  fondato  il  gran  tempio  di  Giove , 
0  star  lungo  '1  bel  Fiore,  o  gire  altrove; 

0  se  cessar  de'  la  tempesta  tetra 

Che  sopra  '1  genital  mio  terren  piove; 
Dimmelo,  o  Tolomeo,  che  '1  vero  trove. 

Io  non  vorrei  certo  asserire  che  a  questo  pe- 
riodo precisamente  appartenesse  il  sonetto  :  Dante, 
io  non  odo  in  quale  albergo  suoni:  ma  ciò,  come 
una  mera  probabilità,  sarei  indotto  ad  ammettere. 
Dante  scrive   a  Gino  quello   sconsolato  sonetto: 


mente  sul  sonetto:  Cercando  di  trovar  lumera  in  oro,  supponga  che 
Gino  sia  andato  a  Mulazzo  alla  Corte  dei  Maiaspina,  e  che  là  si  sia 
incontrato  con  Dante.  Del  pari  non  sappiamo  com'egli  possa  con  tanta 
sicurezza  affermare  che  Gino  andò  in  Francia.  Egli  cita  il  Ciampi,  ma 
il  Ciampi  va  spesso  accettato  con  benefizio  d'inventario.  Ved.  Dante 
Alighieri's  Leben  und  Werhe,  Jena,  1879,  pag.  189,  190. 


128  CAPITOLO  VI  —  GINO  DA  PISTOIA 

Poich'  io  non  trovo  chi  meco  ragioni 
Del  signor,  cui  serviamo  e  voi  ed  io, 
Convienmi  soddisfare  il  gran  desìo 
Ch'  i'  ho  di  dire  i  pensamenti  boni. 

Nuir  altra  cosa  appo  voi  m' accagioni 
Dello  lungo  e  noioso  tacer  mio, 
Se  non  il  loco  ov'  io  son ,  eh'  è  sì  rio 
Che  '1  ben  non  trova  chi  albergo  gli  doni. 

Donna  non  e'  è  che  Amor  le  venga  al  volto, 
Né  uomo  ancora  che  per  lui  sospiri  ; 
E  chi  '1  facesse  saria  detto  stolto. 

Ahi  messer  Gino ,  com'  è  il  tempo  vòlto 
A  danno  nostro  e  delli  nostri  diri, 
Da  poi  che  '1  ben  ci  è  sì  poco  ricolto  ! 

Ma  la  risposta  del  Pistoiese  è  pii^i  larga:  egli 
non  si  lamenta  solo  che  a  nessuna  donna  ormai 
venga  al  volto  Amore;  il  suo  sembra  un  lamento 
di  male  universale  e  senza  riparo: 

Dante,  io  non  odo  in  quale  albergo  suoni 
Il  ben  che  da  ciascun  messo  è  in  oblio; 
E  si  gran  tempo  è  che  di  qua  fuggìo. 
Che  del  contrario  son  nati  li  tuoni  : 

E,  per  le  variate  condizioni, 
Chi  '1  ben  facesse  non  risponde  al  fio: 
Il  ben  sai  tu  che  predicava  Dio, 
E  non  tacea  nel  regno  de' demoni. 

Dunque,  s'al  bene  ogni  reame  è  tolto 
Nel  mondo,  in  ogni  parte  ove  tu  giri, 
Vuomi  tu  fare  ancor  di  piacer  molto? 

Diletto  fratel  mio  di  pene  involto, 
Mercè  per  quella  donna  che  tu  miri: 
Di  dir  non  star,  se  di  fé  non  sei  sciolto. 


LA  POESIA  DEL  DOLORE  129 

Chi  sa  nei  duri  passi  dell'  esilio  quante  fiere 
memorie  gli  torturavano  il  cuore  !  Chi  sa  quante 
volte  egli  ritornava  col  pensiero  alla  sua  cara 
città,  agli  sventurati  compagni  della  sua  parte, 
allora,  al  pari  di  lui,  dispersi,  raminghi,  alcuni 
in  cerca  di  pane,  altri  di  vendetta!  Noi  possiamo 
quasi  sorprenderlo,  mentre  guarda  estatico  i  bian- 
chi fiori,  onde  si  smalta  il  prato  a  primavera, 
cogh  occhi  umidi  di  pianto,  che  cercano  di  là 
dagli  Appennini  la  sua  diletta  Pistoia  e  una  im- 
magine cara  di  donna: 

Io  guardo  per  li  prati  ogni  fior  bianco 
Per  rimembranza  di  quel  che  mi  face 
Sì  vago  di  sospir  ch'io  ne  chieggo  anco; 

E  mi  rimembra  della  bianca  parte 
Che  fa  col  verdebrun  la  bella  taglia, 
La  qual  restio  Amore 
Nel  tempo  che.  guardando  Vener  Marte, 
Con  quella  sua  saetta  che  più  taglia 
Mi  die  per  mezzo  il  core  : 
E  quando  l'aura  move  il  bianco  fiore, 
Rimembro  de' begli  occhi  il  dolce  bianco, 
Per  cui  lo  mio  desir  mai  non  fu  stanco. 

?^  Se  noi  poniamo  questi  versi  accanto  a  queUi, 
dov'  è  un  così  vivo ,  un  cosi  caldo  grido  alla  sua 
terra  nativa. 

Deh  quando  rivedrò  '1  dolce  paese 
Di  Toscana  gentile, 
Dove  '1  bel  fior  si  veste  d'ogni  mese; 

BiBTOLi.  —  St.  della  Letterat.  Ital.  —  Voi.  IV.  9 


130  CAPITOLO  TI  —  GINO  DA  PISTOIA 

tosto  sentiamo  tutto  il  dolore  che  dovè  premere 
sull'anima  di  Gino  per  la  lontananza  dalla  patria; 
e  da  ciò  possiamo  esser  fatti  certi  che  quel  grande 
e  solenne  strazio  che  si  rivela  in  tante  delle  suo 
poesie,  è  lo  strazio  non  solamente  dell'  uomo  in- 
namorato, ma  del  cittadino,  anzi  del  cittadino 
soprattutto.  E  ne  abbiamo  una  prova:  una  stu- 
penda prova,  nella  canzone  per  la  morte  di  Ar- 
rigo VII,^  nella  quale  egli  comincia  dal  pregare 
Dio  che  lo  faccia  morire,  poiché  è  morto  colui, 
nel  quale  la  virtù  dimorava  come  in  suo  proprio 
luoffo  : 


'&' 


Da  poi  che  la  natura  ha  fine  posto 
Al  viver  di  colui,  in  cui  virtute, 
Com'  in  suo  proprio  loco  dimorava, 
Io  prego  lei,  che  '1  mio  finir  sia  tosto, 
Poiché  vedovo  son  d'ogni  salute, 
Che  morto  è  quel,  per  cui  allegro  andava, 
E  la  cui  fama  '1  mondo  illuminava, 
In  ogni  parte,  del  suo  dolce  nome: 
Riaverassi  mai?  non  veggio  come. 

Ma  che  dico  io  ch'egli  è  morto? 
lasso  !  che  ho  io  detto  ? 

Noi  siamo  morti,  noi  che  avevamo  in  lui  messe 
tutte  le  nostre  speranze: 


'  Due  sono  le  canzoni  in  morte  di  Arrigo  VII,  quella  che  co- 
mincia: L'  alta  virtù  che  si  ritrasse  al  cielo;  e  l'altra:  Da  poiché 
la  natura  ha  fine  posto.  Una  terza  glie  ne  vorrebbe  attribuire  il 


LA  POESIA  DEL  DOLORE  131 

Ma  quei  son  morti,  i  quai  vivono  ancora, 
Che  avean  tutta  lor  fede  in  lui  fermata 
Con  ogni  amor  sì  come  in  cosa  degna; 
E  malvagia  fortuna  in  subit'  ora 
Ogni  allegrezza  nel  cor  ci  ha  tagliata: 
Però  ciascun  come  smarrito  regna .... 

È  veramente  il  pianto  di  tutta  Italia  che  ac- 
compagna al  suo  sepolcro  questo  sperato  libera- 
tore. E  la  chiusa  della  canzone  è  una  pioggia  di 
lacrime  : 

Canzon,  piena  d'affanni  e  di  sospiri, 
Nata  di  pianto  e  di  molto  dolore, 
Movi  piangendo,  e  va' disconsolata  ; 
E  guarda  che  persona  non  ti  miri 
Che  non  fosse  fedele  a  quel  signore 
Che  tanta  gente  vedova  ha  lasciata: 
Tu  te  n'andrai  così  chiusa  e  celata 
Là  dove  troverai  gente  penosa 
Della  singular  morte  dolorosa. 

Noi  sentiamo  in  questi  versi  espresso  tutto 
r  uomo  politico  :  il  fiero  sostenitore  dei  diritti 
dell'Impero  contro  la  Chiesa;  il  cittadino  che 
vede  perduta  la  sua  più  cara  e  piiì  santa  spe- 
ranza, che  finalmente  sia  posto  mano  all'incar- 
nazione di  quel  concetto  civile  ch'egli  vagheg- 
giava, e  dal  quale  ripromettevasi  la  salute  e  la 
gloria  d'Italia.  Nella  grande  lotta  tra   l'Impero 


D'Ancona  (La  Politica  nella  poesia  ecc.,  p.  43),  ma  bisognerebbe 
che  almeno  qualche  codice  portasse  il  nome  di  Gino. 


132  CAPITOLO  VI  —  CIXO  DA  PISTOIA 

e  il  Papato,  Gino,  come  tutti  i  grandi  Italiani, 
fu  per  l'Impero;  volle  la  separazione  dei  due 
poteri;  e  insegnò  e  proclamò  che  era  da  riget- 
tarsi quella  supremazia,  che  il  Papato,  sempre 
usurpatore,  si  era  appropriata,  e  che  faceva  di- 
fendere dai  suoi  canonisti.  Egli  di  fronte  all'  au- 
torità religiosa  spiegò  un'intera  indipendenza,  ed 
è  un  fatto  della  piìi  alta  importanza  il  notare  che 
per  lui  il  sole  e  la  luna  servono  bensì  a  rappre- 
sentare il  Papato  e  T Impero,  come  servirono  a 
tanti  altri  scrittori  del  Medioevo;  ma  in  modo 
affatto  opposto.  Per  tutti,  com'  è  ben  noto,  il 
Papato  è  il  sole,  e  l'Impco  è  la  luna:  per  Gino 
invece  è  il  rovescio  :  il  sole  per  lui  simboleggia 
l'autorità  secolare;  la  luna,  l'autorità  spirituale,^ 
e  con  ciò  egli  viene  a  porre  l' Impero  al  di  sopra 
della  Ghiesa.  Forse,  com'è  stato  notato,  si  rife- 
risce a  ciò  l'oscuro  sonetto:  0  voi  che  siete  voce 
nel  deserto,  dove  pare  che  Gino  esprima  il  pro- 
prio dolore  vedendo  la  luna,  cioè  il  Papato,  farsi 
sempre  maggiore,  a  danno  della  potestà  civile. 
Da  tutto  questo  viene,  ci  sembra,  ad  essere 
chiaro  quale  altissimo  luogo  occupi  Gino  dei  Sini- 
buldi  nella  storia  dell'  arte  e  del  pensiero  italiano 
della  fine  del  secolo  xiii;  e  noi  intendiamo  bene 
il  perchè  Dante  chiami  sé  stesso  amico  di  lui,  e 
lo  ponga  accanto  a  sé  tra  coloro  che  più  dolce- 
mente e  più  sottilmente  scrissero  poesie  nel  nuovo 


*  Ved.  Chiappelli,  op.  cit.,  135. 


LA  POESIA  DEL  DOLORE  133 


volgare  :  «  qui  dulcins  subtiliusque  poetati  vulga- 
riter  sunt,  ii  familiares  et  domestici  sui  simt;  piita 
Cinus  pistoriensis  et  amicus  ejiis  ».  ^ 


'  De  vulg.  eloquio,  I,  10. 


135 


CAPITOLO  VII 


GUIDO  CAVALCANTI 


Le  rime  del  Cavalcanti  si  possono  dividere  in 
due  principali  categorie  :  la  prima  è  composta  di 
quelle  che  sono  frutto  del  suo  ingegno  dialettico; 
la  seconda  di  quelle  che  uscirono  dal  suo  spirito 
poetico.  Il  Cavalcanti  si  ricollega  molto  da  vicino 
al  Guinicelli.  Tanto  per  T  uno  quanto  per  l' altro 
la  scienza  diventa  poesia,  la  rigidezza  scolastica 
tenta  di  vestirsi  di  forme  artistiche.  Chi  paragoni 
tra  loro,  per  esempio,  le  due  canzoni  del  Gui- 
nicelli: Con  gran  desio  pensando  lungamente,  e: 
Al  cor  gentil  ripara  sempre  amore  con  quella 
del  Cavalcanti:  Donna  mi  prega  ^  perdi' io  voglio 
dire,  trova  che  procedono  da  uno  stesso  concetto, 
che  mirano  allo  scopo  medesimo,  che  si  servono 
degli  stessi  mezzi.  La  riforma  iniziata  dal  Guini- 
celli prosegue  coi  rimatori  toscani.  La  dottrina 
d'amore  è  messa  in  rima  da  Lapo  Gianni,  dal 
Frescobaldi,  dall'Orlandi  e  dal  Cavalcanti;  que- 
st'  ultimo  sembra  nella  famosa  canzone  riassumere 


136  CAPITOLO  VII 

tutto  quell'insieme  di  teorie  che  costituivano  quasi 
la  scienza  della  natura  d'amore.  Né  questa  inda- 
gine, che  reca  meraviglia  a  noi  uomini  del  se- 
colo XIX,  era  tale  che  non  possiamo  facilmente 
intendere  perchè  fosse  fatta  nella  seconda  metà 
del  secolo  xiii.  Erano  quelli  appunto  i  tempi  nei 
quali  la  filosofìa  e  la  teologia,  amalgamate  in- 
sieme, si  affaticavano  nelle  sottili  ed  inani  ri- 
cerche della  natura  di  tutte  le  cose.  Basta  dare 
uno  sguardo  ai  volumi  di  Alberto  Magno  e  di 
Tommaso  d' Aquino  per  intendere  da  quale  feb- 
brile passione  fossero  invase  le  menti  per  pene- 
trare nell' essenza  di  Dio,  degli  angeli,  dell'anima 
umana,  degli  elementi,  dei  corpi,  di  tutto  in- 
somma, argomentando,  distinguendo,  sottilizzan- 
do. A  questo  ambiente  intellettuale  non  potevano, 
naturalmente,  sottrarsi  i  poeti;  ed  essi,  quindi, 
scelsero  un  campo  adattato  alla  loro  qualità,  e 
dissertarono  sulla  natura  d'amore,  tenendosi  vi- 
cini, quanto  piiì  potessero,  ai  metodi  della  scuola 
filosofica  predominante.  E  naturale  che  questo 
nuovo  contenuto  poetico  fosse  di  natura  sua  ari- 
stocratico ;  cioè  fosse  rivolto  esclusivamente  a 
pochi ,  a  quei  pochi  dotti  che  potevano  intenderlo 
e  pregiarne  l' importanza.  Lo  dice  espressamente 
il  Cavalcanti: 


conoscente  chero, 

Perch'io  non  spero  ch'om  di  basso  core 
A  tal  ragione  porti  canoscenza.^ 

'  Canz.  Donna  mi  prega,  perdi  io  voglio  dire. 


GUIDO  CAVALCANTI  137 

Quello  poi  che  egli  si  propone  è  di  mostrare 
dove  Amore  posa,  chi  lo  fa  creare,  quale  sia  la 
sua  virtù,  impotenza,  V essenza,  ciascun  ìiioviìuento, 
e  il  piacimento  che  lo  fa  dire  Amore. 

Sarebbe  cosa  superflua  per  noi  l'analizzare 
questa  canzone,  dove  il  rimatore  fa  mostra  delle 
pili  astruse  teorie  sulF  intelletto  possibile  e  su 
tutti  gli  altri  ingredienti  della  metafisica  del  suo 
tempo. ^  A  noi  basta  lo  stabilire  che  il  Cavalcanti 
seguita  la  scuola  della  poesia  dottrinale,  portan- 
dola anzi  ad  un  grado  più  alto  di  quello  che  non 
avessero  fatto  i  suoi  predecessori.  È  questa,  come 
già  sappiamo,  una  delle  tendenze  della  nuova 
scuola  lirica.  Ma  è,  affrettiamoci  a  dirlo,  la  ten- 
denza più  difettosa.  La  canzone  del  Cavalcanti 
può  essere  sembrata  bella  e  profonda  ai  suoi  con- 
temporanei, ed  anche  ai  neo-platonici  del  secolo  xv. 
A  noi,  che  giudichiamo  con  criterii  affatto  diversi, 
a  noi  che  vogliamo  T  arte  rappresentatrice  di  una 
verità  interiore  od  esteriore,  quella  canzone  sem- 
bra una  stranezza  ed  un  controsenso.  Essa  non  ha 
che  un  valore  solo  :  quello  di  documento  storico 
per  attestarci  quale  fosse  lo  stato  delle  menti 
sullo  scorcio  del  secolo  xin,  e  come  s' inten- 
desse l'amore,  travolto  da  sentimento  a  concetto, 

1  Non  ci  pare  che  dica  male  il  Foscolo  quando  scrive:  «  L'amore 
cantato  dai  nostri  antichi  era  una  passione  lambiccata  dalla  castità 
del  Cristianesimo,  dalla  domestica  severità  dei  costumi,  dalla  magna- 
nimità cavalleresca,  dalle  formole  d'Aristotele  ....  Da  quegli  ele- 
menti derivava  quell'amore  poetico,  dissimile  in  tutto  dal  nostro». 
Saggi  di  Critica,  I,  322. 


138  CAPITOLO  VII 

e  chiamato  anch'  esso  a  far  parte  di  quella  pseudo- 
scienza teologico-filosofica,  nella  quale  si  impa- 
ludava il  pensiero  umano.*  Se  il  Cavalcanti  non 
avesse  scritta  che  la  sola  canzone  Donna  miprega^ 
la  storia  letteraria  si  sbrigherebbe  di  lui  con  poche 
parole.  Ma,  invece,  egli  occupa  con  altre  rime 
un  luogo  molto  notabile  nello  svolgimento  del- 
l' arte. 

Abbiamo  veduto  come  i  poeti  del  nuovo  stile 
rappresentassero  la  donna.  Questa  stessa  rappre- 
sentazione ci  è  data  da  Guido.  Anch'essa,  la  donna 
cantata  da  lui,  ha  qualità  sovrumane,  come  le 
donne  di  Lapo,  di  Dino  e  di  Gino: 

Di  questa  donna  non  si  può  contare, 
Che  di  tante  bellezze  adorna  vene, 
Che  mente  di  quaggiù  nolla  sostene,^ 

Essa  porta  negli  occhi  una  gentile  virtii  d'amore, 
e  risplende  in  forma  inusitata: 

1  Non  esiste  nessuna  relazione  tra  questa  riflessione  filosofica  sul- 
l'amore e  la  psicologia  dell'amore  come  sentimento.  Sono  due  cose  af- 
fatto distinte,  anzi  in  opposizione  tra  loro.  Notiamo  questo  alludendo 
a  ciò  che  scrive  in  proposito  il  signor  prof  Tullio  Ronconi  nel  suo 
articolo  L' amore  in  Bernaì'do  di  Ventadorn  e  in  Guido  Cavalcanti, 
inserito  nel  Propugnatore,  anno  XIV,  disp.  i. 

2  Canz.  Io  non  pensava  che  lo  cor  giammai.  —  Seguo  sempre 
la  lezione  del  testo  dato  dal  mio  caro  scolare  prof  Arnone  (Le  Rime 
di  Guido  Cavalcanti,  Firenze,  Sansoni,  1881,  terzo  volume  della 
Raccolta  di  opere  inedite  o  rare  di  ogni  secolo  della  Letteratura 
i^a/za^a).  Solamente  ammoderno  l'ortografia,  che  l'Arnone  ha  ripro- 
dotta esattamente  come  sta  nel  codice,  e  correggo  qualche  errore 
sfuggitogli.  —  Del  pari  mi  rimetto  al  libro  citato  per  le  questioni  in- 
torno alle  rime  autentiche  ed  apocrife  del  Cavalcanti.  Fino  a  nuove 
scoperte,  mi  pare  che  il  lavoro  dell' Arnone  intorno  a  ciò  sia  defi- 
nitivo. 


GUIDO  CAVALCANTI  139 

Io  veggio  che  negli  occhi  suoi  risplende 
Una  vertù  d'  amor  tanto  gentile 
Ch'ogni  dolce  piacer  vi  si  comprende 
E  move  a  loro  un'anima  sottile, 
Respecto  de  la  quale  ogn' altra  è  vile, 
E  non  si  po'  di  lei  giudicar  fore 
Altro  che  dir  :  quest'  è  novo  splendore.^ 

Anche  il  Cavalcanti  paragona  agli  angeli  la  sua 
donna  : 

Angelica  sembianza 

In  voi,  donna,  riposa; 

e  la  chiama:  angelica  creatura]  e  dice  che  oltre- 
passa la  natura  umana: 

Oltra  natura  umana 
Vostra  fina  piagenza 
Fece  Dio  per  essenza 
Che  voi  foste  sovrana.^ 

La  contemplazione  della  bellezza  è  in  Guido 
larga  ed  appassionata: 

Avete  'n  vo'  li  fiori  e  la  verdura, 
E  ciò  che  luce  od  è  bello  a  vedere; 
Risplende  più  che  sol  vostra  figura, 
Chi  vo'  non  vede  ma'  non  po'  valere. 

In  questo  mondo  non  à  creatura 
Sì  prena  di  bieltà  né  di  piacere, 
E  chi  d'amor  si  teme,  lu' assicura 
Vostro  bel  viso  e  non  può  più  tenere.^ 

*  Ball.  Posso  degli  occhi  miei  novella  dire. —  La  correzione  del- 
l'ultimo verso  della  stanza  è  evidente,  e  TArnone  avrebbe  dovuto 
introdurla  nel  testo,  seguendo  i  codd.  ch'egli  cita  (pag.  26-27). 

-  Ball.  Fresca  rosa  novella. 

3  Cosi  avrebbe  dovuto  stampare  nel  testo  quest'ultimo  verso  il 
prof.  Arnòne. 


140  CAPITOLO  VII 

Nel  rappresentare  la  donna  il  poeta  si  innalza 
ad  una  forma  fosforescente,  sembra  che  i  suoi 
versi  si  riscaldino  e  si  illuminino  di  quella  luce 
che  esce  di  lei: 

Chi  è  questa  che  ven,  ch'ogn'om  la  mira, 
E  fa  trerear  di  claritate  l'are, 
E  mena  seco  amor,  sì  che  parlare 
Om' non  può,  ma  ciascun  ne  sospira? 

Per  lui  essa  oltrepassa  di  bellezza  tutte  le 
cose;  non  c'è  altra  donna  che  possa  essere  a  lei 
paragonata;  non  c'è  spettacolo  della  natura  che 
tanto  lo  attragga  quanto  quella  forma  vagheg- 
giata in  un'  estasi,  in  un  rapimento  di  tutti  i  sensi: 

Biltà  di  donna  e  di  saccente  core, 
E  cavalier  armati  che  sien  genti. 
Cantar  d'augelli  et  ragionar  d'amore, 
Adorni  legn' in  mar  forte  correnti, 

Aria  serena  quand'apar  l'albore, 
E  bianca  neve  scender  senza  venti. 
Rivera  d'acqua  e  prato  d'ogni  fiore. 
Oro,  argento,  azurro  'n  ornamenti, 

Ciò  passa  la  beltate  e  la  valenza 
De  la  mia  donna 

L'immagine  che  ci  balena  qui  davanti  agli 
occhi  in  questi  versi  del  Cavalcanti,  non  è,  ripe- 
tiamolo ancora,  diversa  da  quella  che  già  vedem- 
mo dipinta  dagli  altri  poeti  del  nuovo  stile.  E  la 
stessa  creatura  impalpabile,  circonfusa  di  luce, 
che  tremola,  come  una  stella,  in  un  fondo  azzurro, 
e  sparge  intorno  a  sé  la  meraviglia  e  il  terrore. 


GUIDO  CAVALCANTI  141 

E  come  uguale  la  donna,  così  è  uguale  F in- 
namorato poeta.  Il  dolore  è  la  nota  fondamentale 
del  suo  canto: 

Davante  agli  occhi  miei  veggio  lo  core 
E  l'anima  dolente  che  s'ancide, 
Che  mor  d' un  colpo  che  li  diede  amore , 
Ed  in  quel  punto  che  Madonna  vide 

Lagrime  scendon  de  la  mente  mia  ^ 
Sì  tosto  come  questa  donna  sente  -  .  . . . 

L' anima  mia  dolente  e  paurosa 
Piange  ne'sospii"  che  nel  cor  trova, 
Sicché  bagnati  di  pianti  escon  fora. 

Allora  par  che  nella  mente  piova 
Una  figura  di  donna  pensosa 
Che  vegna  per  veder  morir  lo  core.  ^ 

L'  amante  non  osa  guardare  in  volto  la  dea, 
perchè  se  la  guardasse  morrebbe.  Ella  anzi  non 
può  immaginare  che  uomo  mortale  ardisca  di 
ammirarla  : 

ella  si  vede 

Tanto  gentil  che  non  po'  'maginare 
Ch' om'  d'esto  mondo  l'ardisca  amirare, 
Che  non  convegna  lui  tremare  impria; 
Ed  i',  s'i'  la  sguardasse,  ne  morria.  "* 

Ed  egli  al  cospetto  di  lei  sente  morirsi  shigot- 
Utamente,  ^  ed  invoca  con  calde  parole  la  morte: 


1  Così  deve  leggersi  questo  verso. 

2  Ball,  r  prego  voi  che  di  dolor  parlate. 

3  Son.  S'io  prego  questa  donna  che  pietate. 
^  Ball.  Gli  occhi  di  quella  gentil  forosetta. 

5  Canz.  lo  non  pensava  che  lo  cor  giammai. 


142  CAPITOLO  VII 

Morte  gentil,  rimedio  de' cattivi, 
Merzé,  merzé,  a  man  giunte  ti  chieggio, 
Viemmi  a  vedere  e  prendimi 

Chi  è  questa  donna,  alla  quale  si,  volgono  le 
parole  del  Cavalcanti?  La  domanda  è  anche  qui 
senza  risposta  possibile.  Varie  donne  ci  compari- 
scono nelle  poesie  di  Guido  e  in  quelle  a  lui  di- 
rette. Abbiamo  quella  Giovanna  o  Primavera,  che, 
come  dice  Dante,  «fu  già  molto  donna»  di  lui,  ^ 
e  che  par  ricordata  nella  ballata: 

Fresca  rosa  novella 
Piacente  Primavera.  ^ 

C'è  la  forosetta  a  cui  il  poeta   fa  prima  le  sue 
confidenze  amorose,  nella  ballata: 

Era  in  pensier  d'amor  quand' i' trovai 
Due  foresette  nove; 

e  che  poi  sembra  averlo  essa  stessa  infiammato 

d' amore  : 

Gli  occhi  di  quella  gentil  foresetta 
Hanno  distrutta  si  la  mente  mia, 
Ch'  altro  non  chiama  che  le'  né  desia. 

Ella  mi  fere  sì  quando  la  sguardo, 
Ch'  i'  sento  lo  sospir  tremar  nel  core 


Questa  foresetta  è  o  non  è  quella  medesima  che 
altrove  è  chiamata  ^pastorella?  Noi  crediamo,  ve- 


1  Vita  Nuova,  §  xxiv.  Dante  la  nomina,  oltreché  nel  sonetto  della 
Vita  Nuova:  lami  sentii  pigliar  dentro  a  lo  core,  anche  nell'altro: 
Guido,  vorrei  che  tu  e  Lapo  ed  io. 

2  Son.  Dante,  un  sospiro  messagger  del  core. 


i 


GUIDO  CAVALCANTI*  143 

raniente,  di  no,  perchè  l'intonazione  delle  due 
ballate:  Gli  occhi  di  quella  gentil  f or  esetta,  q  In 
un  hoschetto  trovai  'pastorella  ci  sembra  comple- 
tamente diversa, 

E  la  Pinella  sarebbe  la  pastorella  o  la  foro- 
setta?  0  non  sarebbe  né  l'una  né  l'altra?  Alla 
identità  tra  la  Pinella  e  la  forosetta  potrebbe  far 
credere  il  sonetto  di  Bernardo  da  Bologna:' 

A  quella  amorosetta  foresella 
Passò  sì  '1  core  la  vostra  salute, 
Che  sfigurio  di  sue  belle  parute: 
DoncF  i' la  domanda':  perchè,  Pinella? 

Udistu  mai  di  quel  Guido  novella? 
Si,  feci,  ta' eh' appena  l'ho  credute. 
Che  s' allegar '- le  mortai  feruta 
D' amor 

Ma,  e  che  senso  ha  poi  questa  terzina  di  Guido?: 

Mando  a  la  Pinella  un  grande  fiume 
Pieno  di  lammie,  servito  da  schiave 
Belle  e  adorne  di  gentil  costume  ^ 

Abbiamo  anche  una  giovane  da  Pisa,  come 
si  rileva  dal  sonetto  dell' Alfani,  già  indietro  ci- 
tato.^ Abbiamo  poi  la  Mandetta,  la  giovane  donna 
di  Tolosa: 

^  Ediz.  Arnone,  pag.  83. 

2  Credo  che  debba  leggersi  allargaron,  come  ha  il  codice  Ric- 
cardiano  2846. 

^  Nel  sonetto  di  risposta  a  quello  di  Bernardo  da  Bologna  :  Cia- 
scuna  fresca  e  dolce  fontanella. 

<  Pag.  39. 


144  *      CAPITOLO   VII 

E  mi  ricorda  che  'n  Tolosa 

Donna  m'apparve  accordellata  istretta,  ^ 
La  quale  Amor  chiamava  la  Mandetta  : 
Giunse  sì  presta  e  forte 
Che  'n  fin  dentro  a  la  morte 
Mi  colpir  gli  occhi  suoi.- 

Si  noti  però:  quando  il  poeta  nella  chiesa  della 
Dorada  a  Tolosa  s'innamorò  della  Mandetta,  era 
già  innamorato  d'un'  altra.  Ne  abbiamo  una  chiara 
ed  esplicita  confessione: 

Una  giovane  donna  di  Tolosa, 
Bella  e  gentil,  d'onesta  leggiadria, 
Tant'è  diritta  e  simigliante  cosa, 
Ne' suoi  dolci  occhi,  de  la  donna  mia, 

Ch'  è  fatta  dentro  al  cor  disiderosa 
L'anima  in  guisa,  che  da  lui  si  svia,^ 
E  vanne  a  lei;  ma  tant'è  paurosa 
Che  non  le  dice  di  qual  donna  sia. 

Quella  la  mira  nel  su' dolce  sguardo, 
Ne  lo  qual  face  rallegrare  amore. 
Perchè  v'  è  dentro  la  sua  donna  dritta. 

Po'  torna  piena  di  sospir  nel  core. 
Ferita  a  morte  d' un  tagliente  dardo 
Che  questa  donna  nel  partir  li  gitta. 


'  Che  vuol  dire?  È  possibile  che  qui  il  Cavalcanti  ci  descriva 
com'era  vestita  la  sua  donna?  A  noi  piacerebbe  assai  di  leggere: 
Donna  m'apparve  a  ccor  del  lato  {stretta,  almeno  finché  non  si 
trovino  dell'  accordellata  o  accorellata  esempi  che  ne  spieghino  meglio 
il  significato,  finora  oscuro  o  non  appropriabile  a  questo  verso. 

*  Ball.  Era  in  pensier  d' amor  quand'  io  trovai. 

3  L'Arnone  non  dà  nessuna  variante  a  questo  verso.  Le  antiche 
edizioni  hanno:  .da  lei  si  svia. 


GUIDO  CAVALCANTI  145 

Ed  abbiamo,  finalmente,  anche  una  monna 
Lagia.  ^  Qualcheduno  ha  detto  che  ella  fosse 
l'amante  di  Lapo  Gianni,  ma  io  non  trovo  su 
che  cosa  possa  appoggiarsi  questa  atfermazione.  - 
Bisogna  esaminare  con  attenzione  il  sonetto  del 
Cavalcanti  : 

Amore  e  monna  Lagia,  e  Guido  ed  io 
Possiamo  ringraziare  un  ser  costui, 
Che  'nd  à  partiti,  sapete  da  cui? 
Noi  vo  contar,  per  averlo  in  oblio, 

Poi  questi  tre  più  no  v'ànno  disio, 
Ch'eran  serventi  di  tal  guisa  in  lui, 
Che  veramente  più  di  lor  non  fui, 
Imaginando  eh'  ella  fosse  iddio. 

Sia  ringraziato  Amor  che  se  n'  accorse 
Primeramente,  poi  la  donna  saggia 
Che  'n  quel  punto  li  ritolse  il  core, 

E  Guido  ancor,  che  n'è  del  tutto  fore: 
Ed  io  ancor,  che  'n  sua  vertute  caggia. 
Se  poi  mi  piacque,  noi  si  crede  forse. 

Ecco  come  io  interpetro  questo  oscuro  sonetto. 
Il  poeta  si  rivolge  ad  Amore  e  alla  donna,  e  dice 
loro:  Guido  ed  io  possiamo  ringraziare  un  certo 


1  Questo  nome  di  Lagia  fu  già  nel  secolo  xiii  di  una  figliuola  di 
Guido  Compagni,  fratello  di  Dino.  Ved.  Del  Lungo,  op.  cit.,  I,  ii. 
Documenti,  pag.  vi. 

2  Sarebbe  forse  perchè  il  Cicciaporci  {Rime  di  Gtcido  Cai-alcanti, 
Firenze,  1813)  riportando  in  nota  (pag.  114)  il  sonetto  di  Dante:  Guido, 
vorrei  che  tu  e  Lapo  ed  io,  dà  una  variante  di  un  codice,  che  in- 
vece di  Monna  Bice  ha  Monna  Lagia  ?  Ma  è  chiaro  che  in  questo 
sonetto  l'amante  di  Lapo  era  quella   eh' é  sul  numero  del   trenta, 

poiché  Bice  «in  alcuno  altro  numero  non  sofferse stare,  se  non 

in  sul  nono.»  {Vita  Nuova,  vi). 

BinTOu.  -  St.  della  Letterat.  Ital.  —  Voi.  IT.  10 


146  CAPITOLO   VII 

tale  {un  ser  costui)  che  ne  ha  allontanati,  sapete 
voi  da  chi  ?  Non  voglio  dirlo  perchè  V  ho  dimen- 
ticato, dal  momento  che  questi  tre  (Guido,  il 
poeta  e  il  ser  costui)  non  pensano  più  a  quella 
persona,  essi  che  le  erano  di  tal  guisa  serventi; 
che,  veramente,  io  non  fui  da  più  di  loro,  non 
seppi  più  di  loro  resistere  all'amore  di  quella 
persona,  imaginando  eh'  ella  ^  fosse  iddio.  Di  ciò 
io  ringrazio,  mi  congratulo  con  Amore  che  fu  il 
primo  ad  accorgersi  di  quel  nostro  allontanamento; 
mi  congratulo  colla  donna,  che  fu  così  saggia  da 
ritogliere  il  cuore  al  ser  costui,  nel  punto  che 
s'accorse  che  noi  ci  partivamo  da  lei;  mi  con- 
gratulo con  Guido  che  è  del  tutto  fuori  da  quel- 
r amore;  e  mi  congratulo  anche  con  me  stesso, 
sperando  che  potrò  ricader  finalmente  sulla  virtù, 
tornare  alla  virtù.-  Se  poi  dicessi  che  tutto  ciò 
mi  piacque,  mi  fece  piacere,  forse  non  sarei  cre- 
duto. Qui,  in  sostanza,  noi  avremmo  la  storia  di 
una  donna,  che  io  suppongo  sia  monna  Lagia, 
amata  da  un  Guido  (che  potrebbe  essere  l'Or- 
landi) e  dal  Cavalcanti;  la  quale  lasciò  l'uno  e 
l'altro  per  un  terzo.  E  il  poeta,  scherzando  sul 
fatto,  mostrerebbe  però,  nell'ultimo  verso,  il  do- 
lore provatone.  Di  questo  amore  del  Cavalcanti 
per  Lagia  ci  pare  irrecusabile  testimonianza  anche 
il  sonetto  :  Dante,  un  sospiro  messagger  del  core, 

'  Anione  doveva  stampare  sul  testo  o  ella  o  che  Ile'.  Ch'  elle  non 
ha  senso. 

2  Leggo:  Che  'n  su  a  virtute. 


GUIDO  CAVALCANTI  147 

dove   questo   principio   appunto    con    quello   che 

segue  poi, 

Ed  io  mi  disvegliai  allor  temendo 
Ched  egli  fosse  in  compagnia  d'Amore, 

esclude  affatto  il  dubbio  che  il  Servitore  di  monna 
Lagia  possa  essere  altri  che  lui.  E  le  due  ter- 
zine sono  chiarissime: 

.  .  .  .  i'  giunsi  Amore  eh'  affilava  i  dardi  : 
Allor  lo  1  domandai  del  su'  tormento , 
Et  elli  mi  rispuose  in  questa  guisa: 

Di'  al  servente  che  la  donna  è  presa, 
E  tengola  per  far  su' piacimento, 
E  se  noi  crede,  di' eh' a  li  occhi  guardi. - 

Davanti  a  tutte  queste  figure  di  donna,  ce  ne 
sarà  una  che  ispirasse  al  poeta  i  versi  della  sua 
alta  idealità  mistica  e  quelli  del  suo  profondo 
dolore?  Non  lo  sappiamo.  In  generale  si  è  cre- 
duto e  detto  che  Giovanna  o  Primavera  sia  quella 
a  cui  sono  rivolte  le  piiì  belle  e  più  sentite  poesie 
del  Cavalcanti.  Ma  questa  opinione  si  fonda  tutta 
sulle  parole  di  Dante.  Ora,  dicendo  egli  che  Gio- 
vanna ^<  f u  già  molto  donna»  dell'amico  suo,  non 
viene   già    a   dire    che   fosse   Tunica   donna,  la 


'  Lo  e  non  la,  come  stampa  Arnone.  Correzione  data  Jai  codici, 
ed  evidente. 

-  É  strano  che  tutti  quelli,  anche  recentissimi  scrittori,  che  hanno 
parlato  del  Cavalcanti  non  hanno  trovato  nelle  sue  poesie  che  tre 
donne  sole,  mentre  ce  ne  sono  cinque  e  forse  sei.  Anzi  sarebbero 
sette,  se  si  potesse  credere,  come  non  è  improbabile,  che  un  dispetto 
amoroso  gli  dettasse  il  sonetto:  Guata,  Manetta,  quella  scrigno- 
tuzza. 


148  CAPITOLO   VII 

donna  amata  più  di  tutte  le  altre.  Della  crono- 
logia delle  rime  di  Guido  noi  non  sappiamo  nulla.  ^ 
Chi  dice,  per  esempio,  a  certi  critici  che  quando 
il  Cavalcanti  cantava  la  donna  che  fa  tremar  di 
claritate  l'aere,  dovesse  pensare  a  Giovanna,  e 
non  piuttosto  alla  Mandetta?  Anzi,  per  quel  che 
riguarda  Giovanna  ci  sarebbe  forse  qualche  cosa 
che  potrebbe  far  supporre  non  essere  stato  ispi- 
rato da  lei  quel  sentimento  di  dolore  ^e  si  con- 
fonde nei  poeti  del  nuovo  stile  col  sentimento 
dell'idealità  trascendente,  e  che  costituisce  la  loro 
più  elevata  caratteristica. 

Di   Giovanna  o   Primavera,   infatti,  il   poeta 
vuole  cantar  gaiamente: 

Per  prata  e  per  rivera 
Gaiamente  cantando; 

desidera  che  il  suo  pregio  fino 

In  gio'  si  rinnovelli, 

e  invita  gli  augelli  a  dire  le  sue  lodi: 

E  cantine  gli  augelli 
Ciascuno  in  suo  latino 
Da  sera  e  da  matino 
Su  li  verdi  arbuscelli. 


•  É  vero  che  il  signor  Gaetano  Capasse  nel  suo  opuscolo  Le 
Rime  di  Guido  Cavalcanti,  Pisa,  1879,  pag.  20,  21  parla  di  «poesie 
di  età  più  matura  »,  di  «  poesie  che  appartengono  a  questo  periodo 
della  sua  vita»  ,  di  «poesie  posteriori»;  ma  egli  si  dimentica  di  dirci 
su  quali  documenti  fondi  queste  sue  divisioni  cronologiche.  Il  criterio 
estetico  non  ha  in  questo  caso  nessun  valore,  come  sanno  tutti  coloro 
che  hanno  studiato  i  lirici  del  secolo  xni. 


GUIDO  CAVALCANTI  149 

Noi  non  vogliamo  già  attribuire  a  questi  versi 
più  importanza  che  essi  non  abbiano  ;  ma  diciamo 
solo  che  anche  nelle  poesie  del  Cavalcanti  manca 
ogni  contenuto  storico  e  narrativo;  e  che  quindi 
noi  siamo  autorizzati  a  credere  che  le  sue  rime 
cantino  un'idealità,  simile  a  quella  dei  suoi  grandi 
compagni  d'arte.  Diciamo,  s'intenda  bene,  idea- 
lità e  non  allegoria.  Ed  abbiamo  indietro  spiegato 
abbastanza  il  nostro  concetto.  L'allegoria  esclude 
ogni  affetto ,  mentre  nei  lirici  della  scuola  toscana 
c'è  affetto  vero. ^  Affetto  vero,  si,  ma  non  però 
affetto  esclusivo  ed  assorbente.  Non  è  una  donna 
unica  che  abbia  legato  a  sé  il  poeta,  esercitando 
sopra  di  lui  quel  fascino  che  esalta  lo  spirito  ed 
acceca  la  ragione.  Sono  più  donne  che  si  con- 
cretizzano in  un  ideale  unico,  cantato  secondo 
che  imponeva  l'ambiente  letterario,  e  secondo  che 


'  Ci  ha  fatto  meraviglia  di  leggere  in  un  recente  opuscolo  del 
signor  Giovanni  Fioretto,  L'Amore  nella  vita  e  nella  lirica  italiana 
dei  primi  secoli  dopo  il  mille,  Padova,  1881,  pag.  71,  queste  pa- 
role: «A  mano  a  mano  che  la  passione  s'intiepidì,  seppur  vera  pas- 
sione provarono  i  lirici  anteriori  a  Dante,  prevalendo  le  freddure 
academiche  e  le  astrattezze  della  filosofia,  massim.amente  nella  scuola 
toscana,  le  attenzioni  già  consacrate  alla  donna  si  rivolsero  all'Amore 
e  questi  s'ebbe  le  lodi  di  quella».  Passiamo  sopra  a  quel  dubbio  sulla 
vera  passione  di  poeti  come  Gino  e  Guido.  Ma  il  dirci  che  le  fred- 
dure accademiche  prevalsero  massimamente  nella  scuola  toscana  ci 
pare  molto  strano.  È  precisamente  il  contrario.  Il  signor  Fioretto  ha 
del  resto  delle  idee  tutte  sue,  come  dove  c'insegna  che  la  donna  e 
r  amore  ricaddero  «  nel  brago  antico  sotto  i  lazzi  del  Quattrocento  » 
(pag.  84).  I  lazzi  del  Poliziano  e  del  Magnifico?  E  come,  ancora, 
dove  ci  dice  (pag.  55)  che  Dante  ebbe  le  Stesse  «  esitanze  »  e  le  stesse 
«contraddizioni  infinite»  del  Petrarca.  Ma  bisognava  provarlo!  E  sa- 
rebbe stato  un  capitolo  nuovo  e  interessante  di  critica  dantesca. 


150  CAPITOLO   VII 

poteva  l'ingegno  dell'uomo:  è  la  bella  tolosana 
contemplata  nella  chiesa  della  Dorada;  è  la  pasto- 
rella che  inebria  Guido  d'amore  sotfuna  freschetta 
foglia;  è  Lagia,  è  Pinella,  è  Primavera,  insomma 
son  tutte  quelle  che  ferirono  il  cuore  del  tenero  r 
stizzoso^  filosofo,  che  mette  in  rima  quegli  amori 
con  lampi  di  poesia,  a  cui  si  frammischiano  le  sue 
astruse  speculazioni  dialettiche. 

Abbiamo  già  accennato  indietro  al  più  famoso 
tra  i  componimenti  filosofici  del  Cavalcanti.  Ma 
anche  in  molte  altre  delle  sue  poesie  apparisce 
la  tendenza  a  soffocare  le  immagini  poetiche,  le 
divine  immagini  del  suo  spirito  innamorato,  sotto 
il  gravame  del  medievalismo  filosofico.  Questa 
tendenza  arriva  anzi  qualche  volta  ad  una  esa- 
gerazione che  disgusta,  come,  per  esempio,  in 
questo  sonetto: 

Per  gli  occhi  fere,  un  spirito  sottile, 
Che  fa  in  la  mente  spirito  destare, 
Da  qual  si  move  spirito  d'amare, 
E  ogni  altro  spiritello  fa  gentile. 

Sentir  non  pò  di  lu'  spirito  vile: 
Di  cotanta  virtù  spirito  appare  ; 
Questo  è  lo  spiritel  che  fa  tremare 
Lo  spiritel  che  fa  la  donna  umile. 

Poi  da  questo  spirito  si  move 
Un  altro  dolce  spirito  soave. 
Che  siegue  un  spiritello  di  mercede. 


1  Villani,  vm,  41.  Cfr.  Boccaccio,  Decam.,  vi,  9;  Lorenzo  dei 
Medici,  Epist.  al  signor  Federigo. 


GUIDO  CAVALCANTI  151 

Lo  quale  spiritel  spiriti  piove, 
Che  di  ciascuno  spirit' ha  la  chiave, 
Per  forza  d' uno  spirito  che  '1  vede. 

Altrove  egli  dice  che 

Da  ciel  si  mosse  spirito  in  quel  punto 
Che  quella  donna  mi  degnò  guardare, 
E  vennesi  a  posar  nel  mio  penserò.  ^ 

E  parla  del 

....  rosso  spiritel  che  apparve  al  volto  :  - 
e  del 

....  pauroso  spirito  d'Amore, 

Il  qual  sol  apparir  quand'om  si  more.  ^ 

I  sonetti  del  Cavalcanti  "  hanno  quasi  tutti , 
dal  più  al  meno,  un  colorito  filosofico.  Essi  pro- 
vengono in  gran  parte  dallo  spirito  scientifico 
del  tempo,  che  influiva  potentemente  su  Guido. 
Però  un  altro  e  ben  più  importante  coefficente 
della  sua  arte  era  lo  spirito  poetico,  onde  così 
genialmente  s'informava  l'ingegno  di  lui.  Certo 
le  reminiscenze  della  vecchia  scuola  erano  an- 
cora vive  nel  rimatore  che  compiacevasi  nella 
personificazione  di  Amore,  così: 

Certe  mie  rime  a  te  mandar  vogliendo 
Del  greve  stato  che  lo  me'  cor  porta. 
Amor  m' aparve  in  figura  morta, 
E  disse:  non  mandar,  eh"  i'  ti  rispondo. 


1  Son.  Io  vidi  li  occhi  dove  amor  si  mise. 
-  Son.  Certo  non  é  de  lo  intellecto  accolto. 
3  Son.   Veder  poteste  quando  vi  scontrai. 


152  CAPITOLO  VII 

Ma  questa  stessa  personificazione  acquista 
qualche  cosa  di  plastico  e  di  elegante  sotto  la 
sua  mano,  L' anima  del  poeta  sembra  immedesi- 
marsi col  vecchio  e  trito  mezzo  rettorico,  e  riesce 
a  dare  ad  un  artifizio  comune  e  rancido,  novità 
inaspettata.  C'è  ancora  1' esteriorità  dell'arte  dei 
Siculi  e  dei  Toscani  del  periodo  di  transizione, 
ma  il  di  dentro  si  è  modificato,  si  è  approfondito 
di  sentimento  ed  allargato  di  concetto  : 

0  donna  mia,  non  vedestu  colui 
Che  'n  su  Io  core  mi  tenea  la  mano, 
Quando  ti  rispondea  fiochétto  e  piano 
Per  la  temenza  de  li  colpi  sui  ? 

Elli  fu  Amore,  che  trovando  vili 
Meco  ristette,  che  venia  lontano, 
In  guisa  d'  uno  arcier  presto  soriano 
Acconcio  sol  per  uccider  altrui. 

E  trasse  poi  degli  occhi  soi  sospiri, 
I  qua'  mi  saettò  nel  cor  sì  forte 
Ch'  i'  mi  partii  sbigottito  fuggendo. 

Allor  m'apparve  di  sicur  la  morte 
Accompagnata  di  quelli  inartiri 
Che  soglion  consumare  altru'  piangendo. 

Sia  pure  che  si  abbia  anche  qui  una  perso- 
nificazione di  Amore.  Che  importa?  Noi  non  pen- 
siamo a  ciò  leggendo  quei  versi  ;  non  abbiamo 
tempo  di  fermarci  a  fare  questa  riflessione,  per- 
chè la  foga  del  sentimento  ci  trascina,  perchè 
quella  mano  che  gli  stringe  il  cuore  è  la  mano 
istessa  del. poeta,  perchè  suol  sono  quei  sospiri, 
perchè  siamo  commossi,  appassionati,  ammaliati 


GUIDO  CAVALCANTI  153 

da  quel  dolore  che  emana  dall'  anima  dell'  uomo, 
dolore  vero  e  solenne.  Sotto  il  motivo  della  vec- 
chia rettorica  sta  una  realtà  che  noi  sentiamo, 
e  che  ci  fa  passar  sopra  a  tutto  il  resto. 

Abbiamo  poi  altri  sonetti  dove  tutto  il  vec- 
chio sparisce  affatto,  e  dove  ci  si  mostra  l'ec- 
celso poeta  del  ìiuovo  stile,  così  prossimo  a  Dante 
da  confondersi  quasi  con  lui.  Tali  quei  due  so- 
netti che  già  avemmo  occasione  di  citare:  Chi  è 
q^uesta  che  ven  eh'  ogn  om  la  mira,  e  Avete  'n 
vo'  li  fiori  e  la  verdura. 

Eppure  questo  non  è  ancora  il  genere  per 
il  quale  il  Cavalcanti  più  si  distingue.  La  sua 
potenza  e  la  sua  originalità  poetica  si  palesano 
anche  più  efficacemente  nelle  ballate.  In  que- 
ste egli  riversa  tutto  sé  stesso,  ingenuamente  e 
senza  artifizi,  ma  però  con  una  coscienza  del- 
l'arte continua  e  profonda.  Egli  prende  la  bal- 
lata dal  popolo;  ^  il  fresco  e  agile  canto  di  dan- 


1  Non  confutiamo  quello  che  scrive  il  prof.  Ronconi  (op.  cit., 
pag.  64,  66)  a  questo  proposito,  perchè  può  agevolmente  farlo  chiun- 
que conosca  lo  svolgimento  della  lirica  italiana.  Egli  si  domanda: 
«  chi  vorrebbe  sostenere  che  vi  fosse  qualche  cosa  di  comune  tra  le 
rime  di  Guido  e  le  canzoni:  Date  beccare  all'  iigellino;  Oi  bona  gente 
oditi  et  entenditiy».  Oh  sapevamcelo!  Ma  son  codeste  due  sole,  forse, 
le  nostre  poesie  popolari  del  secolo  xiii?  E  se  anche  esse  sole  fos- 
sero avanzate,  non  indicherebbero  che  doverono  essercene  molte  al- 
tre? Chi  è  ormai  che  non  sappia  come  la  ballata  sia  di  natura  sua 
componimento  popolare?  Basta  conoscerne  un  poco,  anche  affatto 
superficialmente,  la  storia;  basta  essersi  appena  addentrati  nella 
ritmica  medioevale,  per  esserne  certi.  Neppure  l'osservazione  del 
signor  Ronconi  a  proposito  della  storia  di  Firenze  è  giusta.  Che  vuol 
dire  che  il  Villani   parli  «di  divisioni   tra  '1  popolo  e  i  grandi?»  0 


154  CAPITOLO   VII 

za  ^  dà  a  lui  T intonazione  e  il  motivo;  ricreato 
a  quella  pura  e  limpida  sorgente,  egli  si  scio- 
glie dai  legami  della  scuola,  e  attinge  a  nuove 
altezze. 

Però,  distinguiamo.  Anche  tra  le  ballate  qual- 
che cosa  della  scuola  vecchia  apparisce.  Il  filosofo 
non  riesce  a  ceder  sempre  il  posto  al  poeta.  Per 
esempio,  elegante  per  semplicità,  e  per  verità 
potente  è  il  principio  di  questa  ballata:  • 

Vedete  ch'i'  son  un  che  vo  piangendo, 
E  dimostrando  il  giudicio  d'amore, 
E  già  non  trovo  sì  pietoso  core 
Che  me  guardando  una  volta  sospiri. 

Novella  doglia  m' è  nel  cor  venuta, 
La  qual  mi  fa  doler  e  pianger  forte; 
E  spesse  volte  aven  che  mi  saluta 
Tanto  di  presso-  l'angosciosa  morte, 
Che  fa  'n  quel  punto  le  persone  accorte, 
Che  dicono  in  fra  lor:  quest' ha  dolore, 
E  già,  secondo  che  ne  par  di  fore. 
Dovrebbe  aver  dentro  novi  martiri. 

Ed  ecco  succedere  a  questi  versi,  dov'è  così  viva 
l'immagine,  un  concetto,  un  sottile  concetto  che 


che  il  signor  Ronconi  non  si  ricorda  di  quello  che  accadde  a  Firenze 
nel  1250,  nel  1266,  nel  1282,  nel  1293?  Ma  che,  dunque,  s'ha  da  can- 
cellare tutto  quanto  il  significato  della  storia  della  Repubblica  Fio- 
rentina nel  secolo  xiii?  Sta' a  vedere  che  non  è  più  vero  eli' essa  fa- 
cesse una  serie  di  rivoluzioni  tutte  popolari;  sta' a  vedere  che  il  po- 
polo grasso  e  il  secondo  x>opolo  sono  fandonie,  e  che  Firenze  mi 
diventa  ghibellina  e  feudale! 

1  Cfr.  Carducci,  Intorno  ad  alcune  Rime  dei  secoli  XIII  e  XIV; 
Imola,  1876,  pag.  50  e  segg. 

2  Cosi  dovevasi  stampare,  e  non  tant' ó. 


GUIDO  CAVALCANTI  155 

non  pare  il  seguito  del  medesimo  componimento. 
Da  una  forma  piana,  vera,  efficace,  si  scivola 
in  un'astrattezza  metafìsica,  coi  soliti  spiritelli:  ^ 

Questa  pesanza,  eh' è  nel  cor  discesa 
Ha  certi  spiritei  già  consumati, 
I  quali  eran  venuti  per  difesa 
Del  cor  dolente,  che  gli  avea  chiamati 


Altre  volte  troviamo  una  forma  involuta,  che 
si  muove  a  stento,  che  desta  in  noi  un  senso  di 
fatica  e  di  pena;  e  ad  essa  succedono  ad  un 
tratto  versi  di  tutt' altra  maniera.  Questo  accade, 
per  esempio,  nella  ballata  La  forte  e  yiova  mia 
disaventiu^a i  nella  quale  si  leggono  questi  versi  : 

Pieno  d'angoscia  in  loco  di  paura 
Lo  spirito  del  cor  dolente  giace 
Per  la  fortuna  che  di  me  non  cura, 
Ch'  à  volta  morte  dove  assai  mi  spiace  ; 
E  da  speranza,  eh' è  stata  fallace: 
Nel  tempo  che  si  more 
M'à  fatto  perder  dilectevole  ore. 

E  subito  appresso  questi  altri,  meravigliosa- 
mente belli: 


i  II  signor  Ronconi  (op.  cit.,  pag.  72)  fa  dire  al  prof.  D'Ancona 
che  gli  spiritelli  «  diventarono  più  che  altro  un  linguaggio  poetico  e 
pieno  di  grazia  e  di  leggiadria».  Io  ho  cercato  invano  nell'edizione 
della  Vita  Nuova  del  mio  dotto  amico  queste  parole.  Dice  il  D'An- 
cona,  e   dice    benissimo,    che  gli  «spiriti  d'amore a  poco   per 

volta,  presso  i  poeti  fiorentini,  diventarono,  più  che  altro,  una  forma 
del  linguaggio  poetico  »  (pag.  84).  Ma  quel  jjzeno  di  grazia  e  di  leg- 
giadria dov'è?  Io,  ripeto,  non  sono  riuscito  a  trovarlo.  E  ne  sono 
stato  contento,  perchè  la  grazia  e  la  leggiadria  negli  spiritelli  non 
sono  mai  stato  buono  di  sentircele.  Questione  d'orecchio  e  di  gusto! 


156  CAPITOLO  VII 

Parole  mie  disfacte  e  paurose, 
Dove  di  gir  vi  piace  ve  n'andate, 
Ma  sempre  sospirando  e  vergognose 
Lo  nome  de  la  mia  donna  chiamate. 
Io  pur  rimango  in  tant' aversitate, 
Che  qual  mira  di  fore. 
Vede  la  morte  sotto  al  mio  colore. 

Sono  questi  due  poeti  o  è  un  poeta  solo  ?  Né 
è  esatto,  come  altri  ha  sostenuto,^  che  si  abbia 
nel  Cavalcanti  un  «  felice  temperamento  di  poesia 
e  di  speculazione».  La  poesia  eia  speculazione 
si  escludono;  dove  è  Tuna  non  riman  posto  per 
l'altra.  Infatti,  nel  Cavalcanti  le  parti  specula- 
tive si  distaccano  affatto  dalle  parti  poetiche; 
non  c'è  tra  esse  fusione:  là  sta  il  dialettico,  qui 
il  poeta;  quando  l'arte  riprende  il  disopra  nel 
suo  spirito,  la  metafisica  si  dilegua.  Io  non  so 
come  possa  dirsi  che  tra  poesia  e  filosofia  non 
«  esiste  screzio  alcuno,  invece  armonia  intera  ed 
incontrastabile:  si  perfezionano  e  si  compiono  a 
vicenda».-  Questo  non  accade  sicuramente  nel 
Cavalcanti,  anzi  non  accade  in  nessun  poeta,  in 
nessun  artista,  e  non  può  accadere.  Per  noi  è 
questa  una  verità  così  elementare,  da  non  do- 
verci neppur  fermare  a  dimostrarla.  Ma  se  pure 
una  dimostrazione  si  volesse,  ce  la  offre  il  so- 
stenitore di  quella  compenetrazione ,  citando  ad 
esempio  di  essa  anche  il  sonetto  :   Chi  è  questa 


1  Capasso,  op.  cit. ,  pag.  21. 
*  Op.  cit.,  pag.  21. 


GUIDO  CAVALCANTI  157 

che  vien  eh'  ogni  uom  la  'inira.  Noi  sfidiamo  chiun- 
que a  trovare  filosofia,  dialettica,  speculazione 
nelle  due  quartine  e  nella  prima  terzina  del  so- 
netto. In  esse  non  è  altro  che  la  rappresenta- 
zione plastica  di  una  sovrana  hellezza,  di  una 
bellezza  che  trascende  i  confini  umani,  irradian- 
dosi di  lume  celeste.  E  neppure  la  terzina  seconda 
speculeg-gia;  ma  è  la  conseguenza  naturale  della 
pittura  fatta  innanzi.  Quella  bellezza,  dice  il  poeta, 
è  tanto  grande,  che  non  sarebbe  dato  alla  mente 
nostra  di  figurarsela,  senza  averla  prima  veduta. 
Dove  è  dunque  qui  la  fusione  della  poesia  colla 
speculazione?  Ed  appunto  perchè  non  c'è,  ap- 
punto perchè  qui  l'arte  non  intende  ad  altro  che 
alla  rappresentazione  di  una  realtà  (  poco  importa 
se  esteriore  o  interiore  al  poeta),  questo  è  uno 
dei  componimenti  del  Cavalcanti  più  belli,  più  se- 
reni, più  veri.  Pur  troppo,  lo  abbiamo  già  detto 
altre  volte,  ({mqW  ottimo  filosofo  naturale,  come  lo 
chiama  il  Boccaccio,  si  lasciava  sopraffare  dalle 
sottigliezze  dottrinali;  ma  quella  è  la  parte  del- 
l'arte sua  non  diremo  solo  più  brutta,  ma  anche 
più  falsa.  Esaminiamo  la  ballata  :  Era  in  pensier 
d' amor  quand'  i   trovai. 

Le  due  forosette,  come  bene  fu  detto,  ^  «  son 
creature  piene  di  vita,  si  muovono,  ridono,  can- 
tano, beffeggiano  »  ;  e  in  mezzo  ad  esse,  esultanti 
di  giovinezza  e  d'amore,  si  pone  il  mesto  e  co- 

1  Guido  Cavalcanti  di  N.  Arnone,  Firenze,  1878,  pag.  45. 


158  CAPITOLO  VII 

gitabondo  poeta.  Noi  vediamo  quella  scena,  quel 
tenue  dramma,  a  cui  dà  rilievo  e  importanza  la 
figura  deir  uomo  che  porta  sul  volto  lo  sbigotti- 
mento dell'anima.  Tutto  è  qua  dentro  vero  e 
semplice.  È  giustissimo  ciò  che  nota  il  De  Sanctis:  ' 
«la  poesia  che  prima  pensava  e  descriveva,  ora 
narra  e  rappresenta con  quella  grazia  e  fini- 
tezza a  cui  era  già  venuta  la  lingua,  maneggiata 
da  Guido  con  perfetta  padronanza». 

Una  nota  sola  stuona  in  mezzo  a  quella  bal- 
lata, ed  è  la  quarta  stanza,  dove  una  delle  fo- 
rosette  sembra  volere  spiegare  la  ragione  del 
colpo  cV Amore,  con  questi  versi: 

....  '1  suo  colpo,  che  nel  cor  si  vede, 
Fu  tratto  d'occhi  di  troppo  valore, 
Che  dentro  vi  lasciare  uno  splendore 
Ch'  i'  noi  posso  mirare 

Ebbene,  questi  versi,  oggi  agli  occhi  nostri, 
sono  i  più  infelici  di  tutta  la  ballata,  e  non  sem- 
brano compenetrarsì  né  con  quello  che  precede  né 
con  quello  che  segue. 

Superiore  a  tutte  le  altre  per  la  verità  del 
dolore  e  dell'amore  che  vi  campeggiano,  per  quel 
malinconico  desiderio  che  vi  si  fa  sentire  della 
patria  lontana,  per  quel  quieto  e  malinconico 
espandersi  dell'anima  verso  la  donna  amata,  per 
una  profonda  e  intima  soggettività,  non  intorbi- 
data mai  da  nessun  dottrinarismo  metafisico,  da 


'  Storia  della  Letter.  Ilal.,  I,  pag.  50. 


GUIDO  CAVALCANTI  159 

nessuna  riflessione  filosofica,  è  la  ballata  com- 
posta, come  sembra,  dal  Cavalcanti,  nel  suo 
esilio  di  Sarzana,^  dal  quale  egli,  come  ci  atte- 
sta il  Villani,  «  tornonne  malato,  onde  morie  ».- 
In  questa  poesia,  cito  di  nuovo  il  De  Sanctis,'"^ 
«tutto  nasce  dal  di  dentro,  naturale,  semplice, 
sobrio,  con  perfetta  misura  tra  il  sentimento  e 
r  espressione.  Il  poeta  non  pensa  a  gradire,  a 
cercare  elfetti,  a  fare  impressione  con  le  sotti- 
gliezze della  dottrina  e  della*  rettorica;  scrive  sé 
stesso,  come  si  sente  in  un  certo  stato  dell'ani- 
mo, senz' altra  pretensione  che  di  sfogarsi,  di 
espandersi»;  ma  però,  si  badi  bene,  sempre  ri- 
guardando a  quell'alto  ideale  artistico  che  era 
in  cima  de'  suoi  pensieri  ;  sempre  mirando  a  ve- 
stire riflessivamente  coli'  arte  le  spontanee  e  ar- 
denti elfusioni  dell'animo  suo. 

Un  carattere  affatto  diverso  ha  la  ballata 
In  un  boschetto  trova'  pastorella.  Essa  ha  bensì 
colle  Pastorelle  francesi  certi  legami  esteriori, 
ma  se  ne  allontana  poi  per  l'arte  onde  è  con- 
dotta, per  un  certo    delicato   profumo  di  poesia 


1  Non  mi  pare  che  abbia  nessun  valore  il  dubbio  mosso  dall'Ar- 
none  (op.  cit.,  pag.  lxxvii).  La  sua  critica,  rispetto  all'ordine  con 
cui  sono  scritti  i  componimenti  di  un  dato  poeta  in  un  codice,  è 
molto  pericolosa.  Non  è  poi  vero  che  il  Cavalcanti  fosse  un  esule 
sessagenario.  Egli  aveva  quando  mori  poco  più  di  quarant'  anni. 
Ved.  Del  Lungo,  Dino  Compagni  e  la  sua  Cronaca,  I,  ii,  pag.  1113; 
II,  pag.  98. 

2  Lib.  VII,  cap.  29. 

3  Op.  cit.,  pag.  51. 


160  CAPITOLO  VII 

che  a  quelle  manca  quasi  sempre.  Nelle  Pasto- 
relle delle  due  letterature  medievali  della  Francia 
la  breve  scena  tra  il  cavaliere  e  la  villana  è 
spesso  di  una  brutalità  ributtante,  e  la  superio- 
rità della  condizione  dell'  uomo  vi  si  fa  sentire 
con  ostentazione.  Il  vecchio  barone  francese  è 
triviale  nella  sua  "  prepotenza  ;  egli  non  cerca 
l'amore,  ma  una  distrazione;  e  ottenuto  ciò  che 
desidera,  rimonta  sul  suo  cavallo  e  se  ne  va, 
pronto  a  ricominciare  il  giorno  dopo  la  sua  caccia 
alle  belle  Alici,  che  si  prestano  volentieri  a  tra- 
stullare per  un  momento  il  nobile  signore.  Non 
serve  a  nulla  recare  esempio  di  qualche  Pasto- 
rella meno  rozza.  Questa  è  l'eccezione;  la  regola 
è  quella. 

Ma  nella  ballata  del  Cavalcanti  tutto  è  di- 
verso. Abbiamo  anche  qui,  è  vero,  il  bosco  e  la 
pastorella.  Però,  codesta  fanciulla  è  già  disposta 
all'amore,  d'amore  ha  pieni  gli  occhi,  e  canta 
come  donna  innamorata: 

Cavelli  avea  biondetti  e  ricci  utelli, 

E  gli  occhi  pien'  d' amor 

Cantava  come  fosse  'namorata, 
Er  adornata  di  tutto  piacere. 

Né  l'uomo  assale  la  fanciulla;  né  le  intima, 
come  il  bestiale  francese,  come  lo  smargiasso 
antenato  dei  moderni  conquistatori  del  mondo, 
di  darsi  a  lui,  lì,  all'istante,  su  due  piedi.  Questo 
diritto  divino  dei  figliuoli  di  San  Luigi  sul  corpo 


GUIDO  CAVALCANTI  161 

battezzato  delle  villane,  in  Italia  non  c'era. 
L'amante  nella  ballata  del  Cavalcanti  vuol  farsi 
strada  al  suo  cuore  con  un  gentile  saluto  : 

D'amor  la  salutai  immantenente, 
E  domandai  s'avesse  compagnia, 
Ed  ella  mi  rispuose  dolzemente 
Che  sola  sola  per  lo  bosco  già, 
E  disse:  sappi,  quando  l'augel  pia, 
AUor  disia  '1  me'  cor  drudo  avere. 

Questi  ultimi  due  versi  anzi,  coi  quali  la  fan- 
ciulla quasi  previene  il  desiderio  del  poeta,  tol- 
gono poi  ogni  sconvenienza  alla  domanda  di  lui, 
e  ci  avviano  naturalmente  allo  scioglimento  del 
piccolo  dramma.  La  condizione  diversa  dei  due 
amanti,  sulla  quale  riposa  la  caratteristica  delle 
Pastorelle  di  Francia,  qui  non  apparisce.  L'amante 
potrebbe  anche  essere  un  pastore,  che  chiedesse 
ricambio  di  affetto  : 

Mercè  le  chiesi,  sol  che  di  basciare 
E  d'abbracciare,  fosse  '1  suo  volere. 

Però  noi  crediamo  che,  non  un  pastore,  ma 
il  Cavalcanti  proprio  sia  qui  in  scena;  che  sia 
lui  stesso  quello  che  vide  il  dio  d'amore  e  i  fior 
d'ogni  colore.  Forse  (si  capisce  che  in  tale  ar- 
gomento non  si  possono  fare  che  delle  conget- 
ture) questa  ballata  è  tra  le  poesie  di  Guido 
quella  che  esprime  più  di  tutte  le  altre  le  ten- 
denze amatorie  di  lui.  Noi  sappiamo  già  che 
l'Orlandi,  dirigendogli  un  pungente  sonetto,  finiva 

BvRTOl.1.  —  Stor.  doUa  Letterat.  Ital    —   Voi.    IV  H         , 


162  CAPITOLO  VII 

con  un'  allusione  ai  suoi  amori  carnali.  ^  Forse 
un'  allusione  a  questi  stessi  amori  si  ha  nei  versi 
di  Guido  : 

Poi  che  di  doglia  cor  convien  ch'i'  porti, 
E  senta  di  piacere  ardente  foco, 
Che  di  virtù  mi  tragge  a  sì  vii  loco, 
Dirò  com'è  perduto  ogni  valore. 

C'è  poi  un  altro  sonetto,  che  ci  farebbe  intrave- 
dere nel  Cavalcanti  un  altro  peccato  :  quel  brutto 
peccato  per  il  quale  Brunetto  Latini  fu  messo  da 
Dante  a  bruciar  nell'inferno.  Io  non  saprei  infatti 
quale  altro  significato  dare  al  sonetto  di  messer 
Lapo  Farinata  degli  Uberti.  Questi,  che  era  pro- 
babilmente il  fratello  della  moglie  di  Guido,  gli 
dice  : 

Guido,  quando  dicesti  pasturella, 
Vorre'  che  avessi  dett'  un  bel  pastore,^ 

con  quel  che  segue.  Il  fatto  sicuramente  è  un 
po'  strano,  specialmente  considerando  il  genere 
di  poesia  del  Cavalcanti,  che  sarebbe  cosi  in  op- 
posizione coi  suoi  costumi.  Ma  questo  fatto  ap- 
punto verrebbe  a  confermare,  e  a  confermare 
anche  troppo,  che  l'amore  cantato  in  rima  da 
quei  poeti  era  più  che  altro  ideale,  e  non  tro- 
vava riscontro  nella  realtà.  Se  anche  quello  di 
messer  Lapo  Farinata  degli  Uberti  non  si  volesse 


1  Ved.  indietro  a  pag.  28. 

2  EJiz.  Arnoxe,  pag.  81-82.  Il  sonetto  è  nell'autorevole  cod.  Chi- 
giano  L,  vili,  305,  del  secolo  xiv;  ed  è  da  notare  che  tien  dietro 
immediatamente  alla  ball,  del  Cavalcanti:  In  un  boschetto  ecc. 


GUIDO  CAVALCANTI  163 

avere  che  per  uno  scherzo,  il  che  pare  difficile, 
resterebbe  sempre  certo  che  il  potere  scherzare 
a  quel  modo,  su  tale  argomento,  non  mostrerebbe 
il  Cavalcanti  quale  ce  lo  rappresenterebbero  i 
suoi  versi. 

Del  resto,  però,  questo  fatto  non  può  troppo 
modificare  il  concetto  che  i  pochi  documenti  so- 
pravanzati ci  danno  del  carattere  di  lui.  Fiero, 
sdegnoso,  ardito,  d'elevati  pensieri,  inchinevole 
alla  meditazione  ce  lo  dicono  e  ciò  che  narrano 
di  lui  gli  storici  e  i  novellieri,^  e  alcuni  dei  suoi 
stessi  componimenti,  tra  i  quali  ricorderemo  il 
bellissimo  sonetto  a  Dante:  F  vegno  'l  giorno  a 
te  'nfiniie  volte,  e  il  sonetto  sprezzante,  diretto 
a  Guido  Orlandi:  Di  vii  matera  mi  conven  par- 
lare.- Un  sonetto  di  Gino  da  Pistoia  parrebbe 
alludere,  con  un'aspra  frase,  alla  superbia  del 
Cavalcanti  : 

Né  cuopro  mia  ignoranza  con  disdegno.  ^ 

E  la  superbia  nelF  intimo  amico  dell'Alighieri  si 
capisce  agevolmente.  Il  Boccaccio  ci  dice  ancora 
ch'egli  era  incredulo.^  Che   cosa  dobbiamo  noi 


1  Anche  il  fatto  che  riferisce  il  Sacchetti  (Nov.  67)  prova  come 
il  Cavalcanti  fosse  dedito  ai  giuochi  che  richiedevano  forte  riflessione 
di  mente.  Inutile  è  ricordare  eh'  egli  dice  di  Guido  «  colui  che  forse 
in  Firenze  suo  pari  non  avea  ». 

-  Ved.  indietro  a  pag.  27. 

3  Son.  QiMÌ  son  le  vostre  cose  ch'io  vi  tolgo. 

* «  si  diceva  tra  la  gente  volgare  che  queste  sue  specula- 
zioni eran  solo  in  cercare  se  trovar  si  potesse  che  Iddio  non  fosse  ». 
—  «  Egli  alquanto  tenea  della  opinione  degli  Epicurei  ».  Decciine- 
rone,  VI,  9. 


1G4  CAPITOLO  VII 

pensare  intorno  a  ciò?  A  noi  di  questa  incredu- 
lità pare  chiara  conferma  il  sonetto  all'  Orlandi  : 
Una  figura  de  la  donna  mia,  e  ne  riparleremo 
tra  poco.  Intanto  notiamo  qui  che  la  risposta  del- 
l' Orlandi  è  tale  da  non  potere  aversi  alcun  dub- 
bio sul  significato  attribuito  da  lui  al  componi- 
mento del  nostro  poeta. ^  Un'altra  conferma  la 
trovò  il  D' Ovidio  nel  noto  verso  della  Divina 
Commedia  : 

Forse  cui  Guido  vostro  ebbe  a  disdegno. 

E  a  noi  pare  da  accettarsi,  senza  riserva,  la  sua 
interpetrazione.  -  Se  non  che,  contro  la  irreligio- 
sità del  Cavalcanti  si  avrebbe  il  fatto  del  suo 
pellegrinaggio  a  Sant'  Iacopo  di  Compostella.  È 
noto  che  questo  pellegrinaggio,  di  cui  parla  il 
solo  Dino  Compagni,^  servì  già  di  argomento 
ai  sostenitori  della  falsità  della  Cronaca.  '*  È  noto 
"del  pari  che  a  confermare  quel  pellegrinaggio 
venne  poi  un  sonetto  di  Niccola  Muscia  dei  Sa- 
limbeni,  ^  onde  non  è  più  lecito  dubitare  delle 
parole  di  Dino.  Come  dunque  si  conciliano  i  due 
fatti,  che  Guido  fosse  un  Epicureo  come  il  padre, 
e  che  andasse  poi  al  santuario  di  Compostella? 
Il  Del  Lungo   ha  già  risposto  a  questa   frivola 

1  Ved.  indietro  a  pag.  29-30. 

2  Saggi  Critici,  pag.  312  e  segg.  —  Confessiamo  invece  che  non 
ci  appaga  l'interpetrazione  del  prof.  Rajna.  Ved.  ivi,  pag.  329. 

3  Cronaca,  I,  19. 

*  Ved.  Del  Lungo,  op.  cit,  I,  u,  p.  1097. 
^>  Nel  cod.  Chig.  L,  via,  305. 


GUIDO  CAVALCANTI  165 

obiezione.  ^  Ma  a  noi  sembra  di  avere  qualche 
cosa  da  aggiungere.  Prendiamo  nota,  prima  di 
tutto,  delle  parole  testuali  di  Dino  Compagni: 
«  M,  Corso  ....  cercò  d' assassinarlo ,  andando 
Guido  in  pellegrinaggio  a  Santo  Iacopo  ».  È 
chiaro  che  qui  si  deve  intendere  che  Corso  Do- 
nati insidiò  alla  vita  del  Cavalcanti,  mentre  que- 
sti era  in  viaggio  per  Sant'  Iacopo.  Che  egli  poi 
arr"ivasse  o  no  al  celebre  santuario  della  Spagna, 
non  è  detto.  Ora,  che  cosa  scrive  il  Muscia? 
Questo  è  il  suo  sonetto  : 

Ècci  venuto  Guido  con  pastello  ?  - 
0  à  recato  a  vender  canovacci, 
Che  va  com' oca  e  cascali  '1  mantello? 
Ben  par  che  sia  fattor  de'  Rusticacci. 

È  in  bando  di  Firenze  od  è  rubello? 
0  dotta  sì  che  '1  popol  noi  ne  cacci? 
Ben  par  che  sappia  torni  del  camello, 
Che  s'è  partito  sanza  dicer  vacci. 

Sa'  Iacopo  sdegnò  quando  l'udio, 
Ed  egli  stesso  si  fecie  malato, 
Ma  dice  pur  che  non  v'  era  boti'o. 

E  quando  fu  a  Nimisi  arrevato, 
Vendè  cavalli  e  nolli  die  per  dio, 
E  trassesi  li  sproni,  ed  è  albergato. 

Mi  par  indiscutibile  che  questi  versi  debbano 
essere  stati  scritti  da  un, compagno  di  viaggio  del 


'  Loc.  cit.,  pag.  1098. 

3  II  testo  Chigiano  ha  chonpastello.  Mi  viene  suggerita  da  T.  Ca- 
sini la  correzione,  che  mi  pare  accettabilissima:  Ècci  venuto  Guido  'n 
Coiipostello  ? 


166  CAPITOLO  VII 

Cavalcanti.  Nei  primi  sei  versi  è  descritto  bur- 
lescamente il  poeta,  come  persona  che  malvolen- 
tieri si  è  messa  in  cammino,  onde  va  coni' oca 
e  pare  piuttosto  di  un  viaggiatore,  un  rustico, 
un  bandito  dal  suo  paese,  che  a  malincuore  se  ne 
allontana.  Ai  versi  7-8  cambia  argomento.  Ma, 
dice  il  Muscia,  ben  pare  ch'egli  sappia  i  ritorni 
del  cammello. 

Che  s'è  partito  sanza  dicer  vacci. 

Partito  di  dove?  E  senza  dir  vacci.  In  che  luogo? 
Io  intendo:  che  s'è  partito  all'improvviso  da  noi, 
che  ci  ha  piantati  a  mezza  strada,  senza  nep- 
pure dirci:  andate  voialtri  fino  a  Sant'Iacopo, 
che  io  non  posso  proseguire.  Questa  interpetra- 
zione,  che,  per  se  stessa,  potrebbe  essere  arbi- 
traria, è  resa  certa  dai  versi  che  seguono  9-10-11  : 

Sa'  Iacopo  sdegnò  quando  1'  udio. 

Di  che  cosa  poteva  sdegnarsi  il  santo  ?  Sicura- 
mente del  non  essere  il  pellegrino  arrivato  fino 
al  suo  tempio.  Ma,  ecco  la  scusa  del  poeta:  egli 
diceva  che  era  malato  e  che  non  v'era  hotio,  e 
che  non  aveva  fatto  il  voto  del  pellegrinaggio. 
Onde  arrivato  poi  a  Nimes,  vendè  i  cavalli,  si 
tolse  gli  sproni  e  si  fermò  :  ed  è  albergato.  Il  so- 
netto del  Muscia ,  se  il  Cavalcanti  fosse  arrivato 
fino  a  Santiago,  non  ci  pare  che  avrebbe  senso. 
Óve  almeno  non  si  volesse  intendere  che,  giunto 
là,  tornò  subito  indietro,  senza  andare,  come  gli 


GUIDO  CAVALCANTI  167 

altri  pellegrini,  a  sciogliere  il  voto  alla  chiesa 
del  santo:  interpetrazione  che  ci  pare  meno  pro- 
babile dell'altra,  ma  che,  ad  ogni  modo,  servi- 
rebbe a  provare  la  stessa  cosa.  Non  bisogna  però 
trascurare  quel  ricordo  di  Nimes.  Due  componi- 
menti del  Cavalcanti  ci  attestano  eh'  egli  a  To- 
losa s' innamorò  d' una  donna.  Tolosa  è  di  là 
da  Nimes,  e  sono  ambedue  sulla  via  percorsa 
allora  per  andare  a  Compostella.  Si  potrebbe 
dunque  supporre  che  l'incredulo  poeta,  annoiato 
del  lungo,  faticoso  e  per  lui  inutile  viaggio,  si 
arrestasse  a  Nimes,  e  di  lì  poi,  non  più  pelle- 
grino devoto,  ma  cavaliere  errcinte,  si  spingesse 
"fino  a  Tolosa,  e  forse  vagasse  per  altre  delle 
belle  città  del  mezzodì  della  Francia.  0  si  po- 
trebbe anche  credere  che  arrivasse  con  gli  altri 
compagni  fino  a  Tolosa,  ed  ivi  si  fermasse,  per 
tornar  poi  a  Nimes  più  tardi.  E  chi  sa?  Forse 
la  Mandetta  potrebbe  aver  fatto  dimenticare  San- 
t'Iacopo. Ma  noi  non  vogliamo  spingerci  sulla 
lubrica  via  delle  congetture.  A  noi  basta  di  avere 
provato  che  il  sonetto  del  Muscia  è  un  documento 
evidente  che  il  Cavalcanti  non  arrivò  al  santua- 
rio di  Compostella;  o,  arrivatoci,  non  si  curò 
affatto  di  Sant' Jacopo,  il  che,  irrecusabilmente, 
serve  a  provare  sempre  più  la  irreligiosità  del 
poeta. 

Ci  resta  ancora  da  esaminare  un  altro  lato 
delle  poesie  del  Cavalcanti.  Chi  lo  crederebbe? 
Il  pensieroso  filosofo,  il  rimatore  dell'idealità  e 


168  CAPITOLO  VII 

del  dolore,  ruomo  che  si  aggirava  speculando 
fra  le  arche  di  San  Giovanni,  com'era  pronto  al 
motto  pungente  (e  ne  fa  fede  la  sua  risposta  a 
messer  Bette  Brunelleschi),  cosi  non  isdegnava 
adoperare  la  penna  nello  scherzo  satirico.  Ab- 
biamo già  citato  il  sonetto:  Una  figura  de  la 
donna  mia,  dicendo  che  in  esso  si  satireggia  sui 
frati  Minori,  Ma  quale  satira  è  questa!  e  con  che 
arte  condotta!  Il  componimento  prende  lo  mosse 
con  serietà,  sembra  una  lode  sincera  alla  Vergine, 

Che  di  bella  sembianza,  onesta  e  pia, 
De' peccatori  è  gran  rifugio  e  porto. 

Non  potrebbe  un  santo  scrivere  niente  di  più 
religioso;  anzi  c'è  quasi  della  tenerezza  in  quel- 
l'appellativo di  donna  mia.  Ma  questa  serietà, 
questa  affettuosità  di  sentimento  è  una  burla.  La 
quale  si  va  scoprendo  a  poco  per  volta,  quasi 
come  se  il  poeta  volesse  tener  sospeso  il  lettore 
per  il  più  lungo  tempo  possibile  sulla  verità  di 
quello  eh'  egli  sente.  Dopo  aver  detto  che  quella 
Madonna  è  rifugio  de' peccatori,  si  enumerano  i 
miracoli  eh'  ella  fa  :  numerosi  e  strepitosi  mira- 
coli, messi  in  fila  uno  dietro  l'altro,  come  se  fos- 
sero cose  vere,  come  se  chi  scrive  li  avesse  visti 
e  ci  credesse: 

L'inferrai  sana,  e'  deraon  caccia  via, 
E  gli  occhi  orbati  fa  vedere  scorto. 
Sana  'n  public©  loco  gran  languori. 


GUIDO  CAVALCANTI  169 

Ma,  come  credere  non  ci  poteva,  cosi  dalla 
gravità  stessa  del  racconto,  dalla  apparente  fede 
schizza  fuori  violento  lo  sclierzo  ;  e  V  antitesi  tra 
quello  che  il  poeta  dice  e  quello  che  pensa  costi- 
tuisce la  satira  contro  la  Madonna,  contro  i  suoi 
miracoli,  e  finalmente  contro  i  frati,  i  quali  chia- 
mano idolatria  la  devozione  alla  Vergine  di  san 
Michele  in  Orto 

Per  invidia  che  non  è  lor  vicina. 

Che  il  sonetto  non  abbia,  come  dice  il  Del 
Lungo ,^  «altra  intenzione  se  non  di  mordere 
quei  frati  »,  non  ci  par  giusto.  Sulle  intenzioni 
del  poeta  noi  potremmo  rimanere  ingannati , 
quando  non  ci  fossero  già  note,  per  un  insieme 
di  indizi,  le  sue  opinioni  religiose.  Ma,  ammesse 
quelle  opinioni,  il  sarcasmo  latente  del  sonetto 
rifulge  di  luce  chiarissima.  Ai  miracoli  che  rac- 
conta presta  o  no  fede  il  Cavalcanti?  E  se  non 
ci  presta  fede,  il  raccontarli  in  quella  maniera 
non  è  un  parlare  ironico?  Or  T ironia,  in  questo 
caso,  non  è  altro  che  il  ridicolo  versato  su  quei 
miracoli  e  sulla  dabbenaggine  della  gente  che  si 
inchina  all'  immagine  santa  e 

Di  luminara  l'adornan  di  fori. 

Altrove  scrive  il  Cavalcanti,  tra  burlesco  e 
satirico,  sopra  il  suo   amore  per  monna  Lagia.  " 

'  Op.  cit.,  II,  II,  pag.  1097. 
"2  Ved.  indietro  pag.  145. 


170  CAPITOLO  VII  —  GUIDO  CAVALCANTI 

Ride,  dipingendo  la  scrìgnotuzza,  e  terminando 
con  quelle  due  superbe  terzine  clie  esprimono 
l'irresistibilità  del  riso  cosi  vivamente: 

Tu  non  avresti  niquità  sì  forte, 

Né  tanta  angoscia  o  tormento  d'  amore, 

Né  sì  rinvolto  di  malinconia, 
Che  tu  non  fossi  a  rischio  della  morte, 

Di  tanto  rider  ti  farebe  il  core: 

0  tu  morresti  o  fuggiresti  via. 

Ride,  ancora,  scrivendo  a  un  amico  quel 
sonetto:  Se  non  ti  cagia  la  tua  Sanialena,  nel 
quale  sembra  nascondersi  uno  scherzo  sulla  me- 
daglia benedetta  (Santalena)^  che  T  amico  por- 
tava al  collo,  e  sulla  sua  passione  per  la  cam- 
pagna. E  ride,  finalmente,  ma  di  un  riso  acre  ed 
amaro,  nel  bel  sonetto  politico:  Novelle  ti  so  direj 
odi  Nerone. 

Teniamo  conto  di  questo  gruppo  di  poesie  bur- 
lesco-satiriche  del  Cavalcanti,  poiché  avremo  tra 
breve  da  riconnetterle  con  i  componimenti  di  un 
altro  poeta. 

1  Così  mi  pare  da  intendere.  Ved.  Opere  di  Dante  Alighieri  con 
le  annotazioni  di  Anton  Maria  Biscioni,  Venezia,  1741,  voi.  I, 
pag.  202  segg. 


171 


CAPITOLO  YIII 


Lk  VITA  NUOVA  CONSIDERATA  COME  NARRAZIONE  STORICA 


Ed  eccoci  all'Alighieri,  intorno  alla  cui  lirica 
le  questioni  si  accumulano  numerose  ed  ardue. 
Che  cosa  è  la  Vita  Nuova?  Noi  ci  sentiamo  ge- 
neralmente rispondere  che  in  essa  Dante  ha  vo- 
luto narrare  la  storia  dei  suoi  amori  giovanili. 
Esaminiamo  dunque  nella  forma  più  oggettiva 
questo  libro,  piccolo  di  mole,  ma  riboccante  di 
difficoltà;  esaminiamolo  qui  unicamente  per  ve- 
dere se  esso  debba  essere  accettato  come  una 
narrazione  di  fatti  realmente  accaduti.  Noi  non 
portiamo  nella  questione  nessun  preconcetto,  e 
vogliamo  essere  indifferenti  davanti  a  tutte  le 
opinioni  già  ricevute. 

Dante  racconta  che  aveva  nove  anni,  quando 
la  prima  volta  gli  apparve  Beatrice;  e  da  questa 
prima  apparizione  salta  rapidamente  ad  un'  altra 
che  accadde  nove  anni  dopo,  quando  cioè  egli 
compiva  il  suo  anno  diciottesimo.  Di  qui  comincia 
veramente  la  storia  del  suo  amore.  La  quale  prò- 


Ì72  CAPITOLO  Vili  —  LA  VITA  NUOVA 

cede  tutta,  si  può  dire,  per  via  di  visioni.  Nella 
prima  visione  Dante  vede  Amore  che  tiene  Bea- 
trice nuda  nelle  sue  braccia,  e  le  fa  mangiare 
il  suo  cuore.  ^  Nella  seconda  Amore  parla  a  Dante 
della  donna  della  difesa.-  Nella  terza  lo  stesso 
Amore  consiglia  a  Dante  di  rinunziare  alle  difese 
e  di  dire  «  certe  parole  per  rima  » ,  le  quali  mo- 
strino r  affetto  suo  a  Beatrice.^  Una  quarta  vi- 
sione, piena  di  apparizioni  spaventose,  fa  pre- 
sentire a  Dante  la  morte  della  sua  donna.  '  Nella 
visione  quinta  appariscono  a  Dante  Giovanna  e 
Beatrice.^  Nella  sesta  Dante  rivede  Beatrice  fan- 
ciulla di  nove  anni,  e  sente  pentimento  di  avere 
amata  altra  donna. *^  Nell'ultima  visione  Dante 
non  dice  quello  che  vedesse,  ma  accenna  a  cose 
che  gli  «  fecero  proporre  di  non  dir  più  di  que- 
sta benedetta,  in  fino  a  tanto  che  io  non  potessi 
più  degnamente  trattare  di  lei  ».^ 

Qui  si  affaccia  subito  naturale  la  domanda  se 
queste  sette  visioni  sieno  cosa  storica,  e  del  pari 
naturale  sembra  dover  essere  una  risposta  ne- 
gativa. Per  quanto  noi  possiamo  figurarci  un 
uomo  disposto  dalla  natura  alle  astrazioni,  alle 
forti    e   subitanee   astrazioni   dello   spirito,   sarà 


1  Gap.  3,  cito  dalla  edizione  del  Wilte,  Leipzig,  1876. 

2  Gap.  9. 

3  Gap.  12. 
*  Gap.  23. 
-  Gap.  24. 
*''  Gap.  40. 
7  Gap.  43. 


CONSIDERATA  COME  NARRAZIONE  STORICA  173 

molto  difficile  che  possiamo  credere  aver  egii 
realmente  veduto  in  sogno  ciò  che  qui  Dante 
racconta.  Se  noi  dovessimo  prendere  alla  lettera 
la  storia  delle  visioni,  saremmo  costretti  a  con- 
siderare l'Alighieri  come  un  allucinato;  mentre 
anzi  sappiamo  che  in  lui  sempre  e  mirabilmente 
si  contemperarono  fantasia  e  riflessione,  tanto 
che  pochi  uomini  ci  si  presentano  nella  storia 
con  una  costruzione  intellettuale  così  perfetta  e 
così  forte.  Le  visioni  adunque  della  Vita  Nuova 
non  possono  essere  che  un  ìnezzo  poetico  ado- 
perato per  certi  suoi  fini  dallo  scrittore;  un  mezzo 
che  senza  dubbio  nacque  spontaneo  nell'  Alighieri 
per  influenza  dei  tempi  e  dell'  ingegno  suo  indi- 
viduale, un  mezzo  ch'egli  trovava  nella  tradi- 
zione letteraria  della  sua  età,  e  che  quindi  s'im- 
poneva a  lui,  senza  che  egh  se  ne  rendesse  conto, 
senza  che  potesse  neppur  riflettere  sulla  sua  mag- 
giore 0  minore  convenienza  artistica. 

Né  le  visioni  sole,  ma  anche  un  altro  fatto 
esclude  ogni  possibilità  di  storia  dalla  Vita  Nuova. 
Intendo  parlare  del  famoso  numero  nove. 

Beatrice  era  al  principio  del  suo  nono  anno, 
quando  apparve  per  la  prima  volta  agli  occhi  di 
Dante.  E  Dante  era  alla  fine  dello  stesso  anno 
nono.^  Dopo  nove  anni  precisi  Dante  la  rivide,  e 
la  rivide  nell'ora  noìia  del  giorno.  Sopravvenne 
la  visione,  ed  essa  pure  nella  «  prima  ora  delle 

1  Gap.  2. 


174  CAPITOLO  Vili  —  LA  VITA  NUOVA 

ultime  nove  ore  della  notte  ».^  Dante  scrisse  un 
serventese  delle  sessanta  piìi  belle  donne  di  Fi- 
renze; ed  «  in  alcuno  altro  numero  non  sofferse 
il  nome  della  sua  donna  stare,  se  non  in  sul 
nove  ».-  Una  delle  visioni  accadde  «  nella  nona 
ora  del  dì».^  Nel  nono  giorno  della  sua  infer- 
mità Dante  ebbe  il  presentimento  della  morte  di 
Beatrice;*  ed  essa  morì  «  nella  prima  ora  del 
nono  giorno  del  mese  »  ;  e  «  secondo  V  usanza  di 
Siria,  ella  si  partì  del  nono  mese  delF  anno  » , 
ed  ancora  «  in  queir  anno  della  nostra  indizione , 
cioè  degli  anni  Domini,  in  cui  il  perfetto  numero 
nove  volte  era  compiuto  in  quel  centinaio  ».^ 

Sono  veri  tutti  questi  ricorsi  del  nove?  A 
Dante  stesso  è  dovuto  sembrare  eh'  essi  presen- 
tassero poca  probabilità,  ed  ha  voluto  spiegarli, 
renderli,  direi,  credibili  ai  lettori  con  una  ragione 
astrologica  e  con  un'altra  teologica,  strane  am- 
bedue :  «  Perchè  questo  numero  le  fosse  tanto 
amico,  questa  potrebb' essere  una  ragione;  con- 
ciossiacosaché, secondo  Tolomeo  e  secondo  la 
Cristiana  verità,  nove  siano  li  cieli  che  si  muo- 
vono, e  secondo  comune  opinione  astrologa  li 
detti  cieli  adoperino  quaggiù  secondo  la  loro  abi- 
tudine insieme;  questo  numero  fu  amico  di  lei 
per   dare  ad   intendere,   che  nella  sua    genera- 


1  Gap.  3. 

2  Gap.  6. 

3  Gap.  12. 

4  Gap.  23. 

5  Gap.  29. 


CONSIDERATA  COME  NARRAZIONE  STORICA  175 

zione  tutti  e  nove  li  mobili  cieli  perfettissimamente 
s' aveano  insieme.  Questa  è  una  ragione  di  ciò; 
ma  più.  sottilmente  pensando,  e  secondo  la  infal- 
libile verità,  questo  numero  fu  ella  medesima; 
per  similitudine  dico,  e  ciò  intendo  così:  Lo  nu- 
mero del  tre  è  la  radice  del  nove,  perocché  senza 
numero  altro,  per  se  medesimo  moltiplicato,  fa 
nove,  siccome  vedemo  manifestamente  che  tre 
via  tre  fa  nove.  Dunque  se  il  tre  è  fattore  per 
sé  medesimo  del  nove,  e  lo  fattore  dei  miracoli 
per  sé  medesimo  è  tre,  cioè  Padre,  Figliuolo  e 
Spirito  Santo,  li  quali  sono  tre  ed  uno,  questa 
donna  fu  accompagnata  dal  numero  del  nove  a 
dare  ad  intendere  che  ella  era  un  nove,  cioè  un 
miracolo,  la  cui  radice  é  solamente  la  mirabile 
Trinità.  Forse  ancora  per  più  sottil  persona  si 
vedrebbe  in  ciò  più  sottil  ragione;  ma  questa  è 
quella  che  io  ne  veggio,  e  che  più  mi  piace  ».^ 

Sarebbe  affatto  superfluo  che  noi  cercassimo 
qui  d' indagare  quale  sia  stata  la  ragione  che 
ha  mosso  Dante  a  prediligere  così  il  numero  tre 
ed  il  numero  nove. 

Siene  state  reminiscenze  delle  dottrine  pitta- 
goriche  e  neoplatoniche,  mistiche  e  cabalistiche;  - 
sia  stato  un  atfettuoso  trasporto  verso  il  suo  pre- 
diletto Virgilio,  che  nell'-E'w^^c^e  diede  così  largo 


1  Cap.  30. 

■2  Ved.   Vita  Nkovu,  ediz.  D'Ancona,  pag.  112;  Renier,  La  Vita 
Nuova  e  la  Fiammetta,  pag.  169  e  sgg. 


176  CAPITOLO  YIII  —  LA  VITA  NUOVA 

campo  al  numero  tre  ;  ^  siano  state  queste  o  altre 
le  ragioni,  il  fatto  non  è  men  singolare;  e  noi 
non  siamo  davvero  disposti  a  credere  alla  sua 
storicità.  Ma  allora  cadono  storicamente  due 
date,  molto  importanti  nella  Vita  Nuova:  la  data 
del  primo  incontro  del  novenne  bambino  colla 
quasi  novenne  fanciulla;  e  la  data  della  morte 
di  Beatrice,  la  quale  essendo  il  9  giugno  1290, 
si  vede  che  non  poteva  contenere  più  nove  di 
quelli  che  Dante  ci  ha  messi.- 

Passiamo  ora  a  qualche  maggiore  particola- 
rità. Beatrice  conosceva  o  no  V  amore  di  Dante 
per  lei?  Parrebbe  di  si,  dal  concedergli  ella  e 
poi  negargli  il  saluto;^  e  più  parrebbe  da  quelle 
esplicite  parole  di  Amore  :  «  Onde  conciossiachè 
veracemente  sia  conosciuto  per  lei  alquanto  lo 
suo  segreto  per  lunga  consuetudine  ecc.  ».'^  Ma 
come  è  possibile  allora  ch'ella  con  altre  donne 
si  gabbi  di  lui?^  E  come,  quando  Dante  è  preso 
alla  vista  di  lei  da  «  mirabile  tremore  » ,  può  egli 


1  Ved.  un  articolo  del  sig.  Remigio  Sabbatini:  Il  numero  tre 
nell'Eneide  di  Virgilio^  inserito  nel  A/ore'menJo  Letterario  Italiano 
del  15  giugno  1881.  Dal  Renier  apprendo  (op.  cit.,  pag.  170)  che 
l'Amati  ha  scritto  un  articolo  intitolato:  Il  ternario  nelle  opere  di 
Dante\  ma  non  ho  potuto  vederlo. 

2  Avrebbe  potuto  aggiungere  un  altro  nore  al  millesimo,  facendo 
1299  invece  di  1290.  Ma  avendo  fissato  al  1300  la  visione  della  Bea- 
trice celeste,  non  rimaneva  spazio  per  ciò  che  intercede  tra  essa  e 
la  Beatrice  terrena.  Ciò  s'intenderà  meglio  in  seguito. 

3  Cap.  3  e  10. 

4  Cap.  12. 

5  Cap.  14. 


CONSIDERATA  COME  NARRAZIONE  STORICA  177 

t 

dire:  «  Se  questa  donna  sapesse  la  mia  condi- 
zione, io  non  credo  che  cosi  gabbasse  la  mia 
persona?  »  ^  Come  può  dire  che  «  non  è  saputa  » 
la  ca^'ione  del  suo  trasfisruraraento?-  Oh  anche 
troppo  avrebbe  dovuto  esser  saputa,  se  quel- 
l'amore durava  tenace  e  terribile  da  tanti  anni, 
se  nato  nell'  età  infantile  aveva  accompagnato 
Tuomo  per  tutta  la  sua  giovinezza!  Ma,  è  vero, 
Dante  aveva  adoperato  ogni  mezzo  per  tenerlo 
nascosto  a  tutti,  sino  a  fìngere  di  amare  due 
altre  donne,  le  donne  della  difesa,^  dirigendo  ad 
esse  poesie  d' amore  e  lasciando  che  di-  una  di 
queste  la  gente  parlasse  «  oltre  li  termini  della 
cortesia».  Ma  perchè?  Non  era  forse  un  puro 
e  lecito  amore  quello  di  lui  per  la  figliuola  del 
Portinari?  Ad  un  animo  nobile,  elevato,  altero, 
come  quello  di  Dante,  non  repugnavano  queste 
simulazioni,  non  giustificate  da  nessuna  ragione? 
Questo  sarebbe  già  strano,  ma  c'è  pure  altra 
cosa  che  vince  questa  in  istranezza.  Dante  che 
nascondeva  così  gelosamente  a  tutti  il  suo  amore 
per  la  Beatrice  Portinari,  lo  palesava  poi  a  tutti, 
pubblicamente,  quando  la  Portinari  era  diventata 
una  Bardi,  quando  la  fanciulla  era  stata  moglie, 
quando  anche  il  più  lieve  sospetto  di  una  pas- 
sione giovanile   poteva   appannare  la  sua  illiba- 


1  Ivi. 

2  Cosi  intendo  col  Witte  e  con  altri.  Riferire  ella  a  Beatrice,  come 
fa  il  Fraticelli,  è  assurdo. 

3  Capp.  5,  10. 

BiKlOLi.  —  Stor.  dtllj  Letterat.  Ital    -    Voi.    IV  12 


178  CAPITOLO  Vili  —  LA  VITA  NUOVA 

tezza.  Né  basta.  Quelle  due  povere  donne  della 
difesa  potevano  bene  esser  sempre  vive,  quando 
Dante  divulgava  la  sua  Vita  Nuova,  e  tutti  a 
Firenze  dovevano  sapere  i  loro  nomi,  se  la  gente 
parlava  di  quegli  amori.  Or  come?  Dopo  averle 
compromesse,  farle  anche  comparire  ridicole?  Fin- 
gere oggi  di  spasimare  per  esse,  e  domani  pro- 
clamare a  suon  di  tromba  ch'ei  fingeva  di  amar 
loro  per  allontanare  i  sospetti  da  un'altra? 

Bisognerebbe  credere  che  la  moralità  ai  tempi 
di  Dante  fosse  troppo  diversa  da  quella  che  è 
oggi,  per  reputare  capace  di  una  simile  azione 
quel  primo  e  grande  cittadino  di  Firenze.  Se  tutto 
ciò  fosse  vero,  esattamente  vero,  il  cantore  della 
rettitudine  diventerebbe  un  essere  dispregevole. 

Togliamo  adunque  dal  novero  dei  fatti  sto- 
rici tutte  le  visioni,  il  numero  nove,  la  data 
troppo  sospetta  della  morte  di  Beatrice,  e  le 
donne  della  difesa.  Che  cosa  resta  per  assegnare 
alla  Vita  Nuova  il  carattere  di  libro  storico?  Ci 
resta  la  menzione  che  vi  è  fatta  del  padre  di 
Beatrice  e  di  un  altro  suo  strettissimo  congiunto.  ^ 
Orbene:  ha  ciò  un  gran  valore?  un  valore  che 
basti  a  poter  sentenziare  che  la  Vita  Nuova  è 
propriamente  narrazione  di  fatti  reali?  Apriamo 
per  un  momento  un  altro  libro  dell'Alighieri,  un 


1  Capp.  22,  33.  Cfr.  Torri,  Prefaz.  all'edizione  fiorentina  della 
Vita  JSitova,  del  1839  (riprodotta  nell'ediz.  livornese  del  1843); 
D'Ancona,  La  Beatrice  di  Dante,  discorso  premesso  alla  ediz.  pi- 
sana del  1872. 


CONSIDERATA  COME  NARRAZIONE  STORICA  179 

libro,  nel  quale  siamo  tutti  cF accordo  fortunata- 
mente a  riconoscere  che  egli  parla  della  Filoso- 
fia. Che  cosa  tì  troviamo  noi?  Vi  troviamo  che 
anche  là  un  padre  è  assegnato  alla  donna  :  «  dico 
e  affermo  che  la  donna,  di  cui  io  innamorai  ap- 
presso lo  primo  amore,  fu  la  bellissima  e  onestis- 
sima figlia  dell' Imperadore  delF Universo,  alla 
quale  Pittagora  pose  nome  Filosofia  ».^  Né  un 
padre  solamente,  ma  altri  parenti  ancora;  «  e 
non  solamente  di  lei  era  così  desideroso,  ma  di 
tutte  quelle  persone  che  alcuna  prossimitade  aves- 
sero a  lei,  0  per  familiarità  o  per  parentela  al- 
cuna ».- Vi  troviamo  che  questa  Filosofìa  ha  un 
cuore  e  due  occhi, ^  e  sentiamo  Dante  riscaldarsi 
per  essi  tanto  d' affetto  da  esclamare  :  «  Oh  dol- 
cissimi ed  ineffabili  sembianti  e  rubatori  subitani 
della  mente  umana,  che  negli  occhi  della  Filo- 
sofia apparite,  quando  essa  alli  suoi  drudi  ra- 
giona!»^ Ed  altrove:  «Oh  quante  notti  furono 
che  gli  occhi  dell'  altre  persone  chiusi  dormendo 
si  posavano,  che  li  miei  nell'abitacolo  del  mio 
amore  fisamente  miravano  ».-^ 

Queste  parole  che  noi  leggiamo  nel  Convito 
ci  dicono  in  modo  irrecusabile  che  Dante  era  fa- 
cile a  lasciarsi  trasportare  dal  sentimento ,  anche 


'  Convito,  tratt.  ii ,  cap.  16. 

-  Tratt.  Ili,  cap.  1. 

3  Tratt.  Ili,  cap.  12;  tratt.  ii,  cap.  16;  tratt.  iii,  cap.  15. 

•«  Tratt.  Il,  cap.  16. 

^  Tratt.  HI,  cap.  1. 


180  CAPITOLO  Vili  —  LA  VITA  NUOVA 

parlando  di  esseri  allegorici;  e  che  era  portato 
al  parlare  metaforico,  anche  là  dove  a  noi  mo- 
derni ogni  metafora  parrebbe  da  escludersi.  Se 
la  Donna  allegorica  del  Convito  aveva  un  padre, 
amici  e  parenti,  è  ella  una  buona  ragione  il  dire 
che  la  Donna  della  Vita  Nuova  deve  essere  sto- 
rica, perchè  ha  un  padre  ed  un  fratello?  Se  nel 
Convito  Dante  esce  in  esclamazioni  così  calde 
d'affetto,  come  quelle  che  abbiamo  citate,  quale 
valore  avranno,  a  provare  la  storicità  della  Vita 
Nuova,  le  esclamazioni  consimili  che  possiamo 
rinvenirvi? 

Ma  c'è  un  altro  e  formidabile  argomento  in 
favore  della  verità  letterale  di  ciò  che  è  narrato 
nella  Vita  Nuova:  l'argomento  dell'autorità.  Il 
Boccaccio,  Benvenuto  da  Imola,  Filippo  Villani, 
il  Manetti,  il  Landino,  il  Bruni  parlano  degli 
amori  di  Dante  con  una  Beatrice  realmente  esi- 
stita. Come  si  può  mettere  in  dubbio  l' afferma- 
zione di  tali  uomini?  È  probabile,  dice  il  mio 
carissimo  Rodolfo  Renier,^  «  che  il  Boccaccio, 
vecchio,  incaricato  nel  1373  dalla  Repubbhca Fio- 
rentina di  leggere  e  commentare  la  Commedia, 
d' innanzi  a  gran  turba  di  que'  tali ,  che  dai  padri 
loro  0  dalli  avi  di  leggieri  avriano  potuto  attin- 
gere notizie  precise  sulla  vita  privata  del  poeta, 
osasse  riconfermare  esplicitamente,  solennemente 
ciò  che  intorno  alla  Portinari  aveva  scritto,  ag- 

'  Op.  cit.,  pag.  146-47. 


CONSIDERATA  COME  NARRAZIONE  STORICA  181 

giungendo  sé  avere  quella  notizia  ricavata  da 
persona  che  Bice  conobbe  e  fu  per  consangui- 
neità strettissima  a  lei  ?  » 

Io  non  ho,  veramente,  nessuna  difficoltà  ad 
ammettere  che  il  Boccaccio  dicesse  il  vero;  ma 
il  vero  come  gli  era  stato  riferito.  Quando  com- 
parve il  libro  della  Vita  Nuova,  Dante  come 
scrittore  era  poco  noto.  Appena  forse  alcuni  dei 
suoi  intimi  potevano  aver  letto  qualcheduna  delle 
sue  liriche  giovanili.  Conosciutosi  adunque  quel 
libro,  era  difficile  supporre  in  esso,  allora,  quello 
che  possiamo  vederci  noi  oggi,  noi  conoscitori 
pieni  di  tutto  il  sistema  poetico  dell' Alighieri. 
Era  per  conseguenza  naturale,  era  anzi,  quasi 
direi,  necessario  che  in  molti  di  quei  lettori  na- 
scesse la  curiosità  di  sapere  chi  fosse  stata  quella 
Beatrice  che  aveva  sì  fortemente  innamorato  il 
poeta  di  se.  E  di  una  Beatrice  restava  fresca 
memoria,  di  una  Beatrice,  si  noti,  che  abitava 
le  case  vicine  a  quelle  degli  Alighieri,  di  una 
Beatrice  forse  bellissima  e  morta  in  età  giova- 
nile. Che  cosa  ci  voleva  di  più,  perchè  dal  dire: 
poteva  esser  quella,  si  passasse  in  un  attimo  ad 
affermar  che  fu  quella,  quella  proprio,  di  cui  Dante 
s'innamorò?  Ed  una  volta  creatasi  la  leggenda^ 
può  benissimo  il  Boccaccio  averla  in  buona  fede 
accolta  e  narrata;  può  in  buona  fede  averla  cre- 
duta vera  anche  la  persona  «  per  consanguinità 
strettissima  »  alla  Portinari.  Chi  poteva  smen- 
tirla? Quello  stesso  geloso  segreto,  di  cui  Dante 


182  CAPITOLO  Vili  —  LA  VITA  NUOVA 

narrava  aver  voluto  circondare  il  suo  aifetto  ; 
quel  dubbio  continuo  che  traspare  dalle  sue  pa- 
gine, se  la  pudica  fanciulla  corrispondesse  o  no 
all'amor  suo,  dovevano  contribuire  a  rendere 
credibile  la  giovanile  inclinazione  delF  Alighieri 
per  la  sua  vicina.  E,  ad  ogni  modo,  poiché  una 
Beatrice  pareva  necessaria  a  trovarsi,  la  piiì  fa- 
cile era  la  Portinaro 

Resterebbe,  è  vero,  la  data  del  1290,  che 
troviamo  nel  Boccaccio,  e  che  coincide  con  quella 
della  Vita  Nuova.  Ma  chi  dice  a  noi  che  ap- 
punto dalla  Vita  Nuova  non  F  abbia  il  Boccac- 
cio desunta?  Perchè,  si  badi  bene,  più  volte  egli 
ricorda  T opera  di  Dante,  mostrando  chiaramente 
d'averla  letta.  E  non  si  opponga,  di  grazia,  che 
se  la  Beatrice  Portinari  non  fosse  morta  nel  1290, 
si  sarebbe  notata  la  contradizione  tra  l' anno  vero 
della  morte  di  lei  e  quello  assegnatole  dall'Ali- 
ghieri, e  non  si  sarebbe  quindi  formata  la  leg- 
genda della  figliuola  di  Folco.  Bisogna  ripor- 
tarsi ai  tempi,  bisogna  che  teniamo  bene  in  mente 
come  per  i  contemporanei  di  Dante,  Dante  non 
era  quello  che  è  oggi  per  noi.  Noi  oggi  cerchiamo 
ogni  minima  particolarità  della  sua  vita  e  delle 
sue  opere;  noi  indaghiamo,  confrontiamo,  argo- 
mentiamo. Ma  è  naturale  che  cosi  non  si  facesse 
nei  primi  anni  del  secolo  xiv.  Una  Portinari, 
maritata  ad  un  oscuro  cavaliere  de' Bardi,  era 
morta  giovane,  supponiamo,  dall' 80  al  90.  Chi 
si  ricordava  più  dell'anno  preciso,  dodici,  quin- 


CONSIDERATA  COME  NARRAZIONE  STORICA         183 

dici,  venti  anni  dopo?  Forse  qualche  vecchio  delle 
due  famiglie.  Ma  ad  essi  che  doveva  importare  di 
ciò?  Sapevano  essi  neppure  che  si  pretendeva  di 
identificare  la  loro  Beatrice  colla  fanciulla  cantata 
nelle  liriche  del  giovane  poeta?  E  sapendolo,  non 
potevano  esserne  lusingati?  i 

Adagio,  si  oppugna  ancora.  Non  c'è  il  Boc- 
caccio solo;  ci  sono  altri  scrittori  che  nominano 
la  Portinari.  Ma  anche  questo  è  un  argomento 
molto  fragile.  Benvenuto  da  Imola  copia  il  Boc- 
caccio nel  racconto  della  festa  del  maggio,  e 
dell'incontro  dei  due  fanciulli.-  Fihppo  Villani 
non  nomina  la  Portinari,  ma  dice  semplicemente: 


1  Del  resto  ci  vuol  poco  a  capire  che  le  date  del  Boccaccio  non 
sono  esatte.  Se  Dante  scrisse  la  Vita  Nuova  quasi  nel  suo  ventesimo 
sesto  anno,  vorrà  dire  che  egli  non  aveva  ancora  26  anni.  Supponiamo 
che  ne  avesse  25,  tanto  più  che  appunto  i  25  anni  sono  per  lui  il 
principio  della  gioventù  {Convito,  cap.  24).  Ma  quando  Dante  aveva 
25  anni  eravamo  al  1290.  Come  dunque  poteva  esser  passato  un  anno 
dalla  morte  di  Beatrice,  se  questa  precisamente  nel  1290  mori  ?  Cfr. 
Biscioni,  Prefazione  alle  prose  di  Dante  ecc.,  invano  confutato  bilio- 
samente dal  signor  Fraticelli,  Dissert.  sulla  Vita  Nuova.  Al  Boccaccio 
si  potrebbe  ancora  domandare  come  sia  possibile  che  Dante  scrivesse 
la  Vita  Nuova  quasi  nel  suo  ventesimo  sesto  anno,  se  parla  della 
Donna  pietosa,  che  nel  Convito  (II,  ii)  dice  apparsa  a  lui  due  anni 
dopo  la  morte  di  Beatrice;  e  se  nella  Vita  Nuova  (cap.  xli)  parla 
di  un  fatto  accaduto  nel  1300. 

2  «  ....  volo  te  scire,  quod,  cum  quidam  Fulcus  Portinarius, 
honorabilis  civis  Florentiae,  de  more  faceret  celebre  convivium  kalen- 
dis  maii,  convocatis  vicinis  cum  dominabus  eorum,  Dantes  tunc  pue- 
rulus  novem  annorum,  secutus  patrem  suum  Aldigherium,  qui  erat 
unus  de  numero  convivarum,  vidit  casu  Inter  alias  puellas  puellulam 
fìliam  praefati  Fulci,  cui  nomen  erat  Beatrix,  aetatis  viii  annorum» 
mirae  pulchritudinis,  sed  majoris  honestatis;  quae  subito  intravit  cor 
ejus  ita  quod  nunquam  postea  recessit  ab  eo,  do'nec  illa  vixit..  .». 


184  CAPITOLO  Vili  —  LA  VITA  NUOVA 

«  Is,  cium  juvenis  adhuc  cinici  iisu  patriae  fruere- 
tur,  Beatricis,  cui  morositate  florentinae  facetiae 
Bice  dicebatur,  amore  castissimo,  qui  in  ipso  pue- 
ritiae  limine  coeperat,  ardentissime  teneretur,  in 
ejus  honorem  multas  composuit  cantilenas  etc.  », 
Il  Manetti  copia  anche'  esso  il  Boccaccio;  e  cosi 
fjuesti  resta  indubbiamente  la  fonte  unica  della 
supposta  identità  tra  la  Beatrice  poetica  e  la  Bea- 
trice storica. 

Ed  ora  passiamo  a  vedere  come  sia  dipinta 
nella  Vita  Nuova  la  Beatrice  poetica.  Sarà  que- 
sta, crediamo,  la  dimostrazione  migliore  che  tra 
essa  e  la  Beatrice  storica  non  c'è  legame  alcuno. 


185 


CAPITOLO  IX 


LA  BEATRICE  DELLA  VITA  NUOVA 


Risolleviamo  qui,  prima  di  tutto,  una  vecchia 
questione  :  Beatrice  era  veramente  il  nome  della 
donna  amata  da  Dante?  Quelle  parole,  già  tante 
e  tante  volte  citate  :  «  la  quale  fu  chiamata  da 
molti  Beatrice,  i  quali  non  sapeano  che  si  chia- 
mare »,^  esprimerebbero,  secondo  T opinione  pii^i 
generalmente  accettata,  che  coloro,  i  quali  non 
sapevano  il  vero  nome  di  lei,  la  chiamavano  bea- 
trice, perchè  ella  beatificava  colla  propria  vista. 
Ma  io  domando,  perchè  Dante  si  sarebbe  qui,  al 
principio  del  suo  libro,  nel  luogo  solenne,  dove 
nomina  per  la  prima  volta  la  donna  dell'  amor 
suo,  perchè  si  sarebbe  curato  di  farci  sapere  come 
la  chiamavano  gli  altri?  Ed  egli  stesso  poi  sa- 
peva come  chiamarla,  se  agli  occhi  suoi  questa 
fanciulla  appariva  per  la  prima  volta?  In  quello 


^  Gap.  2.  Intorno  alle  varie  interpetrazioni  date  ad  esse  ved.  Vita 
Nuova  ediz.  D'Ancona,  pag.  61.  Ved.  pure  Rivista  di  Filologia  Ro- 
manza, I,  46;  ToDESCHiNi,  Scritti  su  Dante,  11,  8;  Muzzi,  lettera 
al  Torri,  nella   Vita  Nuova,  ediz.  Torri,  Livorno,  1843. 


186  CAPITOLO  rx 

stesso  verbo  apparire  non  ci  è  forse  qualche  cosa 
di  subitaneo,  d'improvviso,  di  nuovo,  che  ac- 
cenna come  egli  medesimo,  l'estatico  fanciullo, 
non  sapesse  il  nome  della  celeste  creatura  che 
passava  davanti  ai  suoi  occhi  come  una  visione  di 
paradiso  ?  Se  la  Vita  Nuova  fosse  un  libro  scritto 
sotto  la  immediata  influenza  della  passione,  non 
si  sarebbe  in  diritto  di  chieder  conto  minuto  di 
ogni  sua  frase  e  di  ogni  sua  parola;  ma  essa  è 
invece  un  libro  dettato,  quando  già  Beatrice  era 
morta,  e  noi  possiamo  esser  certi  che  tutto  è  in 
essa  profondamente  meditato,  e  meditato  alla 
maniera  Dantesca.  Inoltre,  nel  seguito  della  Vz/a 
Nuova  non  c'è  parola  che  accenni  alla  beati- 
ficazione prodotta  dalla  donna  sugli  altri,  al- 
meno finché  la  donna  non  comincia  a  indiarsi.  ' 
Una  ragione,  dunque,  conviene  che  ci  sia  del 
perchè  Dante  pone  quelle  sue  parole  in  luogo  ed 
in  forma  cosi  notabile.  Contentarsi  superficial- 
mente di  credere  eh' egli  abbia  voluto  -dire  che 
coloro,  i  quah  non  sapevano  il  nome  di  Beatrice, 
pur  la  chiamavano  col  nome  vero  che  ella  aveva, 
perchè  ella  era  heatrice  di  nome  e  di  fatto,  non 
ci  pare  possibile.  È  quindi  necessario  per  noi  di 
includere  tra  quei  molti  anche  Dante  istesso.  Ma 
perchè,  nuova  difficoltà,  parlerebbe  egli  di  molti 
e  non  di  se  solo?  A  noi   pare   di   scorgere  una 


1  Cioè  nel  penultimo    capitolo    della   seconda   parte,   quando  già 
siamo  vicinissimi  alla  morte. 


LA  BEATRICE  DELLA  VITA  NUOVA  187 

intima  relazione  tra  questi  molti,  che  chiamavano 
beatrice  la  donna,  a  cui  è  consacrata  la  Vita 
Nuova,  e  quei  molti,  i  quali  erano  famosi  tro- 
vatori in  quel  tempo ,^  ai  quali  l'Alighieri  mandò 
il  sonetto  A  ciascun  alma  presa  e  gentil  core, 
a  fine  che  giudicassero  la  sua  visione.  Noi  sap- 
piamo che  tra  quei  molti  c'erano  Gino  da  Pi- 
stoia e  Guido  Cavalcanti,  perchè  possediamo  le 
loro  risposte.  La  fratellanza  artistica  dei  poeti 
della  nuova  lirica  toscana  verrebbe  così  ad  es- 
sere affermata  ;  e  le  prime  parole  della  Vita  Nuova 
ci  direbbero  in  che  cosa  risiedesse  il  carattere 
principale  della  scuola  poetica,  a  cui  appartene- 
vano Dante,  Gino  e  Guido.  Noi  sappiamo  già  che 
cosa  fosse  la  donna  cantata  da  questi  ultimi, 
quali  le  sue  qualità,  quali  gli  effetti  prodotti  da 
essa.  Or  se  noi  vedremo  tra  poco  essere  uguale 
a  quella  del  Cavalcanti  e  del  Sinibuldi  la  donna 
dell'Alighieri,  se  potremo  stabilire  che  la  mede- 
sima idealità  informa  tutte  queste  creature,  che 
la  medesima  beatificazione  proviene  da  esse  sullo 
spirito  dei  loro  poeti,  ci  sarà  chiaro  perchè  tutti 
chiamassero  beatrice  la  donna,  a  cui  non  sape- 
vano qual  nome  dare,  perchè  ella  non  avea  nome 
alcuno. 

Ci  conferma  in  questa  interpetrazione  quel- 
r  altra  frase  famosa:  «  la  gloriosa  donna  della  mia 
mente»,  che  s'intende  benissimo,  se  noi  consi- 

1  Gap.  3. 


188  CAPITOLO  IX 

deriamo  la  beatrice  come  donna  ideale,  ma  che 
non  s' intende  più  affatto  se  vogliamo  ostinarci 
a  credere  nella  realtà  storica  di  una  Portinari 
qualunque,  e  in  un  vero  sentimento  erotico  di 
Dante  per  lei, ^  La  donna  della  mente  è  l'essere 
vagheggiato  dal  pensiero  del  poeta,  visto  da  lui 
cogli  occhi  deir immaginazione  e  del  desiderio, 
contemplato  nell'estasi  di  un  amore  che  tende  a 
trascendere  dalla  terra  al  cielo.  Il  poeta  adorna 
di  ogni  perfezione  codesta  creatura,  propriamente 
come  dice  l'Alighieri  stesso: 

.  .-.  .  lo  imaginar,  che  non  si  posa, 
L'adorna  nella  mente,  ov'io  la  porto. - 

La  beatrice  è  la  sua  beatitudine.  Le  due  pa- 
role nella  Vita  Nuova  si  equivalgono  :  Apparuit 
Jam  beatitudo  vestra,  fa  dir  Dante  dallo  spirito 
animale  allo  spirito  del  viso.^  «  Io  era  in  luogo 
(dice  altrove),  dal  quale  vedea  la  mia  beatitu- 
dine »  ;  ^  ed  ancora  :  «  io  mi  dilungava  dalla  mia 
beatitudine  »,^  Tutto  ciò  ch'egli  chiede  a  questa 
sua  beatitudine  è  il  saluto  :  '^  un  saluto  che  diventa 


1  A  proposito  della  donna  della  tnente  e  dell'amor  razionale 
ved.  le  belle  e  concludentissime  osservazioni  del  bravo  Renier,  nel 
suo  libro  già  più  volte  citato,  pag.  108  e  sgg. 

-  Caiiz.  Amor  che  innovi  tua  virtù  dal  cielo. 

3  Gap.  2. 

*  Gap.  5. 

■>  Gap,  9. 

•5  Gap.  18. 


LA  BEATRICE  DELLA  VITA  NUOVA  189 

la  salute  del  suo  spirito,  onde  la  donna  stessa  è 
chiamata  donna  della  salute.  ^  E  mirabili  in  lui 
sono  gli  effetti  di  quel  saluto,  anzi  non  in  lui 
solo,  ma  in  tutti  coloro  che  la  mirano: 

Tanto  gentile  e  tanto  onesta  pare 
La  donna  mia,  quand'alia  altrui  saluta, 
Ch'ogni  lingua  divien  tremando  muta, 
E  gli  occhi  non  ardiscon  di  guardare. 


Vede  perfettamente  ogni  salute 
Chi  la  mia  donna  tra  le  donne  vede 

Ov'ella  passa  ogni  uom  ver  lei  si  gira 
E  cui  saluta  fa  tremar  lo  core .2 


Anche  la  donna  di  Dante,  come  quella  degli 
altri  poeti  del  nuovo  stile,  ha  in  sé  delF  ange- 
lico: «Dicevano  molti,  poiché  passata  era:  que- 
sta non  é  femina,  anzi  è  uno  de' bellissimi  angeli 
del  cielo  »  ;  ^  e  nei  versi  : 

E  par  che  sia  una  cosa  venuta 

Di  cielo  in  terra  a  miracol  mostrare 


1  Gap. -3.  Cfr.  Boehmer,  Emendationen  v.  Conjecturen  si'.  Dante  s 
Schriften,   ueW Jahrbv.ch  der  detitschen  Bante-Gesellscliaft ,  I,  387. 

-  Cfr.  col  cap.  xi.  E  cfr.  poi  con  la  ballata  di  Lapo  Gianni  (pag.  14 
del  presente  volume),  col  sonetto  del  Frescobaldi  (pag.  15),  colla 
ballata  dell' Alfani  (pag.  39),  col  sonetto  di  Cino  (pag.  107). 

3  Cap.  26. 


190  CAPITOLO   IX 

Quel  ch'ella  par  quand'un  poco  sorride, 
Non  si  può  dicer  né  tener  a  mente, 
Si  è  nuovo  miracolo  gentile,  i 


Davanti  a  lei  fuggono  tutti  i  vizi,  con  lei  si 
accompagnano  tutte  le  virtù: 

Fuggon  dinanzi  a  lei  superbia  ed  ira 
La  vista  sua  face  ogni  cosa  umile. 

In  ogni  cosa  eh'  ella  miri  s' infonde  la  sua  gen- 
tilezza : 

Si  fa  gentil  ciò  eh"  ella  mira. 

Chi  potesse  guardarla  o  diventerebbe  nobile 
cosa  0  morrebbe: 

E  qual  soffrisse  di  starla  a  vedere 
Diverria  nobil  cosa,  o  si  morria. 

Il  poeta  è  pieno  di  paura  dinanzi  a  lei:  ella 
«  volse  gli  occhi  verso  quella  parte,  ov'io  era 
molto  pauroso  »;-  e  sente  quel  desiderio  della 
morte  che  è  una  delle  caratteristiche  di  tutti  i 
poeti  del  nuovo  stile: 


1  Cfr.  con  Lapo  Gianni  (pag.  14);  con  poesie  di  Gino  (cap.  v)  e 
col  Cavalcanti,  pagg.  lo8,  139. 
■'  Cap.  3. 


LA  BEATRICE  DELLA  VITA  NUOVA  191 

E  spesse  fiate  pensando  la  morte 
Me  ne  viene  un  desio  tanto  soave 
Che  mi  tramuta  lo  color  del  viso. 


Morte,  assai  dolce  ti  tegno, 

Tu  dèi  omai  esser  cosa  gentile, 

Poi  che  tu  se'  nella  mia  donna  stata, 

E  dèi  aver  pietate  e  non  disdegno. 

Vedi  che  si  desideroso  vegno 

D' esser  de'  tuoi ,  eh'  io  ti  somiglio  in  fede. 

Vieni,  che  '1  cor  ti  chiede 


A  noi  pare  evidente  che  la  donna  e  1'  amante 
sieno  qui  gli  stessi  di  quelli  che  abbiamo  già  ve- 
duti indietro.  La  beatrice  di  Dante  è  la  beatrice 
di  Lapo,  di  Guido,  di  Gino,  ed  in  questa  ugua- 
glianza, in  questa  uniformità  di  concepimento 
artistico  sta  la  prova  maggiore  della  sua  non 
oggettività. 

Ma  per  Dante  le  prove  sono  anche  piiì  abbon- 
danti. Basta  leggere,  mi  pare,  la  Vita  Nuova 
senza  preconcetti,  per  accorgersi  che  la  beatrice 
è  un  essere  puramente  ideale.  Non,  si  badi  bene, 
un  essere  allegorico,  non  la  Sapienza,  come  vo- 
leva il  Biscioni,^  il  cui  ragionamento  non  è  poi 
da  metter  tanto  in  ridicolo,  come  qualcheduno 
ha  fatto:  non  la  Monarchia  Imperiale  del  Ros- 
setti ;  -  non  l' intelligenza  attiva  del  Perez  ;  ^  ma 

1  Prefazione  alPediz.  fiorentina  del  1723  delle  Prose  di  Dante  ecc. 

-  Il  mistero  dell'  Amor  Platonico,  Londra,  1840. 

3  La  Beatrice  svelata,  Palermo   18G5.  Il   libro   del   signor  Fran- 


192  CAPITOLO  IX 

la  donna;  la  donna  terrena  contemplata  nelle 
più  nobili,  più  alte,  più  celesti  sue  qualità;  guar- 
data coir  occhio  un  po'  mistico  degli  uomini  me- 
dievali in  genere,  ed  in  ispecie  di  questi  Fiorentini 
Bianchi  della  fine  del  secolo  xiii  ;  la  donna  ter- 
rena che  a  poco  a  poco  acquista  qualche  cosa 
dell'angiolo;  un  essere  vago,  astratto,  impalpa- 
bile che  si  concretizza  in  ogni  volto  gentile  di 
bella  fanciulla,  per  tornar  poi  a  sfumare  nelle 
forme  più  aeree. 

Anche  noi  moderni  abbiamo  forse  in  certi  mo- 
menti della  nostra  esistenza  provato  qualche  cosa 
di  simile.  Abbiamo  dato  vita  a  un  sogno  della 
nostra  mente,  abbiamo  vagheggiata  questa  par- 
venza come  cosa  reale,  ci  siamo  affezionati  a 
questa  illusione.  Ma  quanto  più  non  doverono 
esser  potenti  quei  cuori  e  quelle  fantasie  medie- 
vali neir  oggettivare  i  loro  sentimenti  !  E  la  bea- 
trice dei  poeti  del  nuovo  stile  non  è  appunto  altro 
che  la  oggettivazione  di  una  intima  e  profonda 
soggettività.  Dicevo  che  in  Dante  le  prove  sono 
più  abbondanti  che  negli  altri.  Esaminiamone  al- 
cune. È  naturale  che  essendo  la  donna  un'idea- 
lità, debba  nel  poeta  esser  continuo,  incessante 
il  desiderio  di  vederla,  e  penoso,  faticoso  al  suo 
spirito  il  non  poterla  afferrar  mai  nella  sua  con- 
cretezza.  Ed  ecco    questo    stato   ritratto    chiara- 


cesco  Perez  giova  assai  a  far  conoscere  io  stato  del  pensiero  nel  Me- 
dioevo, ma  non  giova  a  svelare  Beatrice. 


LA  BEATRICE  DELLA  VITA  NUOVA  193 

mente  nelle  parole:  «sì  tosto  coni' io  immagino 
la  sua  mirabil  bellezza,  sì  tosto  mi  giiigne  un 
desiderio  di  vederla,  il  quale  è  di  tanta  vir- 
tute,  che  uccide  e  distrugge  nella  mia  memoria 
ciò  che  centra  lui  si  potesse  levare,  e  però  non 
mi  ritraggono  le  passate  passioni  da  cercare  la 
veduta  di  costei  ».^  Anche  prescindendo  da  quel 
bellissimo  ed  evidentissimo  immaginare  la  sua 
bellezza^  come  spiegherebbero  i  difensori  della 
Beatrice  storica  quel  dire  che  il  desiderio  di  ve- 
dere la  donna  distrugge  nella  sua  memoria  ciò 
che  si  potesse  levare  contro  di  lui?  Prendereb- 
bero essi  alla  lettera  tutto  il  racconto  del  cap.  14  ? 
Crederebbero  realmente  che  il  poeta,  anche  prima 
di  vedere  Beatrice  coli'  altre  donne,  sentisse  il 
mirabile  tremore%  Crederebbero  ch'egli  proprio 
avesse  «  tenuti  i  piedi  in  quella  parte  della  vita, 
di  là  dalla  quale  non  si  può  ire  più  per  intendi- 
mento di  ritornare  »  ?  Se  l'amore  di  Dante  fosso 
una  realtà ,  se  la  Beatrice  fosse  stata  veramente 
una  fanciulla  in  carne  ed  ossa,  non  avremmo  noi 
mille  ragioni  di  rimproverare  al  poeta  di  non 
averci  voluto  far  conoscere,  pure  scrivendo  la 
storia  del  proprio  amore,  le  ragioni  di  questi 
subitanei  terrori,  di  questi  ir asfigur amenti,  che 
appena  si  potrebbero  creder  veri  in  uno  spirito  mo- 
derno, in  un  contemporaneo  del  Byron,  del  Goethe 
0  del  Leopardi?  Perchè,  ricordiamocelo  bene,  noi 


1  Gap.  15. 

liBTOii.  —  SI.  della  Letlerat.  Ita!.  —  Voi    IV.  13 


194  CAPITOLO   IX 

siamo  alla  fine  del  secolo  xiii,  siamo  in  un'età, 
nella  quale  sono  ancora  compiutamente  scono- 
sciute le  torture  del  sentimento  odierno,  le  sue 
raffinatezze,  le  sue  malattie,  il  suo  stato  di  orga- 
smo continuo.  Né  varrebbe  T  opporre  che  Dante 
fu  un  uomo  eccezionale.  Eccezionale,  in  parte,  sì; 
ma  non  eccezionale  tanto  da  poter  trovare  in  lui 
quello  che  è  proprio  d'altre  età,  da  potere  in  lui 
vedere  un'  anticipazione  di  quattro  o  cinque  se- 
coli. E  poi,  che  forse  questo  terrore  alla  vista 
della  donna  amata,  questo  sentirsi  invasi  dalla 
morte  al  suo  avvicinarsi,  è  proprio  solamente  di 
Dante?  Non  l'abbiamo  noi  notato  e  fatto  rilevare 
negli  altri  poeti  della  scuola  medesima?  È  dun- 
que vero  per  tutti?  No,  non  è  vero,  anzi,  per 
nessuno.  0  piuttosto  diciamo  che  è  verità,  ma 
solo  in  quanto  ci  rappresenta  il  tormento  dello 
spirito  che  anela  ad  una  idealità  non  possibile  a 
raggiungersi.  Prima  che  la  donna  reale  produca 
questi  effetti,  dovranno  passare  molte  centinaia 
d'anni.  Al  secolo  xiii  siamo  ancora  nell'età  di 
mezzo,  nell'età,  in  cui  l'amore  reale  parlava  il 
linguaggio  del  Romanzo  della  Rosa  e  ào^  Albata 
della  Provenza.  Al  di  fuori  e  al  di  sopra  di  ciò 
r  amore  si  avvolgeva  subito  in  simboli  e  s' idea- 
lizzava; la  donna  vera  cedeva  il  posto  ad  una 
astrazione.  È  questo  il  carattere  di  tutta  un'  epoca. 
Non  pretendiamo  di  capovolgere  la  storia.  Arri- 
viamo pure  fino  al  punto  di  dire  che  forse  qual- 
che cosa  di  storico  si  nasconde  nella  Vita  Nuova  ^ 


LA  BEATRICE  DELLA  VITA  NUOVA  195 

ma  a  patto  di  soggiungere  poi  subito,  col  We- 
gele,  che  la  verità  e  ]a  poesia  vi  sono  mescolate 
in  COSI  alto  grado  che  è  affatto  impossibile  di 
separare  V  una  dall'  altra.  ^ 

Intesa  beatrice  come  la  donna  ideale,  anche 
qiiéì  gabbarsi  [altrimenti  inesplicabile,  strano,  di- 
sgustante) ch'ella  fa  dell'innamorato  poeta,  non 
solo  s'intende,  ma  diventa  naturalissimo.  Non 
isfugge  essa  sempre  ad  essere  vista ,  afferrata  nella 
sua  realtà?  E  non  è  appunto  lei  che  distrugge 
ogni  pietà  negli  altri,  i  quali  non  possono  com- 
prendere dove  il  pensiero  del  poeta  si  affisi  ?  Ecco 
perchè  7  vostro  gabbo  uccide  la  pietà  altrui,"  ecco 
ancora  perchè  le  donne  gentili .  ...  si  gabbavano 
di  me  con  questa  gentilissima.'^  Non  aggrottino 
le  ciglia,  in  grazia,  i  difensori  della  Portinari.  ^ 


•  Dante  Alighieri's  Leben  und  Werke,  Iena,  1874,  pag.  110. 
Ecco  le  sue  testuali  parole:  «  Nach  langer  und  sorgfàltiger  Erwàgung 
sind  w'ir  vielmehr  zu  der  Ueberzeugung  gelangt,  dass  in  diesem  in 
Rede  stehenden  Verhàltnisse  Wahrheit  und  Dichtung  in  so  hohem 
Grade  geraischt  sind,  das  es  unmòglich  ist,  sie  vollstàndig  von  einan- 
der  zu  scheiden  ». 

2  Son.   Ciò  che  m' incontra  nella  mente,  more. 

3  Gap.  24. 

*  Uno  de'  luoghi  della  Vita  Nuotm,  sul  quale  dì  preferenza  si  fon- 
dano i  sostenitori  della  identità  tra  la  Beatrice  Dantesca  e  la  figlia 
di  Folco  Portinari,  è  quello,  do\fe  è  detto  «  che  alquanti  peregrini  pas- 
savano per  una  via,  la  quale  è  quasi  in  mezzo  della  cittade,  ove  nac- 
que, vivette  e  mori  la  gentilissima  donna,  e  andavano,  secondo  che 
mi  parve,  molto  pensosi»  (cap.  41).  Il  D'Ancona  a  questo  luogo  an- 
nota: «Le  case  Portinari  erano  dove  è  ora  il  palazzo  Ricciardi,  già 
Salviati  ....  in  via  del  Corso,  presso  il  Canto  dei  Pazzi.  Se  la  Bea- 
trice di  Dante  fosse  un  simbolo,  una  astrazione,  perchè  farla  nascere, 
vivere  e  morire   in   quella  via   del   Corso,  che  è  proprio  in  m,ezzo 


196  CAPITOLO  IX 

Quelle  donne,  concediamolo,  possono  essere  sto- 
riche. Ma  nulla  vieta  di  credere  che  là,  appunto, 
là  in  mezzo  ad  una  festa,  dove  molte  belle  e  gen- 
tili donne  son  convenute,  la  bellissima  figlia  del 
suo  pensiero  apparisse  a  Dante,  e  ch'egli  la  sen- 
tisse avvicinarsi  nel  cuor  suo.  Nulla  vieta  che  noi 
intendiamo  che  il  poeta  fìnga  che  con  lei  parlas- 
sero le  altre  donne,  ognuna  delle  quali  aveva  di 
lei  una  particella  in  sé.  Precisamente,  la  vista 
delle  altre  donne,  in  mezzo  alle  quali  si  trova 
Dante,  fa  sorgere  l'immagine  dell'alta  donna,  alla 
quale  egli  aspira,  e  che  non  trova  compiuta  in 
nessuna  di  quelle  che  lo  circondano.  Quindi  il 
tramortire,  quindi  l'ebrietà  del  gran  tremore, 
quindi  lo  sforzo  affannoso,  che  incessantemente 
si  ripete,  di  vederla,  e  l'angoscia  di  non  poterla 
veder  mai,  e  il  cuore  che  gli  trema  appena  alza 
gli  occhi  per  guardar  lei,  la  quale  non  esiste  che 
dentro  alla  sua  mente,  alla  sua  fantasia,  al  suo 
spirito  : 

Spesse  fiate  venemi  alla  mente 
L'oscura  qualità  ch'Amor  mi  clona; 
E  vienmene  pietà  sì,  che  sovente 
Io  dico:  ahi  lasso!  avvien  egli  a  persona? 


della  cittade,  anzi  la  taglia  per  traverso  da  un  capo  all'altro,  e  dove 
appunto  nacque,  visse  e  morì  la  figlia  di  messer  Folco  Portinari  e 
di  Madonna  Gilia  Caponsacchi  ?  »  (Ediz.  Vita  Nuova,  pag.  124).  Per- 
metta il  mio  acuto  amico  ch'io  risponda  alla  sua  interrogazione  due 
cose.  La  prima,  che  V ove  nacque  ecc.  si  riferisce  alla  cittade  e  non 
alla  via.  La  seconda,  che  la  figlia  di  Folco    Portinari  e  di  Gilia  Ca- 


LA  BEATRICE  DELLA  VITA  NUOVA  197 

Ch'  amor  m' assale  subitanamente 
Sì,  che  la  vita  quasi  m'abbandona; 
Campami  un  spirto  vivo  solamente, 
E  quei  riman,  perchè  di  voi  ragiona. 

Poscia  mi  sforzo,  che  mi  voglio  aitare: 
E  così  smorto  e  d' ogni  valor  vóto 
Vegno  a  vedervi,  credendo  guarire: 

E  se  io  levo  gli  occhi  per  guardare , 
Nel  cor  mi  si  comincia  uno  tremoto, 
Che  fa  da'  polsi  l'anima  partire. 

Se  noi  teniamo  la  beatrice  come  la  donna 
ideale,  intendiamo  subito  quelle  parole  di  Dante 
(altrimenti  molto  astruse),  nelle  quali  egli  vuole 
identificare  Beatrice  e  l'Amore:  «  Chi  volesse  sot- 
tilmente considerare,  quella  Beatrice  chiamerebbe 
Amore,  per  molta  somiglianza  che  ha  meco  ».  ^ 
Beatrice  infatti  non  è  per  il  poeta  che  un'idea, 
che  un  sentimento,  che  un'astrattezza,  com'è 
l'Amore,  personificato  anch'esso  da  Dante,  ma 
la  cui  persona  non  è  visibile  che  dagli  occhi  della 
mente.  Beatrice  è  la  donna  che  bea,  che  inna- 
mora, è  l'amore  del  poeta,  e  sta  bene  che  delle 
due  idealità  ne  sia  fatta  una  sola.  Ed  ecco  an- 
cora che  noi  comprendiamo  la  ragione,  per  la 
quale  Dante  dice:  quando  gli  amici  mi  domanda- 


ponsacchi  andò  «moglie  di  un  cavaliere  de'Bardi,  chiamato  messer 
Simone  »  (Boccaccio,  comm.  al  e.  ii).  Come  dunque  potè  ella  nascere, 
vivere  e  morire  in  casa  dei  Portinari  ?  Che  vi  nascesse  sta  bene,  ma 
che  vi  vivesse  poi  tutta  la  sua  vita  e  vi  morisse,  non  sembra  possi- 
bile, se  pur  non  si  giunga  a  provare  che  messer  Simone  andò  a  moglie. 
1  Cap.  24. 


198  CAPITOLO  IX 

vano:  «  per  cui  t'ha  così  distrutto  questo  Amore? 
ed  io  sorridendo  li  guardava,  e  nulla  diceo  loro  ».^ 
Perchè  quel  silenzio?  e  perchè  quel  sorriso?  È 
chiaro.  Dante  non  poteva  dire  per  chi  l'Amore 
l'avesse  distrutto,  e  sorrideva  al  pensiero  ch'essi 
fantasticassero  di  una  vera  e  propria  persona.  Si 
ponga  ben  mente  a  quella  frase:  sorridendo  li 
guardava:  e'  è  lo  stupore,  c'è  la  meraviglia,  e'  è 
il  compatimento  per  essi  che  non  potevano  com- 
prendere il  secreto  del  suo  spirito.  Perchè  avrebbe 
Dante  sorriso,  se  si  fosse  trattato  di  un  amore 
per  una  donna  reale  ?  Che  ragione  e'  era  di  sor- 
ridere ad  una  così  naturale  domanda  degli  amici  ? 

Evidente  è  pure,  secondo  il  nostro  concetto, 
che  Dante  ci  dica  che  Beatrice  «  nen  pare  figliuola 
d' uomo  mortale,  ma  di  Dio  »  ;  ^  e  che  ella  sia  chia- 
mata «  distruggitrice  di  tutti  i  vizi  e  regina  delle 
virtù  »;^  ed  ancora  che  Dante  scriva  che  l'im- 
magine di  lei  fosse  «  di  sì  nobile  virtù  che  nulla 
volta  sofferse  che  Amore  mi  reggesse  senza  il 
fedel  consiglio  della  ragione  ».^ 

Abbiamo  poi  nella  Vita  Nuova  un  passo,  sul 
quale  io  richiamo  la  speciale  attenzione  dei  let- 
tori. Annunziata  la  morte  di  Beatrice,^  Dante 
soggiunge  :  «  forse  piacerebbe  al  presente  trattare 


1  Gap.  4. 

2  Cap.  2. 

3  Cap.  10. 
*  Cap.  2. 
5  Cap.  29. 


LA  BEATRICE  DELLA  VITA  NUOVA  199 

alquanto  della  sua  'partita  da  noi  »  ;  ma  egli  non 
vuol  farlo  per  più  ragioni,  e  tra  le  altre  per  que- 
sta: «non  è  convenevole  a  me  trattare  di  ciò, 
per  quello  che,  trattando,  mi  converrebbe  essere 
lodatore  di  me  medesimo  (la  qual  cosa  è  al  po- 
stutto biasimevole  a  chi  '1  fa),  e  però  lascio  cotale 
trattato  ad  altro  chiosatore  ».  Queste  parole  o 
sono  state  commentate  nel  modo  più  superficiale 
ed  assurdo,^  o  è  stato  dichiarato  che  non  s'in- 
tendono. Il  dotto  e  venerando  Carlo  Witte  dice 
a  questo  luogo:  «  Quale  sia  la  ragione,  per  cui 
Fautore  non  abbia  potuto  trattare  della  partita 
di  Beatrice  senza  essere  lodatore  di  sé  medesimo, 
non  saprei  indovinare ,  né  trovo  che  altri  sia  stato 
più  felice». -Il  Torri  scrive:  «  Veramente  riesce 
difficile  il  comprendere  siffatta  proposizione  ».^ 
Il  D'Ancona:  «  io  confesso  di  non  intenderci 
nulla». "^11  fatto  è  abbastanza  singolare;  che  in 
un  libro  come  quello  della  Vita  Nuova  ^  studiato 
e  ristudiato,  analizzato,  sottoposto  alle  indagini 
più  minute  da  dotti  italiani  e  da  dotti  stranieri, 
s' abbia  da  trovare  un  luogo  che  resiste  ad  ogni 
ragionevole  interpetrazione ,  che  non  offre  nep- 
pure il  campo  a  qualche  congettura.  E  pure  è 
così,  né  potrebbe  essere  altrimenti,  finché  si  vo- 


1  Ved.  ediz.  Fraticelli. 
-  Ediz.  della  Vita  Nuova,  pag.  86. 
3  Ediz.  della   Vita  Nuova,  pag.  64. 
*  Ediz.  della  Vita  Nuova,  pag.  112. 


200  CAPITOLO   IX 

glia  attribuire  alla  Beatrice  una  esistenza  ogget- 
tiva. Come,  infatti,  è  egli  possibile  che  il  parlare 
della  morte  della  Porti  nari  (della  sua  partita  da 
noi)  ridondi  in  lode  di  Dante?  Si  capisce  che  i 
pili  acuti  ingegni,  che  i  piìi  profondi  conoscitori 
delle  opere  dantesche  abbiano  dovuto  onesta- 
mente confessare  che  quelle  parole  sono  indeci- 
frabili. Ma  ben  altrimenti  va  la  cosa  se  noi  con- 
sideriamo la  beatrice  come  la  donna  ideale ,  come 
un  essere  contemplato  dal  poeta  nei  fremiti  della 
sua  fantasia,  ma  che  non  ha  un' esistenza  a  sé, 
che  non  vive  al  di  fuori  di  lui.  La  morte  della 
beatrice  allora  accade  dentro  lo  spirito  del  poeta, 
non  è  la  morte  di  una  persona,  ma  di  un'idea. 
E  se  noi  trovassimo  che  un  nuovo  amore  inva- 
desse quell'anima,  un  amore  che  non  avesse  nep- 
pur  r  apparenza  di  essere  rivolto  a  cosa  umana 
e  terrena;  se  noi  potessimo  quasi  assistere  alle 
battaglie  sostenute  dall'  uomo  per  ispogliarsi  della 
vecchia  adorata  immagine  della  sua  giovinezza, 
allora  ci  sarebbe  agevole  intendere,  perchè  il  trat- 
tare della  'partita  di  quell'  immagine  idoleggiata 
nei  sogni  dell'età  giovanile  sarebbe  un  lodare 
sé  stesso.  Sarebbe,  cioè,  un  dover  dire  tutte  le 
lunghe  pene,  gl'intimi  e  segreti  sforzi  sostenuti 
dal  suo  spirito  per  allontanarsi  dall'  amore  umano 
che  lo  beava,  e  addirsi  al  nuovo  amore  della 
scienza.  Sarebbe  un  dover  narrare  quanto  amaro 
riuscisse  al  cuor  suo  distaccarsi  dal  fantasma 
€antato   nelle  dolci  rime  dell'età  più  bella,  per 


LA  BEATRICE  DELLA  VITA  NUOVA  201 

isprofondarsi  nelle  ardue  e  severe  meditazioni  fi- 
losofiche. 

Ma  lo  abbiamo  noi  questo  nuovo  amore  di 
Dante?  Esiste  nella  Vita  Nuova  la  storia  di  que- 
sto passaggio  dalla  donna  ideale,  dalla  giovanile 
beatrice  all'austera  filosofia?  È  quello  che  ve- 
dremo tra  poco. 


203 


CAPITOLO  X 


ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 
E  LA  DONNA  PIETOSA 


La  Vita  Nuova  ha  una  prima  parte  che  ab- 
braccia diciassette  capitoli  e  dieci  poesie/  cioè 
sette  sonetti,  un  sonetto  rinterzato  -  e  due  bal- 
late. Queste  poesie  hanno  un  carattere  speciale, 
che  può  compendiarsi  dicendo  che  esse  tengono 
assai  delle  scuole  poetiche  precedenti.^  Il  poeta 
«  dissimula  V  esiguità  del  concetto  col  cerimo- 
niale della  forma,  col  linguaggio  consuetudina- 
rio delle  corti  e  del  codice  d'amore,  co' fioretti 
dello  stile  ch'era   allora   di  moda».'*  Quanto  al 


1  Cfr.  la  divisione  del  Witte,  quella  del  D'Ancona,  e  quella  dello 
Scartazzini ,  in  Dante  Alighieri,  scine  Zeit,  sein  Leben  k.  seine  Werke, 
V.  Buch,  cap.  II. 

2  Per  giudicare  del  valore  del  Fraticelli,  che  osava  farsi  pubbli- 
catore  delle  Liriche  di  Dante,  si  legga  la  nota  eh'  egli  pone  al  sonetto 
rinterzato:  0  voi,  che  per  la  via  d'amor  passate,  ediz.  Barbèra,  1873. 
pag.  58. 

3  Ved.  il  bel  lavoro  del  Carducci,  Delle  Rime  di  Dante  Alighieri, 
negli  Studi  Letterari,  Livorno,  1874,  pag.  164;  e  la  nota  del  D' An- 
CONA,  nell'ediz.  della  Vita  Nuova,  pag.  91. 

4  Carducci,  op.  cit. 


204         GAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

racconto ,  noi  abbiamo  qui  la  Beatrice  nella  sua 
forma  piìi  umana;  assistiamo  cioè  allo  sforzo 
che  fa  il  poeta  per  realizzare  la  donna,  per  po- 
terla vedere  concreta,  per  ottenerne  un  tenue 
segno  di  corrispondenza,  il  saluto.  L'anima  del- 
l'uomo, innamorato  di  una  visione  ideale,  sembra 
qui  agitarsi  nel  dubbio  tormentoso  se  quella  vi- 
sione sia  tutta  un  sogno  o  non  abbia  in  se  qual- 
che cosa  di  reale.  Ne  sarebbe  impossibile  il  sup- 
porre che  a  quando  a  quando  quella  visione 
prendesse  le  forme  di  qualche  fanciulla,  diven- 
tasse per  un  istante  realtà  su  qualche  volto  fem- 
minile. Ma,  se  anche  vero,  ciò  non  avrebbe 
importanza.  La  Beatrice  resterebbe  sempre  il  fan- 
tasma e  non  la  donna  di  carne.  La  Vita  Nuova 
non  fu  scritta  per  raccontarci  la  storia  di  un 
amore.  Essa  non  è  un  diario  di  ciò  che  accadeva 
a  Dante  giorno  per  giorno,  ma  è  composta  tutta 
con  un  alto  e  ben  diverso  intendimento.  Per  ora 
intanto  si  ponga  attenzione  a  questo:  perchè 
quando  Amore  ebbe  pasciuta  Beatrice  del  cuore 
di  Dante,  cominciò  egli  a  piangere  e  si  alzò  verso 
il  cielo?  «Appresso  ciò,  poco  dimorava  che  la 
sua  letizia  si  convertia  in  amarissimo  pianto;  e 
così  piangendo  si  ricogliea  questa  donna  nelle  sue 
braccia  e  con  essa  mi  parea  che  se  ne  gisse  verso 
il  cielo  ».^  Perchè  fin  d'allora  Amore  sapeva  che 
la  Beatrice  terrena  in  breve  sarebbe  morta,  per 

1  Gap.  3. 


E  LA  DONNA  PIETOSA  ■  205 

risorgere  poi  trasfigurata  in  Beatrice  celeste.  Ecco 
la  ragione  delle  lacrime;  ecco  la  ragione  dello' 
slanciarsi  con  essa  verso  il  cielo.  Ed  ecco  intanto 
la  prima  visione  della  Vita  Nuova  ricollegarsi 
coir  ultima.  Noi  abbiamo  così  un  primo  fatto  che  ci 
prova  il  compiuto  organismo  del  libro.  Può  essere 
vero  che  Dante  abbia  scritto  a  diciotto  anni  il  so- 
netto :  A  ciascun'  alma  presa  e  gentil  core.  Certo 
in  questa,  come  nelle  nove  poesie  che  seguono, 
c'è  molto  del  giovanile,  c'è,  lo  abbiamo  già  detto, 
molta  incertezza  rispetto  all'arte;  ma  il  commenta- 
rio in  prosa  è  sicuramente  posteriore,  e  l'ultimo 
verso  del  sonetto  può  essere  stato  rifatto  dopo. 
Col  capitolo  XVIII  comincia  una  seconda  parte , 
la  quale  contiene,  come  Dante  stesso  dice,  «  ma- 
teria nuova  e  più  nobile  che  la  passata  ».^  Io 
chiamerei  questa  parte:  il  principio  delV india- 
mento.  Qui  già  ci  apparisce  un  compiuto  acquie- 
tamento dello  spirito,  cessa  ogni  attinenza  tra  la 
donna  e  il  poeta;  il  primo  pensiero  di  porla  in 
cielo,  di  farne  la  Beatrice  celeste  della  Divina 
Commedia  è  già  qui,  quasi  al  principio  della 
Vita  Nuova.  Non  più  desiderio  di  saluto,  non 
più  speranza  di  ricambio  d'amore,  ma  solamente 
inno  di  lode  all'  essere  che  sta  già  per  trasuma- 
narsi. Gli  angeli  la  chiedono  a  Dio  : 

Angelo  chiama  in  divino  intelletto 
E  dice:  Sire,  nel  mondo  si  vede 

1  Gap.  17. 


206         GAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

Meraviglia  nell'  atto,  che  procede 
Da  un'  anima  che  fin  quassù  risplende. 
Lo  cielo  che  non  have  altro  difetto 
Che  d'aver  lei,  al  suo  Signor  la  chiede, 
E  ciascun  santo  ne  chiede  mercede 


E  Dio  rispondo  che  aspettino,  fin  che  piace 
a  lui;  che  soifrano  in  pace  eh"  ella  resti  ancora 
là,  dove  e'  è  alcuno  che  prevede  la  sua  morte 
vicina^  e  che  dirà  un  giorno  ai  dannati  di  aver 
visto  questa  speranza  del  cielo: 

Diletti  miei,  or  sofferite  in  pace 
Che  vostra  speme  sia  quanto  mi  piace 
Là,  ov'è  alcun  che  perder  lei  s'attende, 
E  che  dirà  nell'  Inferno  a'  malnati  : 
Io  vidi  la  speranza  de' beati. 

È  chiaro,  dunque:  nel  pensiero  di  Dante, 
Beatrice  deve  morire;  e  fin  d'ora,  cioè  al  prin- 
cipio della  nuova  maniera  lirica  del  poeta,  è  an- 
nunziato il  suo  viaggio  di  oltretomba.  Ed  ecco 
così  un  nuovo  legame  colla  visione  finale  della 
Vita  Nuova,  il  quale  sempre  meglio  ci  prova 
che  i  fatti  non  sono  narrati  secondo  la  loro  suc- 
cessione, ma  che  sono  disposti  secondo  un  pre- 
concetto disegno.  Altra  prova  ancora:  se  Dante 
nella  grande  Canzone  che  inizia  la  sua  lirica  tra- 
scendente, accenna  già  alla  previsione  della  morte 
di  Beatrice,  il  cap.  xxiii  del  libro  parrebbe  fuori 
di  luogo.  E  sarebbe  efiettivamente  fuori  di  luogo, 


E  LA  DONNA  PIETOSA  207 

sei' Alighieri  avesse  voluto  farci  un  racconto  or- 
dinato cronologicamente.  Ma  la  cronologia  è,  io 
credo,  un  sogno  di  noi  moderni.  Dante  ha  voluto 
rappresentarci  la  storia  del  suo  pensiero  giova- 
nile. La  donna  ideale  terrena,  vagheggiata  prima, 
si  va  lentamente  trasformando.  Bisognava  spie- 
gare come  nella  sua  mente  fosse  sorta  la  nuova 
immagine  della  donna  che  prende  già  le  forme 
dell'angelo,  ma  non  è  trasumanata  ancora;  biso- 
gnava fare  intendere  come  si  operasse  questo 
lento  e  graduale  trasumanamento,  sul  quale  s'im- 
pernia (mi  si  conceda  questa  brutta  parola)  tutta 
la  parte  migliore,  più  solenne,  più  nuova  della 
sua  lirica.  La  canzone:  Donne  eh' ariete  intelletto 
d'amore  è  come  la  introduzione  generale  alla 
parte  della  Vita  Nuova  che  precede  la  morte  di 
Beatrice.  In  questa  parte  la  donna  è  diventata 
angiolo,  il  sentimento  del  poeta  ha  del  mistico; 
la  poesia,  come  ha  detto  magistralmente  il  Car- 
ducci,^ è  «  leggiera,  volatile,  aerea  »,  pare  «  un 
inno  eucaristico  ».-  Dante  è  qui  novatore  com- 
pleto? Questa  rappresentazione  della  donna,  già 
fatta  quasi  simile  agli  angeli,  questo  amore,  già 
diventato  un'adorazione,  è  cosa  tutta  propria  di 
lui?  E  egli  il  primo  ad  introdurre  questo  nuovo 
elemento  della  misticità  nella  lirica?  Non  mi  pare. 
Il  nuovo  stile  abbraccia  tutto  un  periodo  storico, 
ed  i  suoi  principali    rappresentanti  sono,    come 

1  Op.  cit.,  pag.  174. 

2  Ivi,  pag.  205. 


208         GAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

già  sappiamo,  oltre  Dante,  Gino  e  Guido  Caval- 
canti. E  per  il  Cavalcanti  abbiamo  una  testimo- 
nianza chiara  e  preziosa  nella  stessa  Vita  Nuova. 
Si  osservi  bene  :  Dante  ha  la  visione  della  morte 
della  sua  donna.  Rileggiamo  quei  versi  divini  : 


Mentr'io  pensava  la  mia  frale  vita 
E  vedea  '1  suo  durar  com'è  leggiero, 
Piansemi  Amor  nel  core,  ove  dimora: 
Per  che  l'anima  mia  fu  sì  smarrita, 
Che  sospirando  dicea  nel  pensiero: 
Ben  converrà  che  la  mia  donna  mora. 
Io  presi  tanto  smarrimento  allora. 
Ch'io  chiusi  gli  occhi  vilmente  gravati; 
Ed  eran  si  smagati 

Gli  spirti  miei,  che  ciascun  giva  errando. 
E  poscia  imaginando, 
Di  conoscenza  e  di  verità  fuora. 
Visi  di  donne  m'apparver  crucciati, 
Che  mi  dicean  pur:  Morra'  ti,  morra'  ti. 

Poi  vidi  cose  dubitose  molte 

Nel  vano  immaginare,  ov'io  entrai: 

Ed  esser  mi  parca  non  so  in  qual  loco, 

E  veder  donne  andar  per  via  disciolte, 

Qual  lagrimando,  e  qual  traendo  guai. 

Che  di  tristizia  saettavan  foco. 

Poi  mi  parve  vedere  appoco  appoco 

Turbar  lo  sole  ed  apparir  la  stella, 

E  pianger  egli  ed  ella; 

Cader  gli  augelli  volando  per  Fa' re, 

E  la  terra  tremare; 

Ed  uom  m'apparve  scolorito  e  fioco, 

Dicendomi:  Che  fai?  non  sai  novella? 

Morta  è  la  donna  tua,  ch'era  sì  bella. 


E  LA  DONNA  PIETOSA  209 

Levava  gli  occhi  miei  bagnati  in  pianti, 

E  vedea  (che  parean  pioggia  di  manna), 

Gli  angeli  che  tornavan  suso  in  cielo, 

Ed  una  nuvoletta  avean  davanti. 

Dopo  la  qual  canta van  tutti:  Osanna; 

E  s'altro  avesser  detto,  a  voi  dire' lo. 

Allor  diceva  Amor:   Più  non  ti  celo; 

Vieni  a  veder  nostra  donna  che  giace. 

L'imaginar  fallace 

Mi  condusse  a  veder  mia  donna  morta; 

E  quando  1'  ebbi  scorta, 

Vedea  che  donne  la  covrian  d'un  velo; 

Ed  avea  seco  umiltà  sì  verace, 

Che  parca  che  dicesse:  Io  sono  in  pace. 
Io  diveniva  nel  dolor  sì  umile, 

Veggendo  in  lei  tanta  umiltà  formata. 

Ch'io  dicea:  Morte,  assai  dolce  ti  tegno; 

Tu  dèi  ornai  esser  cosa  gentile, 

Poiché  tu  se'  nella  mia  donna  stata, 

E  dèi  aver  piotate,  e  non  disdegno. 

Vedi  che  sì  desideroso  vegno 

D'esser  de' suoi,  ch'io  ti  somiglio  in  fede. 

Vieni,  che  '1  cor  ti  chiede. 

Poi  mi  partia,  consumato  ogni  duolo; 

E  quando  io  era  solo, 

Dicea,  guardando  verso  l'alto  regno: 

Beato,  anima  bella,  chi  ti  vede! 

Voi  mi  chiamaste  allor,  vostra  mercede. 

La  Beatrice  angiolo  sta  dunque  per  morire. 
Ma  prima  ch'ella  muoia,  prima  che  si  chiuda  il 
secondo  periodo  dell'arte  dantesca,  prima  che 
venga  in  iscena  la  terza  figura  di  donna,  che 
precede  la  Beatrice  della  Divina  Commedia,  si 
deve  render   giustizia   all'uomo,    al   quale,   non. 

Bartoli.  —  St.  della  Letterat.  Ital.  —  Voi.  IV.  14 


210  CAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

senza  alta  ragione,  è  indirizzata  la   Vita  Nuova -^ 
si  deve,  con  uno  dei  soliti  mezzi  che  paiono  con- 
naturati alla  mente  di  Dante,  fare  intendere  che 
esiste  una   fratellanza   artistica   tra  lui  e  il  suo 
primo  amico,  e  che  anzi  Guido  fu,  come  lirico, 
precursore  dell'Alighieri.  Ecco,  così,  la  visione, 
dove  Giovanna  o  Primavera  precede  Beatrice;  ^ 
ed  ecco  la  spiegazione  di  quella  apparente  stra- 
nezza di   dare   V  etimologia   dei   due   nomi.  Non 
trascurabile  poi  mi  sembra  un'  altra  osservazione. 
Dice  Dante  di  aver  mandato  in  questa  occasione 
al  Cavalcanti  il  sonetto  :  Io  mi  sentii  svegliar  den- 
tro allo  core,  «  tacendo  certe  parole,  le  quali  pa- 
reano  da  tacere  ».  Crede  il  Carducci  -  che  le  parole 
da  tacere  fossero  «  che  Giovanna  si  sopracchia- 
masse  Primavera  solo  come  pronunzia  del  venir  di 
Beatrice;  che  sarebbe  stato  un  darle  una  condi- 
zione inferiore,  rispetto  a  Beatrice,  di  bellezza  e  di 
amore,  e  non    sarebbe   stato   gentile  verso  essa 
Giovanna  e  il  suo  poeta  ».  Ma,  mi  scusi  il  dotto 
e  carissimo  scrittore,    o  non  è    anche  del  nome 
di  Giovanna  data  la  spiegazione  medesima  ?    «  E 
se  anco  vuoli    considerare   lo    primo    nome  suo, 
tanto  è  quanto    dire   Primavera,   perchè    lo   suo 
nome  Giovanna  è  da  quel  Giovanni,  lo  quale  pre- 
cedette la  verace  luce  ».   Dicasi  dunque  piuttosto 
che  le  parole  da  tacere  erano    che   Giovanna  o 

1  Cap.  24.  Cfr.  Ruth,  Studien  ilber  D.  A.,  ehi  Beitrag  zum  Ver- 
stdndniss  der  Gòtt.  Kom.,  Tùbingen,  1853. 
-   Vita  Nuova  ediz.  D'Ancona,  pag.  104. 


E  LA  DONNA  PIETOSA  211 

Primavera  si  chiamassero  cosi,  come  annunzia- 
trici  di  Beatrice;  ma  in  tal  caso  non  si  ometta 
di  notare  una  frase  molto  importante  :  Giovanna 
è  chiamata  da  quel  Giovanni,  lo  quale  precedette 
la  verace  luce.  Chi  non  intenderà  che  la  verace 
luce  non  sia  V  Alighieri  stesso  ?  Quale  altro  senso 
fuori  di  questo  potrebbe  avere  il  ricollegamento 
di  Giovanna,  che  precede  Beatrice,  a  Giovanni? 
E  così  sembra  venire  confermata  T  interpetrazione 
di  tutta  quella  visione  del  cap.  xxiv. 

Ma  se  questa  interpetrazione  è  giusta,  se  ne 
ricava  pure  qualche  altra  cosa  di  molta  importanza. 
Sarebbe,  pare,  assai  difficile  supporre  che  Dante, 
il  quale  tacque  nel  sonetto  certe  jpar ole ,  le  quali 
pareano  da  tacere,  le  dicesse  poi  chiarissime 
nella  prosa  che  scrisse  per  commento  al  sonetto. 
Se  quelle  parole  potevano  sembrare  poco  gentili 
al  Cavalcanti,  dette  in  rima,  erano  forse  più 
gentili  in  prosa?  Verrebbe  da  ciò  a  dedursi  che 
quando  Dante  ordinò  le  rime  della  Vita  Nuova 
e  scrisse  il  commento,  il  Cavalcanti  doveva  esser 
morto.  Né  a  questa  ipotesi  fanno  assoluto  osta- 
colo, se  non  c'inganniamo,  altri  luoghi  dell'opera, 
dove  si  allude  al  Cavalcanti  medesimo. 

Il  dire  di  Guido:  «  quegli,  cui  io  chiamo 
primo  de'  miei  amici  »  ,^  non  implica  che  Guido 
t'osse  vivo.  Si  può  intendere:  quegli,  cui  io  seguito 
a  chiamare,  perchè  la  morte  non  rompe  gli  aifetti 

1  Cap.  3. 


212         GAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

profondi,  ma  sembra  anzi  rafforzarli.  Del  pari 
nell'altro  luogo:  «  e  simile  intenzione  so  che  ebbe 
questo  mio  amico,  a  cui  ciò  scrivo,  cioè  ch'io 
gli  scrivessi  solamente  in  volgare  »  ,^  le  parole  a 
cui  ciò  scrivo  possono  valere:  a  cui  dirigo,  alla  cui 
memoria  indirizzo,  tanto  piiì  se  si  consideri  che, 
vivente  Guido,  Dante  non  avrebbe  forse  detto: 
«  e  simile  intenzione  so  che  ebbe  » ,  ma  piuttosto  : 
e  simile  intenzione  so  che  ha.  Ora  dunque,  poi- 
ché la  data  della  morte  del  Cavalcanti  ci  è  nota, 
e  sappiamo  essere  il  27  o  28  di  agosto  del  1300,  - 
verrebbe  ad  essere  protratta  a  quel  tempo  la  com- 
posizione della  parte  prosastica  della  Vita  Nuova, 
e  la  compilazione  del  libro,  quale  oggi  noi  lo 
possediamo.  Ciò  starebbe  anche  bene  in  relazione 
coir  accenno  ai  pellegrini,  che  andavano  a  Roma 
per  il  Giubbileo  del  1300.^  Ma  c'è  una  difficoltà 
grave.  Altrove,  pure  alludendo  al  Cavalcanti, 
dice  Dante:  «E  questo  mio  primo  amico  ed  io 
ne  sapemo  bene  di  quelli  che  cosi  rimano  stol- 
tamente ».'*  Qui  le  parole  non  si  prestano  in  nes- 
suna guisa  ad  intendere  che  il  Cavalcanti  fosse 
morto.  Che  concludere  adunque?  Forse  che  Dante 
rimise  mano  posteriormente  al  suo  libro?  Noi  non 
sappiamo  risolvere  il  grave  dubbio.  Ci  basti  in- 
tanto di  averlo  cosi  fugacemente  accennato. 


1  Gap.  31. 

2  Ved.  Del  Lungo,  Dino  Compagni  e  la  sua  Cronica,  II,  pag.  98 

3  Gap.  41. 

4  Gap.  25. 


E  LA  DONNA  PIETOSA  213 

Alla  seconda  parte  della  Vita  Nuova,  dov'è, 
dicevamo,  un  principio  di  apoteosi  di  Beatrice, 
divenuta  la  donna  angiolo,  segue  la  parte  terza, 
la  morte.  Qui  le  qualità  divine  della  donna  acqui- 
stano maggiore  intensità.  Se  prima  il  cielo  la 
desiderava,  ora  la  possiede: 

Ita  n'è  Beatrice  in  l'alto  cielo, 
Nel  reame,  ove  gli  angeli  hanno  pace, 
E  sta  con  loro,  e  voi,  donne,  ha  lasciate. 

Essa  non  ha  più  nulla  di  comune  colle  donne 
terrene  :  allusione  Ijella  ed  evidente  alla  Beatrice 
della  prima  parte,  che,  rimanendo  bensì  separata 
dalle  altre  donne,  per  ragione  della  sua  idealità, 
qualche  cosa  però  dell'  umano  avea  sempre.  Ora- 
mai r  umano  è  cessato  ;  ma  non  è  cessato  per 
nessuna  ragione  fìsica: 

Non  la  ci  tolse  qualità  di  gelo. 
Né  di  calor,  sì  come  l'altra  face. 

Potrebbe  forse  desiderarsi  più  solenne  dichia- 
razione di  questa,  più  chiara  attestazione  che  la 
morte  di  Beatrice  è  una  morte,  direi,  tutta  spi- 
rituale, accaduta  solamente  dentro  l'anima  del 
poeta?  E  si  faccia  bene  attenzione  a  quello  che 
segue  : 

....  luce  della  sua  umilitate 
Passò  li  cieli  con  tanta  virtute. 
Che  fé' meravigliar  l'eterno  Sire, 
Sì  che  dolce  desire 


214         GAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

Lo  giunse  di  chiamar  tanta  salute, 
E  fella  di  quaggiuso  a  sé  venire, 
Perchè  vedea  eh'  està  vita  noiosa 
Non  era  degna  di  sì  gentil  cosa. 

E  avverata  cosi  la  prima  visione  della  Vita 
Nuova,  di  Amoro  che  si  porta  Beatrice  verso  il 
cielo;  è  compito  il  desiderio  degli  angeli. 

Madonna  è  desiata  in  l'alto  cielo, 

dice  la  canzone  con  cui  principia  F  indiamento. 

Ita  n'è  Beatrice  in  l'alto  cielo, 

dice  la  canzone  con  cui  T  indiamento  si  compie. 
Ora  non  resta  che  il  pianto;  un  breve  pianto 
dell'uomo,  che  invoca  la  morte; 

Che  va  chiamando  morte  tuttavia; 

e  poi,  subito,  un  trapassamento  improvviso  ad 
altra  materia. 

Ci  comparisce  davanti  una  figura  nuova  di 
donna. ^  Che  cosa  significa  essa?  Dobbiamo  noi 
prendere  alla  lettera  il  racconto  del  nuovo  amore 
di  Dante,  per  la  «  gentil  donna  giovane  e  bella  » 
....  che  «  si  facea  d' una  vista  pietosa  e  d' un 
color  pallido  »?-  A  me  dispiace  assai  di  essere 
discorde  dai  più  insigni  scrittori  che  abbiano  par- 
lato  della  donna   pietosa.    Il   prof.  Witte  scrive 


»  Gap.  36. 

»  Gapp.  36,  37. 


E  LA  DONNA  PIETOSA  215 

infatti:  «  Quanto  più  si  considera  tutto  quell'epi- 
sodio della  Donna  gentile,  quale  lo  leggiamo 
nella  Vita  Nuova ^  tanto  più.  il  lettore  resta  con- 
vinto, che  vi  si  tratta  di  donna  vera,  di  qual- 
che bella  Fiorentina,  la  cui  compassione  commo- 
veva, almeno  di  passaggio,  l'autore,  fino  a  far 
nascere  in  lui  un  nuovo  amore,  sottentrante  in 
luogo  di  quello  per  la  sua  Beatrice  ».^  Anche  per 
il  Wegele  -  non  può  esservi  dubbio  che  non  si 
tratti  di  una  donna  reale.  Il  Carducci  ^  ed  il 
D'Ancona'*  tengono  l'opinione  stessa.  Mi  duole, 
ripeto,  di  dovermi  dipartire  da  tanto  autorevole 
uniformità  di  opinione.  Ma,  qualunque  possa  es- 
sere il  suo  valore,  io  non  mi  tratterrò  da  esporre 
il  mio  parere. 

È  noto  che  della  Donna  pietosa  della  Vita 
Nuova  si  riparla  nel  Convito.  Ivi  si  legge:  «  Co- 
minciando adunque,  dico  che  la  Stella  di  Venere 
due  fiate  era  rivolta  in  quello  suo  cerchio  che 
la  fa  parere  serotina  e  mattutina,  secondo  i  due 
diversi  tempi,  appresso  lo  trapassamento  di  quella 
Beatrice  beata,  che  vive  in  cielo  con  gli  angioli, 
e  in  terra  colla  mia  anima,  quando  c^neWa.  gentil 
Donna.,  di  cui  feci  menzione  nella  fine  della 
Vita  Nuova,  apparve  primamente  accompagnata 


1  Ediz.  della   Vita  Xìiova,  Prolegomeni,  pag.  x. 
^  Op.  cit. ,  pag.  201  «  wirkiichen  Frau  ». 
3  Op.  cit.,  pag.  213,  14,  15. 

*  La  Beatrice  ecc.,   pag.    xxxvi  sgg.  Cfr.  anche  Ruth,    op.  cit., 
pag.  96. 


216         GAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

d'Amore  agli  occhi  miei,  e  prese  alcuno  luogo 
nella  mia  mente  ».^  Ed  altrove:  «  . .  . .  Come  per 
me  fu  perduto  il  primo  diletto  della  mia  anima, 
della  quale  fatto  è  menzione  di  sopra,  io  rimasi 
di  tanta  tristizia  punto,  che  alcuno  conforto  non 
mi  valea.  Tuttavia,  dopo  alquanto  tempo,  la  mia 
mente,  che  s'argomentava  di  sanare,  provvide 
(poiché  ne  il  mio  né  l'altrui  consolare  valea) 
ritornare  al  modo  che  alcuno  sconsolato  avea 
tenuto  a  consolarsi.  E  misimi  a  leggere  quello, 
non  conosciuto  da  molti,  Libro  di  Boezio,  nel 
quale,  cattivo  e  discacciato,  consolato  s' avea.  E 
udendo  ancora  che  Tullio  scritto  avea  un  altro 
libro,  nel  quale,  trattando  deW  Amistà,  avea  toc- 
cate parole  della  consolazione  di  Lelio,  uomo  ec- 
cellentissimo, nella  morte  di  Scipione  amico  suo, 
misimi  a  leggere  quello.  E  avvegnaché  duro  mi 
fosse  prima  entrare  nella  loro  sentenza,  final- 
mente v'  entrai  tant'  entro ,  quanto  l' arte  di  Gra- 
matica  ch'io  avea  e  un  poco  di  mio  ingegno 
potea  fare;  per  lo  quale  ingegno  molte  cose, 
quasi  come  sognando  già  vedea;  siccome  nella 
Vìia  Nuova  si  può  vedere.  E  siccome  esser  suole, 
che  l'uomo  va  cercando  argento,  e  fuori  della 
intenzione  trova  oro,  lo  quale  occulta  cagione 
presenta,  non  forse  senza  divino  imperio;  io,  che 
cercava  di  consolare  me,   trovai   non  solamente 


1  Tratt.  II,  cap.  ii. 


E  LA  DONNA  PIETOSA  217 

alle  mie  lagrime  rimedio,  ma  vocaboli  d'Autori 
e  di  Scienze  e  di  Libri;  li  quali  considerando, 
giudicava  bene  che  la  Filosofìa,  che  era  donna 
di  questi  autori,  di  queste  scienze  e  di  questi 
libri,  fosse  somma  cosa.  E  immaginava  lei  fatta 
come  una  Donna  gentile  ;  e  non  la  potea  imma- 
ginare in  atto  alcuno,  se  non  misericordioso:  per 
che  sì  volentieri  lo  pensiero  la  mirava,  che  ap- 
pena lo  potea  volgere  da  quello  ».  ^ 

Noi  abbiamo  dunque  nelle  citate  parole  una 
esplicita  e  formale  attestazione  di  Dante  stesso  : 
la  Donna  gentile  e  'pietosa  della  Vita  Nuova  es- 
sere la  Filosofìa.  Può  darsi  eh'  egli  abbia  men- 
tito? E  perchè  avrebbe  mentito?  Il  D'Ancona  ^  ne 
trova  la  ragione  in  quelle  parole  del  Convito  : 
«  . .  .  .  Pensai  che  da  molti  di  retro  da  me  forse 
sarei  stato  ripreso  di  levezza  d' animo ,  udendo 
me  essere  dal  primo  Amore  mutato.  Per  che,  a 
tórre  via  questa  riprensione,  nullo  migliore  argo- 
mento era,  che  dire  qual'  era  quella  Donna  che 
m'avea  mutato  ».^  E  cosi  ragiona:  «  Gettato  fuori 
del  seno  dolcissimo  della  patria  Firenze,  ito  pe- 
regrino quasi  mendicando  per  tutte  le  parti  d'Ita- 
lia, egli  aveva  mostrato  le  piaghe  della  fortuna 
spietata,  e  vile  era  apparso,  secondo  sembrava- 
gli,  agli  occhi  di  molti  che  forse  per  alcuna  fama 


•  Tratt.  II,  cap.  xiii. 

2  Op.  cit. ,  pag.  xLix. 

3  Tratt.  Ili,  cap.  i. 


218  GAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

in  altra  forma  lo  avevano  immaginato.  Ma  quel 
che  più  lo  aveva  gravato  di  insopportabile  peso, 
era  stata  la  compagnia  malvagia  e  scempia,  colla 
quale  aveva  dovuto  trovarsi  nella  trista  valle  del- 
l'esilio.  La  stessa  sua  condizione  di  esule  il  condu- 
ceva ad  aver  parte  nei  consigli  politici  e  guerreschi 
dei  fuorusciti.  Misto  ad  ambiziosi  e  faccendieri, 
de'  quali  ogni  setta  abbonda  e  che  più  mirano 
air  utile  e  alla  cupidigia  propria  che  al  bene  co- 
mune. Dante  ben  sentiva  quanto  egli  era  da  più 
di  cotesto  volgo  riottoso  ed  ebro.  Ma  per  poter 
procacciarsi  autorità  sulla  sua  parte,  e  smasche- 
rare le  violenze,  le  avventataggini,  le  borie  dei 
compagni  d' esilio,  per  dimostrarsi,  qua!  era,  nu- 
drito  il  petto  del  cibo  della  scienza,  quali  prove 
avrebbe  egli  potuto  addurre  nella  sua  vita  ante- 
riore ?  La  Divina  Commedia  non  era  ancora  com- 
piuta, e  solo  eran  divulgate  le  liriche  d'amore  e 
la  Vita  Nuova.  A  lui,  consigliere  di  guerra  e  di 
politica ,  suasore  di  partiti  temperati  e  savj ,  Lapo 
Salterelli,  Ciolo  e'  lor  pari  avrebber  potuto  di- 
mandare- con  amaro  sogghigno,  se  egli  avesse 
appreso  a  fare  il  capo  di  parte  tremando  alla  pre- 
senza di  una  fanciulla;  se  fosse  divenuto  esperto 
neir  arte  di  stato  studiando  nelle  rime  di  Guido 
Guinicelli,  anziché  in  Aristotile  o  in  San  Tom- 
maso; se  di  destrezza  avesse  dato  saggio  in  un 
infelice  priorato  ed  in  una  ambascerìa  che  era 
riuscita  un  tranello,  nel  quale  incautamente  aveva 
posto  il  piede.  Avveduto  politico,  uomo  saldo  e 


E  LA  DONNA  PIETOSA  219 

costante  di  animo,  degno  di  esser  consigliere  e 
capo  agli  esuli,  lui  che  nuli' altro  avea  fatto  se 
non  rime  di  amore,  nelle  quali,  prima  avea  va- 
neggiato per  una  fanciulla  chiamandola  miracolo, 
poi  per  un'altra  donna,  per  finir  colle  lodi  di 
una  terza  che  mal  si  poteva  intendere  chi  fosse  ! 
Occorreva  che  Dante  per  non  apparir  contennendo 
agli  occhi  di  quanti  per  la  prima  volta  lo  vede- 
vano, si  togliesse  di  dosso  la  taccia  almeno  di 
levità  d'animo.  «  Temo,  ei  scrive,  la  infamia  di 
tanta  passione  aver  seguita  quanta  concepe  chi 
legge  le  sopranominate  Canzoni,  in  me  avere  si- 
gnoreggiata: la  quale  infamia  si  cessa  per  lo 
presente  di  me  parlare,  interamente,  lo  quale 
mostra  che  non  passione,  ma  virtù  sia  stata  la 
movente  cagione.  »  Dell'  affetto  per  Beatrice  non 
volea  scusarsi,  che  il  cuore  glie  lo  vietava:  e  di 
qui  la  dichiarazione  di  non  voler  derogare  alla 
Vita  Nuova,  sinché  non  giungesse  il  momento 
in  cui,  maturato  alfine  in  mente  l'alto  concetto, 
potesse  chiarire  chi  e  quale  per  lui  fosse  la  donna 
rimpianta.  E  poi,  di  che  avrebbe  egli  intanto  do- 
vuto giustificarsi,  se  1'  aifetto  suo  già  era  descritto 
così  scevro  d' ogni  pensiero  men  che  nobile  e 
puro?  Doveva  bensì,  o  parevagli  dover  spiegare 
manifestamente  chi  fosse  stata  la  gentil  donna 
pietosa,  chi  l' altra,  alla  quale  eran  rivolte  le  rime 
faticose  e  forti;  e,  destramente,  di  due  fece  una, 
sicché  potè  chiamare  nobilissimo  queir  amore  che 
già  vilissimo  aveva  denominato.  Per  tal  modo  ei 


220         GAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

raggiungeva  due  fini  :  sopprimeva  un  episodio  che 
gli  era  doloroso,  e  mostrava  quant'alto  fosse  stato 
r  oggetto  del  suo  amore.  Certo  la  immaginazione 
accresceva  in  lui  quel  timore  di  viltà  e  di  infamia, 
in  che  parevagli  esser  caduto;  ma  la  sua  dichia- 
razione di  un  solo  amore  di  così  eccelsa  natura 
gli  dava  vendetta  allegra  contro  i  suoi  malevoli, 
e  lo  rendeva  degno  di  osservanza  presso  coloro, 
fra  cui  menava  errabonda  la  vita.  E  meditò  quindi 
il  Convito,  dettandone  intanto  la  prefazione,  nella 
quale  si  difende  sempre  e  per  mille  modi  contro 
i  suoi  nemici,  che  lo  dicevano  anche  indòtto, 
perchè  adoperava  il  volgare  anziché  il  latino; 
sicché  pur  dello  scrivere  italiano  è  costretto  a 
dire,  e  a  fieramente  sostenere,  le  ragioni.  E  poi 
dispose  e  pensò  la  materia  dell'opera  in  modo 
che  tutta  quanta  fosse  a  lui  di  apologia  contro 
le  varie  accuse;  e  usando  un  più  alto  stile,  e 
dando  ad  esso  un  poco  di  gravezza  e  di  diffi- 
coltà, volle  che  agli  occhi  del  mondo,  il  quale 
mal  lo  conosceva,  ed  egli  stesso  e  le  cose  sue 
insieme  di  maggior  pregio  apparissero  ». 

Accusar  Dante  di  avere,  per  un  fine  politico, 
destramente  mentito,  a  me,  non  malato  di  Dan- 
tolatria,  par  cosa  enormemente  grave.  Ma  pre- 
scindiamo pure  da  questo  argomento,  che  può 
anche  non  avere  nessun  valore.  La  Vita  Nuova 
quando  fu  scritta?  Sicuramente  dopo  il  1300, 
nella  sua  parte  prosastica,  se  si  ha  un'allusione 
certa  ai  pellegrini  che  si  recavano  a  Roma  in  quel- 


E  LA  DONNA  PIETOSA  221 

ranno.^  Ora  è  da  ricordare  che  la  vita  politica 
di  Dante  comincia  nel  1296;  che  nel  99  egli  andò 
ambasciatore  a  San  Giraignano;  che  nel  1300 
fece  parte  del  governo  della  Repubblica.  E  come? 
un  tale  uomo,  assunto  già  ai  sommi  onori  nella 
sua  patria,  avrebbe  leggermente  narrato  un  epi- 
sodio della  sua  vita  giovanile,  del  quale  poteva 
poi  vergognarsi?  Ma  chi  sa,  sento  rispondermi, 
se  i  paragrafi  della  Donna  pietosa  furono  scritti 
nel  300.  Potevano  anche  essere  stati  scritti  prima. 
E  sia  pure.  Almeno  si  dovrà  concederci  che  sola- 
mente dopo  il  1300  la  Vita  Nuova  fu  pubblicata. 
E,  pubblicandola,  non  poteva  Dante  resecarne 
tutto  quello  che  a  lui  piacesse?  non  poteva  acco- 
modare, mutare,  correggere  come  meglio  gli  ta- 
lentasse? Ed  il  Convito  quando  fu  scritto?  Conce- 
diamo pure  che  abbiano  torto  quelli  che  assegnano 
a  quel  Trattato  ii,  nel  quale  appunto  si  leggono 
le  parole  relative  alla  Donna  pietosa,  un  tempo 
anteriore  all'esilio.  Accettiamo  per  tutto  il  Con- 
vito la  data  approssimativa  del  Wegele,  dal  1306 
al  1308.-  Ebbene?  Non  è  forse  oggi  provato  che 
a  quel  tempo  Dante  s'  era  affatto  separato  dai 
fuorusciti  ?  ^  E  doveva  aspettare  a  sentire  allora 
il  bisogno  di  giustificarsi?  Che  Dante  fosse  già 
considerato    come  uno  de'  principali  tra  i  fuoru- 


1  Ved.  LuBiN,  Intorno  all' epoca  della  Vita  Nuova,  Gratz,  1862, 
■pag.  27. 

2  Op.  cit,  pag.  195-96. 

3  Del  Lungo,  op.  cit.,  II,  581. 


222         CAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

sciti  stessi  non  è  dimostrato  dall'  atto  di  San  Go- 
denzio  del  1302  ?  *  E  quattro,  cinque,  sei  anni  dopo 
doveva  pronunziare  una  solenne  menzogna  per  gra- 
dire ai  suoi  compagni  d'esilio,  che  tanto  disprez- 
zava? Ma  poi,  ad  ogni  modo,  non  aveva  forse 
Dante  da  ricordare  a  «  Lapo  Salterelli,  a  Ciolo  e 
a'ior  pari  »  qualche  cosa  di  meglio  dei  suoi  amori 
giovanili?  Non  aveva  Campaldino,  il  Priorato, 
le  Ambascerie,  le  guerre  Magellano?  Non  aveva, 
più  che  tutto ,  la  sua  coscienza  di  uomo  grande  ? 
È  ella  una  tempra  di  carattere  quella  di  Dante, 
da  poter  credere  che.  per  piacere  alla  compagnia 
malvagia  e  scempia'^  si  sarebbe  piegato  alla  men- 
zogna? Oltre  di  che,  come  al  solito ,  noi  confon- 
diamo il  Dante  dei  primi  anni  del  1300  col  Dante 
del  secolo  xix.  Molti,  i  più  dei  suoi  compagni 
d' esilio  probabilmente  non  sapevano  neppure  che 
Dante  avesse  scritte  rime  d' amore. ^  Il  libriccino 
della  Vita  Nuova  era  pei  fedeli  cV  amore,  non  per 
quei  fieri  uomini  di  parte.  Lapo  Salterelli  e  Ciolo 
aveano  ben  altro  da  fare  che  leggere  versi,  che 
non  avrebbero  intesi.  E  se  anche  gli  avessero  letti, 
che  ne  sarebbe  importato  all'  alma  sdegnosa  del- 
l' Ahghieri  ? 

Dice  il    Carducci:^  «No,  veramente,   no.   Il 
tatto  è  che  Dante,  avanzato  nell'  età  e  negli  studii, 

1  Ivi,  564  sgg. 

2  Farad.,  xvii.  Si  noti  che  molti  interpetri  credono  ciae  le  parole 
di  Cacciaguida  alludano  qui  ai  tentativi  degli  esuli,  del  1304  e  1306. 

3  V.  nel  cit.  libro  del  Del  Lungo  l'Appendice  x,  II,  521. 
*  Op.  cit. ,  pag.  214. 


E  LA  DONNA  PIETOSA  223 

divenuto  padre  di  famiglia  e  uomo  di  stato,  ver- 
gognò d'un  amore,  del  quale  erasi  forse  troppo 
più  parlato  cH'e'  non  volesse,  e  ch'egli  per  parte 
sua  aveva  significato  in  versi  oltre  i  termini  della 
gravità,  e  volle  farne  ammenda  trasmutandolo  a 
simboli  ».  Ma  non  era  dunque  l'Alighieri  già  pa- 
dre di  famiglia  e  uorao  di  Siato,  quando  divulgò  la 
Vita  Nuova,  se  sposò  la  Gemma  Donati  nel  1292, 
se  fu  Priore  nel  300  ?  Ed  è  poi  da  far  si  gran  caso 
dell'  aver  detto  che  la  Donna  pietosa  lo  riguar- 
dava da  una  finestra  ?  Convengo  anch'  io  che 
sarà  difficile  dimostrare  «  come  e  perchè  la  Filo- 
sofìa riguardi  i  giovani  dalle  finestre  »  ;  ma  non 
meno  strano  sarà  chiamare  gli  occhi  e  il  riso 
della  Filosofia  i  «  balconi  della  Donna  che  nello 
edificio  del  corpo  abita  ».^  La  finestra,  del  resto, 
può  esprimere  qui  il  luogo  alto,  e  perchè  Dante 
siasi  fatto  riguardare  àdlValto  s'intende  benissimo. 
Ed  ancora,  dirò  col  Renier,-  «  se  Dante  ha  indi- 
viduato veramente  la  filosofia,  se  di  una  scienza 
ha  saputo  fare  una  donna,  deve  dar  poi  tanta 
meraviglia  ch'egli  l'abbia  anche  posta  alla  fine- 
stra, come  le  donne  usavano  a' tempi  suoi,  forse 
molto  più  che  non  usino  oggi  »  ? 

Noi  crediamo  che  tutte  le  pretese  contraddi- 
zioni, anche  quelle  segnalate  dal  Wegele,^  sieno 
apparenti  ;  per  noi  il  credere  alle  parole  che  Dante 

1  Convito,  tratt.  iii,  cap.  viii. 

2  Op.  cit.,  pag.  185. 

3  Op.  cit.,  199  e  sgg. 


224         GAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

scrive  nel  Convito,  resulta  necessario  dalla  stessa 
Vita  Nuova.  Siamo  giunti,  richiamiamocelo  bene 
a  memoria,  alla  morte  di  Beatrice.  La  storia  dei 
due  primi  periodi  dell' arte  Dantesca  è  compiuta: 
del  periodo  delle  rime  giovanili  per  la  donna 
ideale,  e  del  periodo  delle  rime  per  la  donna  an- 
gelicata,  che  gli  tenne  dietro.  Ora  incomincia  il 
terzo  periodo,  delle  rime  filosofiche,  accennato  di 
volo  nella  Vita  Nuova ,  ripreso  a  trattare  distesa- 
mente nel  Convito.  Negare  uno  stretto  ed  intimo 
legame  tra  le  due  opere  è  impossibile.  Si  ha  prima 
di  tutto  che  il  disegno  dell'una  e  dell'altra  è  affatto 
identico:  una  serie  di  poesie  commentate)  si  hanno 
poi  le  proprie  parole  di  Dante,  che  conviene  ri- 
leggere: «E  se  nella  presente  opera,  la  quale 
è  Convito  nominata,  e  vo'  che  sia,  più  virilmente 
si  trattasse  che  nella  Vita  Nuova,  non  intendo 
però  a  quella  in  parte  alcuna  derogare,  ma  mag- 
giormente giovare  per  questa,  quella;  veggendo 
siccome  ragionevolmente  quella  fervida  e  passio- 
nata, questa  temperata  e  virile  esser  conviene  ».  ' 
Se  la  Vita  Nuova  raccontasse  semplicemente  la 
storia  dei  suoi  amori,  e  il  Convito  fosse  diretto 
a  spiegare  le  sue  liriche  filosofiche,  i  due  argo- 
menti sarebbero  così  diversi,  così  opposti,  che  a 
me  riuscirebbe  incomprensibile  afiatto  quel  non 
voler  derogare,  anzi  in  parte  alcuna  derogare. 
Può  dirsi:  Dante  ha   voluto   così   confermare  la 

*  Tratt.  I,  cap.  i. 


E  LA  DONNA  PIETOSA  225 

veracità  delle  cose  narrate  nella  Vita  Nuova. 
Che  bisogno  ce  n'  era  ?  Dante  ha  voluto  farci 
intendere  che  «  le  due  scritture  sono  fra  loro 
unite  ed  insieme  distinte  ».^  Ma  in  che  unite?  in 
che  distinte  ?  Unite  neUa  forma  esteriore  ?  E  al- 
lora quel  derogare  non  ha  senso.  Unite  nel  con- 
cetto? E  allora  si  cerchi  quale  è  il  concetto  che 
le  unisce.  Per  noi  tale  concetto  trovasi  appunto 
nei  paragrafi  che  parlano  della  Donna  'pietosa. 

Quello  che  Dante  narra  nella  Yiia  Nuova, 
della  battaglia  che  dovè  sostenere  tra  la  memo- 
ria di  Beatrice  e  il  nuovo  amore,  quello  ripete 
esattamente  nel  Convito.  Citiamo: 

Vita  Nuova:  «  Io  venni  a  tanto  per  la  vista 
di  questa  donna,  che  li  miei  occhi  si  cominciare  a 
dilettare  troppo  di  vederla,  onde  molte  volte  me 
ne  crucciava  ed  avevamene  per  vile  assai ,  e  più 

volte  bestemmiava  la  vanità  degli  occhi  miei 

....  Ed  acciocché  questa  battaglia  che  io  avea 
meco  ecc.  ».  ^ 

Convito  :  «  Ma  perocché  non  subitamente  na- 
sce amore  e  fassi  grande  e  viene  perfetto,  ma 
vuole  alcuno  tempo  e  nutrimento  di  pensieri,  mas- 
simamente là  dove  sono  pensieri  contrari  che  lo 
impediscono,  convenne,  prima  che  questo  nuovo 
Amore  fosse  perfetto,  molta  battaglia  intra  '1 
pensiero  del  suo  nutrimento  e  quello  che  gli  era 


1  D'Ancona,  op.  cit.,  pag.  xlii-xliii. 

2  Gap.  38. 

Baetoli.  —  Stor.  della  Letterat.  Ital.  —  Voi.  IV.  15 


226         GAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

contrario,  il  quale  per  quella  gloriosa  Beatrice 
tenea  ancora  la  rócca  della  mia  mente  ».  ^ 

In  queste  parole  è  la  spiegazione  di  ciò  che 
Dante  ha  detto  della  partita  di  Beatrice,^  ch'egli 
non  poteva  trattarne  senza  farsi  lodatore  di  sé  me- 
desimo. Passare  infatti  dalle  due  prime  maniere  di 
lirica  amorosa  alla  lirica  filosofica  fu  nella  sua 
mente  un  progresso  ;  assorgere  dal  concetto  della 
donna  a  quello  della  scienza  fu  per  lui  uno  svol- 
gimento. I  tre  primi  sonetti  della  Vita  Nuova 
relativi  alla  Donna  pietosa  parlano  tutti  di  questa 
battaglia  del  suo  intelletto. 

Si  notino  questi  versi: 

....  mi  giunse  nello  cor  paura 

Di  dimostrar  coirli  occhi  mia  viltate 


....  per  voi  mi  vien  cosa  alla  mente 
Ch'io  temo  forte  non  lo  cor  si  schianti. 

L'amaro  lagrimar  che  voi  faceste, 
Occhi  miei,  così  lunga  stagione, 
Facea  maravigliar  l'altre  persone 
Della  pietate,  come  voi  vedeste. 

Ora  mi  par  che  voi  l' obliereste , 
S'io  fossi  dal  mio  lato  sì  fellone, 
Ch'io  non  ven  disturbassi  ogni  cagione, 
Membrandovi  colei,  cui  voi  piangeste. 

La  vostra  vanità  mi  fa  pensare, 
E  spaventami  sì,  eh'  io  temo  forte 


1  Tratt.  II,  cap.  ii. 

2  Ved.  la  fine  del  Capitolo  precedente. 


E  LA  DONNA  PIETOSA  227 

Del  viso  d'una  donna  che  vi  mira. 

Voi  non  dovreste  mai,  se  non  per  morte, 
La  nostra  donna,  eh' è  morta,  obliare: 
Così  dice  il  mio  core,  e  poi  sospira. 

La  stessa  battaglia  è  descritta  nelle  stanze  2 
e  3  della  prima  canzone  del  Convito: 


Solea  esser  vita  dello  cor  dolente 
Un  soave  pensi er,  che  se  ne  già 
Molte  fiate  a'  pie'  del  vostro  Sire, 
Ove  una  donna  gloriar  vedia. 
Di  cui  parlava  a  me  sì  dolcemente, 
Che  r  Anima  diceva  :  i'  men  vo'  gire. 
Or  apparisce  chi  lo  fa  fuggire; 
E  signoreggia  me  di  tal  virtute. 
Che  il  cor  ne  trema  sì,  che  fuori  appare. 
Questi  mi  face  una  Donna  guardare, 
E  dice:  Chi  veder  vuol  la  salute. 
Faccia  che  gli  occhi  d'  està  donna  miri. 
S'egli  non  teme  angoscia  di  sospiri. 

Trova  contrario  tal,  che  lo  distrugge, 
L'umil  pensiero  che  parlar  mi  suole 
D' un  Angiola  che  'n  cielo  è  coronata. 
L'anima  piange,  sì  ancor  sen  duole, 
E  dice:  oh  lassa  me,  come  si  fugge 
Questo  pietoso  che  m' ha ,  consolata  ! 
Degli  occhi  miei  dice  quest'affannata: 
Qual'ora  fu,  che  tal  donna  gli  vide? 
E  perchè  non  credeano  a  me  di  lei? 
Io  dicea:  ben  negli  occhi  di  costei 
De'  star  colui  che  le  mie  pari  uccide  ; 
E  non  mi  valse  ch'io  ne  fossi  accorta. 
Che  non  mirasser  tal,  ch'io  ne  son  morta. 


228         GAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

Nel  quarto  sonetto  della  Vita  Nuova  suc- 
cede alla  lotta  la  quiescenza:  la  Danna  pietosa 
ha  trionfato  di  fronte  alla  Beatrice  ideale  e  alla 
Beatrice  angelicata: 

Gentil  pensiero,  che  parla  di  vui, 
Sen  viene  a  dimorar  meco  sovente, 
E  ragiona  d'amor  sì  dolcemente, 
Che  face  consentir  lo  core  in  lui. 

L'anima  dice  al  cor:  chi  è  costui, 
Che  viene  a  consolar  la  nostra  mente, 
Ed  è  la  sua  virtù  tanto  possente. 
Ch'altro  pensier  non  lascia  star  con  nui? 

Ei  le  risponde:  o  anima  pietosa. 
Questi  è  uno  spiritel  nuovo  d'amore, 
Che  reca  innanzi  a  me  li  suoi  desiri. 

E  la  sua  vita,  e  tutto  il  suo  valore, 
Mosse  dagli  occhi  di  quella  pietosa, 
Che  si  turbava  de'  nostri  martiri. 

Lo  stesso  trionfo  della  Donna  pietosa  è  ri- 
tratto nella  stanza  4^  della  prima  canzone  del 
Convito  : 

Tu  non  se'  morta,  ma  se'  ismarrita, 
Anima  nostra,  che  sì  ti  lamenti. 
Dice  uno  spiritel  d'amor  gentile. 
Che  questa  bella  Donna,  che  tu  senti, 
Ha  trasformata  in  tanto  la  tua  vita, 
Che  n'hai  paura,  sì  se'  fatta  vile. 
Mira  quant' ella  è  pietosa  ed  umile, 
Saggia  e  cortese  nella  sua  grandezza, 
E  pensa  di  chiamarla  Donna  ornai: 
Che,  se  tu  non  t'inganni,  ancor  vedrai 


E  LA  DONNA  PIETOSA  229 

Di  SI  alti  miracoli  adornezza, 

Che  tu  dirai:  Amor,  signor  verace, 

Ecco  l'ancella  tua,  fa  che  ti  piace. 

E  continua,    anzi   sempre   megiio    apparisce, 
nella  canzone  seconda: 

Amor,  che  nella  mente  mi  ragiona; 

il  che  è  naturale,  considerando  il  Convito  come 
una  esplicazione  della  parte  terza  della  Vita 
Nuova.  ^  In  questa  invece  si  deve  compiere  la 
storia  del  pensiero  di  Dante.  All'  amore  della 
scienza  filosofica  che  cosa  venne  in  lui  ad  accom- 
pagnarsi? L'amore  della  scienza  divina,  e  per 
essa  risorse  la  morta  Beatrice,  non  più  donna, 
non  più  angiolo,  ma  loda  di  Dio  vera,-  Splendor 
di  viva  luce  eterna.^  Già  a  questa  divinizzazione 
di  Beatrice  si  prepara  il  poeta  nella  Vita  Nuova, 
non  solo  quando  la  fa  volare  al  cielo  in  grembo 
ad  Amore,  quando  la  fa  chiedere  dagli  angeli  a 
Dio,  quando  la  canta  salita  d^ alto  cielo,  ma 
quando  la  veste,  fanciulla,  di  colore  sanguigno,"^ 


1  Ci  troviamo  pienamente  d'accordo  col  professor  D'Ancona  che 
alcune  delle  rime  filosofiche  del  Convito,  come  la  canzone:  Voi  che 
intendendo  il  terzo  del  movete,  «  spettino  ai  tempi  in  che  Dante  della 
perdita  di  Beatrice  consolavasi  negli  studi  ».  {La  Beatrice,  pag.  xnv). 
Ciò  conferma  pienamente  che  le  rime  del  Convito  sono  uno  sviluppo 
della  parte  che  nella  Vita  Nuova  riguarda  la  Donna  pietosa.  Cfr. 
LuBiN,  op.  cit.  ;  e  Witte,  proleg.  alla   Vita  Nuova. 

2  Inferno,  II. 

3  Purgatorio,  xxxi. 
*  Gap.  2. 


230         GAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

e  giovanetta,  di  colore  bianchissimo.^  In  ciò  è  il 
lontano  annunzio  della  Beatrice,  vestita  dei  colori 
delle  tre  virtù  teologali,  che  alla  fede  e  alla  ca- 
rità aggiunge  ora  la  effettuata  speranza  del  suo 
compiuto  indiamente  : 

Sovra  candido  vel,  cinta  d'oliva, 
Donna  m'apparve,  sotto  verde  manto, 
Vestita  del  color  di  fiamma  viva.  - 

Ma  un  passaggio  dalla  Donna  pietosa  alla 
Beatrice  celeste  non  si  poteva  fare  istantanea- 
mente. Come  c'era  stata  la  battaglia  prima,  cosi 
doveva  esserci  dopo.  Risospinto  verso  la  cara  im- 
magine della  sua  fantasia,  Dante  vede  ancora  Bea- 
trice fanciulla,  la  piange  morta  un'  ultima  volta,  ^ 
e  vorrebbe  che  con  lui  la  piangessero  anche  coloro 
che  non  ne  sentirono  mai  parlare.^  Poi  spunta 
finalmente  l'estrema  fase  del  pensiero  del  poeta: 
la  terza  Beatrice,  la  Beatrice  celeste  entra  in 
iscena;  e,  si  badi  bene,  la  visione  della  donna 
divina  precede  la  visione  dei  tre  regni,  è  essa 
qui  la  scala  per  salire  alla  misteriosa  e  grande 
visione,  com'  è  poi  lei  quella  che  muove  Virgilio 
a  soccorrere  lo  smarrito  nella  selva.  Dante  «  la 


1  Gap.  3. 

2  Purgatorio,  xxx. 

3  Gap.  40,  e  son.  Lasso  per  forza  de' molli  sospiri.  Non  mi 
pare  che  sia  troppo  difficile  intendere  gli  alquanti  dì  per  alquanto 
tempo.  Gfr.  Wegele,  op.  cit.,  202;  Witte,  op.  cit.,  xii. 

*  Gap.  41,  e  son.  Deh  peregrini,  che  pensosi  andate. 


E  LA  DONNA  PIETOSA  231 

vede  tale,  cioè  in  tale  qualità,  ch'io  non  la  posso 
intendere  »  ;  ^  e  più  chiaramente  nei  versi  : 

Oltre  la  spera  che  più  larga  gira, 
Passa  il  sospiro  eh'  esce  del  mio  core  : 
Intelligenza  nuova,  che  l'Amore 
Piangendo  mette  in  lui,  pur  su  lo  tira. 

Quand'egli  è  giunto  là,  dov'il  desira, 
Vede  una  donna  che  riceve  onore, 
E  luce  sì,  che  per  lo  suo  splendore 
Lo  peregrino  spirito  la  mira. 

Vedela  tal,  che,  quando  il  mi  ridice. 
Io  non  lo  intendo,  si  parla  sottile 
Al  cor  dolente  che  lo  fa  parlare. 

So  io  che  '1  parla  di  quella  gentile, 
Perocché  spesso  ricorda  Beatrice, 
Sì  eh'  io  lo  intendo  ben ,  donne  mie  care. 

L' ultimo  capitolo  della  Vita  Nuova,  nella  sua 
rigida  brevità,  contiene  una  immensa  promessa: 
la  promessa  dei  tre  mondi,  che  canteranno  la 
gloria  di  Beatrice,  per  la  quale  sarà  detto  «  quello 
che  mai  non  fu  detto  d'alcuna». 

Noi  vediamo  cosi  largamente  delineati  nella 
Vita  Nuova  la  genesi  e  l' esplicamento  graduale 
del  pensiero  poetico  dell' Ahghieri,  cominciando 
dalle  rime  che  tengono  ancora  della  maniera  dei 
predecessori,  salendo  a  quelle  che  costituiscono 
la  parte  più  bella  e  più  originale  del  nuovo  stile; 
volgendo  alle  rime  allegorico-morali,  e  toccando 
in  fine  al  poema  che  lo  farà  per  piii  anni  macro. 

1  Gap.  42. 


232         GAP.  X  —  ORGANISMO  DELLA  VITA  NUOVA 

E  la  Beatrice  celeste,  di  cui,  come  abbiamo  ve- 
duto, c'è  r aifermazione  nella  parte  che  intercede 
tra  la  visione  finale  e  la  storia  della  Donna  pie- 
tosa, la  Beatrice  celeste  fa  naturalmenle  chiamare 
avversario  della  ragione  quello  studio  filosofico 
significato  nei  capitoli  precedenti.^  Sicuro.  Lo  af- 
ferma lo  stesso  D'Ancona,  che  nelle  elucubrazioni 
filosofiche  il  suo  pensiero  si  sviava."  «  La  musa 
ispiratrice  della  sua  mente  »  ^  era  Beatrice.  Chi 
poteva  sentirlo  più  di  Dante  stesso?  E  Beatrice, 
divenuta  nel  suo  pensiero  Y  Idea  Divina,  aveva 
ben  diritto  di  far  parere  avversaria  della  ragione 
ogni  contemplazione  diversa  del  suo  intelletto. 
Del  resto,  che  meraviglia  può  fare  il  sentire 
chiamare  la  Filosofia  avversaria  della  ragione,  se 
altrove  il  poeta  dice  che  in  lei  errò  ?  Né  davvero 
il  sonetto  Parole  mie,  che  per  lo  mondo  siete 
si  presta  a  sofisticarci  sopra:  è  chiaro  e  lampante: 

poi  eh'  io  cominciai 

A  dir  per  quella  donna,  in  cui  errai: 

Voi  che,  intendendo,  il  terzo  del  movete. 

La  donna  dunque,  in  cui  errò,  è  quella,  per  la 
quale  scrisse  la  prima  canzone  del  Convito.  Che 
sarebbe  questa,  per  caso,  una  seconda  menzogna 
di  Dante?  Tutta  una  menzogna  anche  la  canzone 
e  il  Trattato,  dov'è  commentata? 


•  Ved.  le  buone  osservazioni  che  fa  in  proposito  il  Renier,  op.  ciL 
pag.  186  segg. 

-  Op.  cit.,  pag.  Lii. 

3  Ivi. 


233 


CAPITOLO  XI 


RIME  CHE  SI  RICOLLEGANO  ALLA  VITA  NUOVA 


Se  anche  Dante  non  ci  avesse  eletto  eh'  egli 
non  inserì  nella  Viia  Nuova  tutte  le  rime  che  in 
qualche  modo  si  ricollegano  ad  essa,  ^  basterebbe 
a  farci  accorti  di  ciò  Tesarne  del  suo  Canzoniere. 
Ivi  infatti  noi  troviamo  sparsamente  varie  poesie, 
che  ci  si  fanno  subito  riconoscere  come  attinenti 
a  quel  periodo  poetico,  del  quale  l'Alighieri  volle 
tesser  la  storia  nelle  due  prime  parti  della  Viia 
Nuova. 

Di  tal  numero  è  il  sonetto:  Guido,  vorrei  che 
iu  e  Lapo  ed  io.  Se  il  Lapo  che  vi  si  nomina 
è,  come  pare  probabile,  il  Gianni,^  noi  avremmo 
in  questo  verso  una  preziosa  testimonianza  della 
fratellanza  artistica   tra  esso.  Dante  e  il  Caval- 


1  Ved.  in  fine  del  cap.  5. 

2  n  Witte  {Anmerkungen  zv.  den  ubrigen  Gedichten,  II,  177) 
crede  che  si  tratti  di  Lapo  degli  liberti;  ma  la  ragione  ch'egli  porta, 
fondandosi  sul  Nannucci,  che  Lapo  Gianni  fiori  nel  1250,  è  destituita 
d'ogni  prova.  Noi  crediamo  che  anche  il  Lapo  ricordato  da  Dante 
nel  Volg.  El.  (I,  13)  con  Guido,  con  Gino,  e  con  sé  stesso,  sia  il 
Gianni  e  non  l' liberti. 


234  GAP.  XI  —  RIME  CHE  SI  RICOLLEGANO 

canti,  la  quale  affermerebbe  sempre  meglio  l'in- 
tima unione  che  esiste  tra  i  poeti  del  nuovo  stile, 
e  quindi  la  necessità  d' interpetrare  tutte  in  un 
dato  senso  le  loro  rime  d'amore.  Né  a  questa 
interpetrazione  fa  ostacolo  il  sonetto,  del  quale 
ora  ci  occupiamo.  In  esso  il  poeta  si  abbandona 
ad  un  sogno,  al  divino  sogno  di  trovarsi  nell'im- 
menso oceano  con  due  degli  amici  più  vicini  al  suo 
cuore  e  colle  donne  loro:  soli,  divisi  dal  mondo, 
a  ragionar  sempre  d' amore!  Ma  come  questo  è 
un  sogno,  come  è  un  desiderio  non  realizzabile 
r  esser  messi  per  incantamento 

....  in  un  vascel  eh'  ad  ogni  vento 
Per  mare  andasse  a  voler  vostro  e  mio, 

COSÌ  è  pure  un  sogno  della  fantasia  che  le  tre 
donne  ideali  si  accompagnassero  ai  tre  innamorati 
poeti.  È  la  visione  d'un  momento,  è  l'anelare  dello 
spirito  di  Dante  all'  oggettivazione  di  quella  realtà 
interiore  che  lo  esalta  e  lo  affatica,  che  gli  fa 
desiderare  il  saluto,  dal  qual  poi  resta  inebriato.  ^ 
Che  se  Dante  ricorda  anche  le  donne  di  Lapo  e 
di  Guido,  ciò  conferma  appunto  ch'esse  erano 
della  stessa  natura  di  Beatrice.  Ma,  scrive  il  Car- 
ducci ^  «  il  nominare  che  qui  fa  Dante  la  donna 
amata  così  famigliarmente  col  suo  diminutivo  e 
vezzeggiativo  e  col  titolo  di  conversazione  Monna, 


1  Gap.  3  della  Vita  Nuova. 

2  Vita  Nuova,  ediz.  D'Ancona,  pag.  105. 


ALLA  VITA  NUOVA  235 

come  del  resto  fece  anche  nel  Farad,  vii,  14, 
parmi  una  fra  le  tante  prove,  e  non  delle  meno 
efficaci,  per  chi  prende  le  cose  nella  loro  realtà 
e  pel  loro  verso,  contro  quelli  che  negano  la 
personalità  della  Beatrice,  contro  quelli  che  so- 
stengono la  sua  pura  e  sola  essenza  di  mito  o  di 
allegoria  ».  A  me  invece  non  pare,  prima,  perchè- 
io  credo  Beatrice  una  profonda  realtà,  ma  sola- 
mente interiore,  e  quindi  non  vedo  come  egli, 
quasi  ad  accarezzarla,  a  idoleggiarla,  a  tentare 
di  tradursela  per  un  istante  in  realtà  esteriore, 
non  potesse  chiamarla  anche  Monna  Bice.  Poi, 
perchè  appunto,  se  Dante  chiama  Bice  la  Bea- 
trice del  Paradiso,  che  è  la  scienza  divina,  può 
chiamar  Bice  anche  la  donna  della  sua  mente, 
la  fanciulla  umana,  non  indiata,  non  posta  ancora 
nel  cielo,  dove 

si  facea  corona 

Riflettendo  da  sé  gli  eterni  rai.  ' 

Un'obiezione  del  Dionisi-  merita  pure  rispo- 
sta. Citate  le  parole  della  Vita  Nuova  relative 
al  serventese,^  ei  soggiunge:  «Or  dovrassi  egli 
credere  che  fra  tante  vere  femmine  fiorentine  la 
sola  Bice  fosse  una  larva  immaginaria,  sotto  di 
cui  si  stasse  alcuna  scienza  nascosta,  e  che  Dante 


'  Farad.,  xxxiii,  71-72. 

2  Preparazione  {storica  e  critica  alla  nuova  ediz.  di  Dante  Ali- 
ghieri, II,  45.  —  Ved.  anche  Anedd.,  II,  43. 

3  Gap.  6. 


236  CAP.  XI  —  RIME  CHE  SI  RICOLLEGANO 

pur  volesse  condurla  seco  a  diporto,  come  nel 
sonetto  egli  dice?  Imperciocché  se  tale  è  da  giu- 
dicarsi costei,  ci  converrà  dire,  che  cose  fanta- 
stiche d' arti  e  scienze  pur  fossero  le  amanti  di 
Guido  e  di  Lapo,  e  tutto  pur  quel  catalogo  di 
belle  donne  ».  Io  invidio  davvero  il  canonico 
Gian-Jacopo  Dionisi  s' egli  riusciva  a  decifrare 
quello  che  Dante  racconta  a  proposito  delle  ses- 
santa donne  fiorentine.  Di  una  cosa  specialmente 
mi  sarebbe  stato  carissimo  essere  da  lui  chiarito, 
cioè  del  perchè  Dante  dica  che  componendo  il  ser- 
ventese,  maravigliosamente  addivenne  che  Bea- 
trice non  sofferse  di  stare  che  sul  numero  nove. 
Chiaro  parrebbe  che,  se  in  quel  catalogo  Bea- 
trice era  la  nona,  ciò  volesse  dire  che  il  poeta 
aveva  voluto  metterla  lì  e  non  in  altro  luogo. 
Or  come  dunque  entra  qui  il  miracolo?  Non  lo 
sappiamo.  Ma  dalle  parole  dell'  Alighieri  dobbiamo 
però  arguire  che  questo  racconto  non  va  preso 
proprio  proprio  alla  lettera.  Tutta  la  storia  del 
nove  nella  Vita  Nuova  è  oscurissima;  noi  non 
riusciamo  a  penetrarne  le  recondite  ragioni;  e 
rientra  in  quella  storia  anche  ciò  che  è  detto 
del  serventese:  «  e  non  n'avrei  fatto  menzione, 
se  non  per  dire  ecc.  ».  Di  fronte  a  tale  difficoltà, 
è  quasi  puerile  il  domandarsi  se  «  la  sola  Bice 
fosse  una  larva  immaginaria  ».  0  non  potrebbero 
essere  state  «  larve  immaginarie  »  tutte  le  ses- 
santa donne?  0  l'aver  mescolato  una  larva,  due 
larve,   tre   larve   a   donne   reali,    non    potrebbe 


ALLA  VITA  NUOVA  237 

rientrare  in  qnelF  altro  misterioso  racconto  delle 
donne  della  difesaì  Chi  lo  sa?  Certo  io  stimo  fe- 
lici coloro  che  prendono  la  Vita  Nuova  per  una 
ingenua  storia  de'  giovanili  amori  di  Dante.  ^  Ma 
però  dubito  fortemente  che  molto  più  ingenuo  sia 
il  loro  cervello,  se  non  travede  nemmeno  le  im- 
mani difficoltà  di  quel  terribile  libro. 

Dunque  il  sonetto  a  Guido  e  Lapo  ha  stret- 
tissimi legami  colle  rime  della  Vita  Nuova,  e 
pili  particolarmente  con  quella  parte  che  tratta 
della  donna  del  saluto;  e  non  contraddice  mini- 
mamente a  quel  concetto  della  Beatrice  ideale 
che  noi  crediamo  di  trovare  nel  libro  di  Dante. 
Qualche  dubbio  è  stato  sollevato  sulF  au- 
tenticità del  sonetto  :  Se  'l  hello  aspetto  non 
mi  fosse  tolto.  ^  Se  appartenesse  con   certezza  a 


1  Fraticelli,  Dissert.  sulla   Vita  Nuova. 

2  E  questo  il  luogo  di  dichiarare  che  noi  non  intendiamo  per  ora 
di  entrare  nell'ardua  questione  delle  rime  dubbie  e  apocrife,  attri- 
buite a  Dante.  I  nostri  lettori  sanno  già  che  per  noi  gli  argomenti 
estetici  non  possono  avere  che  poco  o  punto  valore.  Il  dire:  questa 
non  è  frase  dantesca,  o:  Dante  non  avrebbe  usato  questa  frase,  que- 
sta parola,  è,  secondo  il  parere  nostro,  una  puerilità.  Anche  fra  le 
rime  di  Dante  ci  sono  le  mediocri  e  le  brutte;  anche  Dante  ha  qual- 
che volta  sonnecchiato.  Certe  frasi  sulla  necessità  che  in  Dante  sia 
tutto  ,  perfetto,  provengono  o  da  un  eccesso  di  sentimento  o  da  un 
difetto  di  giudizio.  Per  noi  unica  autorità,  suprema  e  indiscutibile 
autorità,  sono  i  codici.  Ma  una,  se  non  compiuta,  almeno  molto  larga 
esplorazione  dei  codici  contenenti  rime  col  nome  di  Dante,  è  diffici- 
lissima e  lunghissima.  Né  quello  (che  pur  non  è  poco)  visto  lino  ad 
oggi  da  noi  ci  consente  di  fare  per  Dante  neppur  quel  tanto  che 
abbiamo  tentato  di  fare  per  Gino.  E  pur  troppo  doloroso  a  dirsi  che, 
dopo  tanti  inutili  volumi  sul  massimo  scrittore  della  nostra  lettera- 
tura, manchi   ancora   una   edizione,  rigorosamente   critica,  sia  della 


238  CAP.  XI  —  RIME  CHE  SI  RICOLLEGANO 

Dante/  dovrebbe  esso  pure   riconnettersi   colla 
Vita  Nuova,  nella  prima  sua  parte.  - 

Crediamo  che  abbia  perfettamente  ragione  il 
D'Ancona,^  quando  sospetta  chela  canzone:  La 
dispietata  morte ^  che  pur  mira,  sia  scritta  per 
una  delle  donne  della  difesa,  e  scritta  precisa- 
mente in  occasione  di  ciò  che-  è  narrato  nel 
cap.  IX  della  Vita  Nuova.  Forse  potrebbe  essere 
conferma  di  questa  opinione  il  verso,  dove  ap- 
punto ricorre  la  parola  difesa: 

Né  dentro  a  lui  sent'io  tanto  valore 
Che  possa  lungamente  far  difesa, 
Gentil  madonna,  se  da  voi  non  vene. 

Conferma   meno  dubbia   n'  è   il   linguaggio ,  che 
male  s' addirebbe  alla  Beatrice  ideale,  come  quello 


Divina  Commedia ,  sia  delle  Rime.  E  dire  che  ogni  anno,  e  più  volte 
in  un  anno,  quella  e  queste  si  ristampano,  inutilissimamente! 

1  Fu  pubbl.  dal  Witte,  che  lo  tolse  da  un  codice  Ambrosiano. 
Ved.   Vngedruckte  Gedichte  Bantes,  in  Dante-Forschungen,  I,  459. 

2  Se  qualche  codice  venisse  in  sostegno  della  nostra  opinione, 
noi  saremmo  inclinati  a  credere  questo  sonetto  di  Gino  da  Pistoia. 
La  forma,  onde  esso  comincia  (Se  il  hello  aspetto  ecc.),  che  non  si 
trova  mai  in  Dante  (salvo  che  nel  sonetto:  Se  vedi  gli  occhi  miei 
di  pianger  vaghi,  il  quale  è  molto  dubbio  che  sia  di  Dante),  si  trova 
invece  molto  spesso  in  Gino,  come  può  vedersi  in  questo  volume, 
cap.  m,  numeri  4,  28,  29,  60,  m,  75,  77,  114,  122,  205,  209,  211,  253. 
Inoltre  il  pensiero  delia  seconda  terzina: 

tutte  cose,  eh'  altrui  piacer  danno 

Mi  son  moleste,  e  '1  contrario  mi  fanno, 
riscontra  mirabilmente  con  quello  che  scrive  Gino: 

Tutto  eh'  altrui  aggrada  a  me  disgrada. 
Ma,  in  mancanza  di  ogni  autorità  di  manoscritti,  noi  dobbiamo  so- 
spendere il  nostro  giudizio. 

3  Ediz.   Vita  Nuova,  pag.  90. 


ALLA  VITA  NUOVA  239 

che  rasenta   la   sensualità,   «  appena   velato   dal 
consueto  frasario  dell'  uso  poetico  »  : 

Se  dir  voleste,  dolce  mia  speranza, 
Di  dare  indugio  a  quel  ch'io  vi  domando, 
Sacciate  che  l'attender  più  non  posso; 
Ch'  io  sono  al  fine  della  mia  possanza 
E  ciò  conoscer  voi  dovete,  quando 
L' ultima  speme  a  cercar  mi  son  mosso  : 
Che  tutti  i  carchi  sostenere  addosso 
De'  l'uomo  infin  al  peso  eh' è  mortale, 
Prima  che  '1  suo  maggiore  amico  provi, 
Che  non  sa  qual  sei  trovi: 
E  s'egli  avvien  che  gli  risponda  male, 
Cosa  non  è  che  costi  tanto  cara; 
Che  morte  n'  ha  più  tosta  e  più  amara. 

E  voi  pur  sete  quella  ch'io  più  amo, 
E  che  far  mi  potete  maggior  dono, 
E  'n  cui  la  mia  speranza  più  riposa; 
Che  sol  per  voi  servir  la  vita  bramo; 
E  quelle  cose  eh'  a  voi  onor  sono 
Dimando  e  voglio,  ogni  altra  m'è  noiosa. 
Dar  mi  potete  ciò  eh'  altri  non  osa  ; 
Che  '1  si  e  '1  no  tututto  in  vostra  mano 
Ha  posto  Amore,  ond'io  grande  mi  tegno. 
La  fede  ch'io  v'assegno 
Muove  dal  vostro  portamento  umano  : 
Che  ciascun  che  vi  mira,  in  ventate 
Di  fuor  conosce  che  dentro  è  pietate. 

Dubbia  è  pure  l'autenticità  della  ballata:  In 
abito  di  saggia  messaggera^  ^  che  parrebbe  avere 
qualche  attinenza  colle  rime  della  Vita  Nuova. 

1  Ved.  la  nota  del  Carducci,  Vita  Nuova,  ediz.  D'Ancona,  pag.  122; 


240  GAP.  X[  —  RIME  CHE  SI  RICOLLEGANO 

Come  attinente  al  ciclo  poetico  della  donna 
ideale,  merita  molta  attenzione  la  canzone:  E' 
ra'  incresce  di  me  sì  malamente.  Essa  mi  pare 
che  possa  considerarsi  come  un  commento  alle 
parole  della  Vita  Nuova:  «  quando  alli  occhi 
miei  apparve  la  gloriosa  donna  della  mia  mente  ». 
Qui  infatti  si  ripete: 

Che  per  forza  di  lei 

M'era  la  mente  già  ben  tutta  tolta. 

Ed  ancora  che 

L'immagine  di  questa  donna  siede 

Su  nella  mente  ancora, 

Ove  la  pose  Amor,  ch'era  sua  guida. 

Alla  mente  si  allude,  dicendo: 

Quando  m'apparve  poi  la  gran  beliate 
Che  si  mi  fa  dolere 


Quella  virtù  che  ha  più  nobilitate 

Mirando  nel  piacere, 

S'  accorse  ben  che  '1  suo  male  era  nato. 

Ci  è  poi  un  passo  di  speciale  importanza.  I 
nove  anni  della  Beatrice  della  Vita  Nuova  qui 
pare  che  spariscano:  la  passione  del  poeta  nacque 
al  nascere  di  Beatrice: 


cfr.  ivi,  pag.  88.   Cfr.   ancora   Witte,   Lirische    Gedichte,  II,  175; 
Rime  in  testi  antichi  attrib.  a  Dante,  ia  Dante-Forsch.,  II,  559-60. 


ALLA  VITA  NUOVA  241 

Lo  giorno  che  costei  nel  mondo  venne, 
Secondo  che  si  trova 
Nel  libro  della  mente  che  yien  meno, 
La  mia  persona  parvola  sostenne 
Una  passìon  nuova, 
Tal  ch'io  rimasi  di  paura  pieno: 
Ch'a  tutte  mie  virtii  fu  posto  un  freno 
Subitamente  sì,  ch'io  caddi  in  terra 
Per  una  voce  che  nel  cor  percosse. 
E,  se  U  libro  non  erra, 
Lo  spirito  maggior  tremò  sì  forte, 
Che  parve  ben  che  morte 
Per  lui  in  questo  mondo  giunta  fosse. . . . 

E  bene  sta.  La  rappresentazione  deìl"  idealità 
che  travaglia  il  poeta,  è  qui  evidente,  e  stu- 
pendamente ritratta  è  quella  che  chiama  il  Car- 
ducci la  «  querela  elegiaca  »  :  ^  il  fiero  dissidio 
tra  l'ideale  e  il  reale,  l'antitesi  tra  l'immagine, 
che  sempre  più  s'innalza,  si  abbellisce,  si  cir- 
conda di  luce,  e  l'anima  del  poeta  che  muore 
dell'ambascia  di  non  poterla  afferrare  che  nella 
sua  vaporosa  impalpabilità: 

E  non  le  pesa  del  mal  ch'ella  vede, 
Anzi  è  vie  più  beli'  ora 
Che  mai,  e  vie  più  lieta  par  che  rida; 
Ed  alza  gli  occhi  micidiali,  e  grida 
Sopra  colei  che  piange  il  suo  partire: 
Vatten",  misera,  fuor,  vattene  omai 


1  Rime  di  Dante,  pag.  175. 

Bartoli.  —  Stor.  della  Lettera!.  Ital.  —  Voi.  IV.  16 


242  GAP.  XI  —  RIME  CHE  SI  RICOLLEGANO 

Si  potrebbe  domandare:  perchè  Dante  non  ha 
dato  posto  a  questa  bellissima  canzone  nella  Vita 
Nuovaì  Crede  il  Carducci  che  la  ragione  sia 
«e  perchè  in  quella  prevaleva  il  sentimento  sog- 
gettivo, e  il  poeta  si  era  proposto  ornai  di  dire 
in  questa  solo  ciò  che  fosse  lode  dì  quella  gen- 
tilissima ».^  Ma,  veramente,  se  la  canzone  se- 
guisse i  due  sonetti:  Ciò  che  m'incontra  nella 
mente  muore,  e:  Spesse  fiate  venemi  alla  mente, 
non  parrebbe  al  suo  proprio  luogo  ?  Non  sarebbe 
la  naturai  conclusione  della  prima  parte  del  li- 
bro ?  -  Io  crederei  piuttosto  che  da  altra  ragione 


'  Op.  cit.,  pag.  177. 

2  Non  mi  pare  in  nessun  modo  accettabile  ropinione  dell'  Oeynhau- 
sen  (ved.  Witte,  Lirische  Gedichte,  II,  92esegg.)  che  questa  can- 
zone sia  quasi  una  transizione  dalla  Vita  Nìiova  al  Convito.  Ma  allo 
stesso  Witte,  che  pur  rigetta  l'opinione  dell'Oeynhausen,  non  sembra  che 
in  essa  canzone  si  alluda  alla  Beatrice  della  Vita  Nuova.  Ci  permetta 
però  il  dottissimo  scrittore  di  osservargli,  che  una  almeno  delle  ra- 
gioni ch'ei  porta,  non  ci  pare  rigorosamente  esatta.  Egli  dice  che  la 
Vita  Nuova  non  conosce  lamenti  ispirati  dallo  sdegno  {zurnenden 
Kìagen)  come  si  trovano  in  questa  ed  altre  poesie  dello  stesso  ciclo. 
Ma  lo  sdegno  ch'ei  trova  in  questa  canzone  non  è  forse  lo  stesso 
sdegno  che  apparisce  nei  due  sonetti:  Coli' altre  donne  mia  vista 
gabbate,  e:  Ciò  che  ni' incontra  nella  ìnente,  more!  Non  rappresenta 
lo  stesso  stato  psicologico?  Come  poi  non  tener  conto  di  quel  verso: 

Donne  gentili,  a  cui  io  ho  parlato, 
il  quale  sembra  così  chiaramente  riferirsi  ai  versi: 

Donne  eh'  avete  intelletto  d'  amore, 
Io  vo'  con  voi  della  mia  donna  dire  ? 

Come  non  avvertire  il  riscontro  tra  i  versi  della  canzone: 


Lo  spirito  maggior  tremò  si  forte, 

Che  parve  ben  che  morte 

Per  lui  in  questo  mondo  giunta  fosse, 


ALLA  VITA  NUOVA  243 

possa  dipendere  la  esclusione  ;  ma  accenno  a  ciò 
come  ad  una  mera  ipotesi. 

In  questa  canzone  mi  pare  che  quasi  scoper- 
tamente si  parli  di  una  donna  ideale.  Quelle  pa- 
role : 

Lo  giorno  che  costei  nel  mondo  venne, 

come  potrebbero  riferirsi  ad  una  donna  vera,  in 
carne  ed  ossa  ?  Capisco  che  interpetrandole  come 
fa  il  Fraticelli  :  «  lo  giorno  che  Beatrice  apparve 
alli  miei  occhi  »,  tutto  s'accomoda  agevolmente.  ^ 
Ma  è  una  interpetrazione  arbitraria.  Dante  dice 
quello  che  vuol  dire,  sempre  con  precisione  e 
con  sovrana  proprietà.  Riferiamo  pure  il  princi- 
pio della  quarta  stanza  della  canzone  al  capi- 
tolo 2°  della  Vita  Nuova.  Ma  non  accomodiamo 
quello,  secondo  il  senso  apparente  di  questo; 
conciliamoli  piuttosto  tra  loro,  se  è  possibile; 
conciliamoli,  ricordandoci  che  Dante  ha  voluto 
nella  Vita  Nuova  parlare  della  donna  della  mente 
come  di  persona  reale,  e  che  quindi  ha  forse  dato 
di  essa  l' età  che  gli  parve  avere  nella  prima  vi- 


e  le  parole  della  Vita  Nuova  {cdi^.  2)  «In  quel  punto  lo  spirito  ani- 
male »  ecc.,  ed  i  versi: 

Che  fiere  tra'  miei  spiriti  paurosi 

E  quale  ancide  e  qual  caccia  di  fuori  ? 

^  Mi  concederà  colla  sua  nota  cortesia  anche  l' egregio  prof.  Giu- 
liani di  non  accettare  il  suo  commento:  «soggiugni,  a  me;  lo  di 
ch'ella  mi  apparve»  {La  Vita  Nuova  e  il  Canzoniere,  Firenze,  1868, 
pag.  257).  Queir  a  me  nel  testo  non  c'è.  Il  volerlo  sottintendere  mi 
pare  che  provenga  da  un  preconcetto. 


244  GAP.  XI  —  RIME  CHE  SI  RICOLLEGANO 

sioiie,    quando  Amore   del   cuore    del  giovinetto 

poeta 

Lei  paventosa  umilmente  pascea. 

E  quello  fu  il  giorno  nel  quale  la  Beatrice  nel 
mondo  venne.  Sta  benissimo.  Beatrice  nacque, 
quando  Dante  la  vide.  Ma  nella  Vita  Nuova  non 
si  poteva  dire  la  cosa  cosi  scopertamente.  Non 
sarebbe  dunque  possibile  che  V  averla  detta  qui 
trattenesse  il  poeta  dall' inserire  questa  canzone 
nel  libro  eh'  ei  voleva  -palese  solo  a  chi  ha  intel- 
letto d'Amore'?  Anche  gli  ultimi  versi  della  can- 
zone accennerebbero,  secondo  il  mio  modo  di  ve- 
dere, chiaramente  alla  donna  ideale.  Essi  dicono: 


'j 


E  innanzi  a  voi  perdono 

La  morte  mia  a  quella  bella  cosa 

Che  men'ha  colpa,  e  non  fu  mai  pietosa. 

Accettando  la  lezione  dell'ultimo  verso,  osservo 
che  avrei  anche  potuto  preferire  l'altra,  scelta 
dal  Giuliani: 

Che  men  n'  ha  colpa  e  non  fu  mai  pietosa.  ^ 

Ora,  che  cosa  può  voler  dire  eh'  egli  perdona  la 
propria  morte  a  quella  bella  cosa,  che  ne  ha 
meno  colpa ^  e  che  non  fu  mai  pietosa^  Sicuro, 
che  colpa  aveva  la  Beatrice  ideale  del  dolore  di 

'  Su  altre  lezioni  ved.  Witte,  op.  cit.,  II,  pag.  97.  Il  Fraticelli, 
colla  sua  solita  disinvoltura,  stampa:  Che  men'ha  colpa,  e  interpe- 
tra:  che  n'  i.a  colpa  verso  di  me.ìsìd,  allora  avrebbe  dovuto  scrivere 
che  me  n'ha  colpa. 


ALLA  VITA  NUOVA  245 

morte  del  suo  poeta?  Sicuro,  ella  non  poteva 
essersi  mai  mostrata  pietosa  verso  di  lui.^  Questo 
è  parlare  scoperto,  ma  forse,  lo  ripetiamo,  troppo 
scoperto  per  la   Vita  Nuova. 

I  due  sonetti  :  Voi  donne,  che  pietoso  atto 
mostrate,  e  Onde  venite  voi  così  pensose?  trat- 
tano dell'argomento  stesso  dei  due  sonetti  della 
VitaNitova:  Voi,  che  portate  la  sembianza  umile, 
e:  Se'  tu  colui,  e' ha  trattato  sovente. 

II  sonetto  bellissimo  :  Di  donne  io  vidi  una 
gentile  schiera,  appartiene  a  quella  parte  della 
Vita  Nuova,  dove  già  Beatrice  è  angelicata,  e 
dove  si  dicono  le  lodi  di  lei.  Esso  si  riconnette 
più  specialmente  coi  sonetti  :  Tanto  gentile  e 
tanto  onesta  pare,  e  Vede  perfettamente  ogni 
salute. 

Sembra  invece  legarsi  alla  prima  parte  della 
Vita  Nuova  la  ballata:  Deh  nuvoletta ^  che  in  om- 

1  Quando   uella   Vita  Nuova  (  cap.  13)  il  poeta  ha  narrato    del 

combattimento  dei  suoi  smolli  e  diversi  pensamenti»,  dopo  aver  detto 

ohe  essi 

....  sol  s' accordano  in  chieder  pietate, 

conclude  che,  per  volerli  accordare,    bisognerebbe  ch'egli  invocasse 

la  sua  nemica,  la  pietà: 

E  se  con  tutti  vo'  fare  accordauza 
Convenemi  chiamar  la  mia  nimica, 
Madonna  la  pietà,  che  mi  difenda. 

«Non  s'intende  troppo  bene,  dice  il  Witte  {Vita  Nuova,  pag.  30, 
nota),  perchè  l'autore  chiami  sua  nemica  la  pietà».  Appunto,  cre- 
diamo noi,  perchè  egli  non  poteva  ottenere  mai  la  pietà  che  invo- 
cava, perchè  la  donna  non  gli  fu  mai  pietosa.  É  quindi  naturale  che 
egli  dica  essergli  nemica  la  pietà.  Così  il  sonetto  verrebbe  a  dire  ; 
mille  contrarli  pensieri  d'amore  lottano  in  noe  ;  si  accorderebbero  su- 
bito tutti,  se  io  potessi  trovare  pietà  nella  donna  che  amo. 


246  CAP.  XI  —  RIME  CHE  SI  RICOLLEGANO 

hra  d'Amore.  Già  Beatrice  in  forma  di  nuvoletta 
si  ha  nella  canzone  :  Donna  pietosa  e  di  novella 
etate.  Ivi  però  essa  è  morta: 

Levava  gli  occhi  miei  bagnati  in  pianti, 
E  vedea,  che  parean  pioggia  di  manna, 
Gli  angeli  che  tornavan  suso  in  cielo. 
Ed  una  nuvoletta  avean  davanti 


Ora  altri  veda  se  non  si  possa  trarre  qualche 
utile  conseguenza  dal  fatto  che  Dante  rappre- 
senta sotto  la  stessa  forma  anche  Beatrice  viva.  ' 
E  si  ponga  attenzione  ai  due  versi: 

Tu,  nuvoletta,  in  forma  più  che  umana 
Foco  mettesti  dentro  alla  mia  mente; 

dove  si  ha  una  nuova  illustrazione  della  donna 
della  mente  della   Vita  Nuova. 

Il  contenuto  della  canzone:  Mot^te,  perch'io 
non  iruovo  a  cui  mi  doglia,  vorrebbe  che  essa 
fosse  posta  accanto  a  quella  della  Vita  Nuova: 
Donna  pietosa  e  di  novella  etate.   Alcuni  passi 


1  La  spiegazione  data  dal  Witte  (op.  cit.,  II,  170)  può  star  bene 
per  la  canzone  della  Vita  Nuova.  Ma  non  per  questa  ballata,  perchè 
appunto  qui  Beatrice  è  viva.  Io  invece  intendo  benissimo  che  nelle 
forme  indeterminate,  aeree,  d'una  nuvoletta  il  poeta  si  rappresen- 
tasse la  donna  ideale.  E  mi  confermano  in  questo  concetto  i  due  versi  : 
Laddove  tu  mi  ride, 
Deh  non  guardare  perchè  a  lei  mi  fide, 

riferendo,    ben  inteso,  queir  a  lei,  alia  speme   ricordata   sopra,    non 
alla  mente,  come  assurdamente  fa  il  Fraticelli. 


ALLA  VITA  NUOVA  247 

della  prima   riscontrano   mirabilmente   con   altri 
della  seconda,  come,  ad  esempio,  questi: 

Levava  gli  occhi  miei  bagnati  in  pianto, 
E  vedea,  che  parean  pioggia  di  manna, 
Gli  angeli  che  tornavan  suso  in  cielo, 
Ed  una  nuvoletta  avean  davanti, 
Dopo  la  qual  gridavan  tutti:  osanna. 


Che  mi  par  già  veder  lo  cielo  aprire, 
E  gli  angeli  di  Dio  quaggiù  venire, 
Per  volerne  portar  l'anima  santa 
Di  questa,  in  cui  onor  lassù  si  canta.  ^ 


1  II  Carducci  solleva  qualche  dubbio  sull'autenticità  della  can- 
zone, non  senza,  egli  dice,  appoggio  ai  codici  (op.  cìt.,  pag.  188). 
Ma  sui  codici  che  attribuiscono  ad  altri  rimatori  questa  canzone, 
ved.  WiTTE,  Lirische  Gedichte,  I,  xlv. 


249 


CAPITOLO  XII 


RIME  ALLEGORICHE  E  RIME  DOTTRINALI 


Come  nell'Alighieri  accadesse  il-  passaggio 
dalle  rime  dell'amore  ideale  a  quelle  dell'amore 
allegorico,  è  da  lui  stesso  spiegato  nel  Convito,  ^ 
specialmente  dicendo  eli'  egli  cominciò  «  ad  an- 
dare là  ov'ella  [Filosofìa,  Donna  gentile)  si  di- 
mostrava veracemente,  cioè  nelle  scuole  de'  Re- 
ligiosi e  alle  disputazioni  de' Filosofanti  ;  sicché 
in  picciol  tempo,  forse  di  trenta  mesi,  cominciai 
tanto  a  sentire  della  sua  dolcezza,  che  '1  suo 
amore  cacciava  e  distruggeva  ogni  altro  pen- 
siero ».  Questi  trenta  mesi,  che  corrispondono 
agli  alquanti  dì  della  Vita  Nuova,'^  costituiscono 
il  periodo  degli  studii  filosofici,  propriamenti  detti, 
di  Dante,  e  quindi  sono   dentro    quel  tempo  da 


1  Tratt.  II,  cap.  xiir. 

2  Cap.  40.  Questo  prova  che  nel  periodo  della  Yita  Nuova  ante- 
riore alla  Donna  pietosa  non  si  può  vedere  allegorizzato,  sotto  il 
nome  di  Beatrice,  un  concetto  filosofico. 


250  CAPITOLO  XII 

porre  le  sue  rime  allegoriche,  cioè,  approssima- 
tivamente, dal  12941  al  1297.2 

Queste  rime  allegoriche  fanno  parte  del  nuovo 
siile  ?  Noi  crediamo  di  si.  È  noto  a  tutti  il  passo 
della  Divina  Commedia,^  dove  Buonagiunta  da 
Lucca  rivolge  a  Dante  la  domanda: 

Ma  di'  s'io  veggio  qui  colui  che  fuore 
Trasse  le  nuox^e  rime,  cominciando: 
Donne,  ch'avete  intelletto  d'amore, 

E  Dante  risponde: 

....  i'  mi  son  un  che,  quando 
Amore  spira,  noto,  ed  a  quel  modo 
Che  detta  dentro,  vo  significando. 

1  Noi  siamo  disposti  ad  accettare  la  data  approssimativa  del  1294 
per  la  canzone:  Voi  che  intendendo  il  terzo  del  movete,  dietro  le 
prove  recatene  dal  Witte  {Lirische  Gedichte,  II,  63  e  segg. )  e  dal 
Lubin  {Intorno  all'epoca  della  Vita  Nuova).  Ma  avvertiamo  pero 
essere  nostra  ferma  opinione,  confortata  dall'autorità  dello  Scartaz- 
zini,  che  sia  impossibile  assegnare  un  ordine  cronologico  a  tutte  le 
liriche  di  Dante.  Ved.  Dante  Alighieri,  seine  Zeit,  sein  Leben  und 
seine  Werke,  pag.  282.  Si  sottintende  che  noi  crediamo  posteriore 
alle  poesie  filosofiche  il  commento  che  costituisce  il  Convito.  Non 
siamo  però  d'accordo  col  AVegele  (op.  cit.,  pag.  195)  che  esso  com- 
mento sia  nel  Convito  la  cosa  principale,  e  l'accessoria  nella  Vita 
Nuova.  Per  noi,  tanto  nell'una,  quanto  nell'altra  opera,  il  commento 
e  le  rime  stanno  nella  stessa  relazione. 

*  Infatti  anche  la  seconda  canzone  del  Convito:  Atnor  die  nella 
mente  mi  ragiona,  è  anteriore  al  1300,  perchè  il  Casella,  morto  in 
quell'anno,  già  la  conosce  {Purgai.,  11).  Ved.  Wegele,  op.  cit., 
pag.  195.  Però  ci  sono  delle  eccezioni,  come  vedremo.  Non  inten- 
diamo perchè  il  Carducci  (op.  cit.,  pag.  196)  dica  in  un  luogo  che 
«l'applicar  di  Dante  a  studii  di  filosofia  e  il  maturarsi  dell'ingegno 
di  lui  a  una  nuova  manifestazione  sono  da  riporre  fra  il  giugno 
del  1292  a  tutto  il  1294  »;  e  in  un  altro  (pag.  198)  che  «  il  periodo 
allegorico  si  contiene  nella  durata  del  nuovo  amore  episodico  della 
Vita  Nt(ova  e  termina  un  po'  innanzi  al  1300  ». 

3  Purg.,  XXIV. 


RIME  ALLEGORICHE  E  RIME  DOTTRINALI  251 

Al  che  il  rimatore  Lucchese,  della  scuola,  come 
fu  detto,  di  transizione,  ossia  della  maniera  Guit- 
tonesca,  replica: 

O  frate,  issa  vegg'  io  ....  il  nodo 
Che  '1  Notaio  e  Guittone  e  me  ritenne 
Di  qua  dal  dolce  stU  nuovo  eh'  i'  odo. 

In  queste  terzine  noi  abbiamo  a  grandi  tratti  la 
storia  della  poesia  italiana  del  secolo  xiii,  ossia 
delle  tre  scuole  principali,  in  cui  essa  si  divide, 
la  vecchia  Sicula  (il  Notare),  la  media  (Guit- 
tone), la  nuova  (Dante).  Ma  che  significano  pro- 
priamente queste  parole?  In  che  consiste  il  dolce 
sili  nuovo  ?  Nello  scrivere  ciò  che  detta  Amore. 
Amore  però  va  preso  qui  nel  più  largo  signifi- 
cato medievale  della  parola;  va  considerato,  non 
come  sentimento  erotico,  ma  come  principio  in- 
formatore di  nobiltà  e  di  virtìi,  come  fonte  di 
ogni  cosa  buona  e  bella. ^  Amore,  ha  detto  Dante 
istesso  «  non  è  altro  che  unimento  spirituale  del- 
l'anima e  della  cosa  amata  ».^  Se  quindi  la  «  cosa 
amata  »  sia  la  scienza,  Amore  sarà  lo  studio.  '•' 
Ecco  come  al  canone  dello  stil  nuovo  obbediscono 
anche  le  rime  filosofiche;  quelle  rime  filosofiche 
che  furono  proprie  di  tutti  i  rimatori  della  nuova 
scuola.  * 


J  V.  Perez,  Beatrice  svelata,  p.  64.  Cfr.  Renier,  op.  cit.,  p.  lOfi. 

2  Convito,  Tratt.  iii,  cap.  ii. 

3  Ivi,  III,  cap.  XV. 

*  Ved.  in  questo  volume  passim. 


252  CAPITOLO  XII 

Fra  le  rime  allegoriche  vanno  poste  senza 
alcun  dubbio  le  due  prime  canzoni  del  Convito. 
Nella  prima  è,  in  versi  ammirabili,  ritratto  il 
combattimento  fra  la  Beatrice  ideale  e  la  Donna 
pietosa,  della  quale  qui  è  detto  appunto  : 

Mira  quant'ella  è  pietosa  ed  umile, 
Saggia  e  cortese  nella  sua  grandezza, 
E  pensa  di  chiamarla  donna  ornai. 

Nella  seconda  si  ha  il  canto  della  vittoria.  La 
Filosofìa  ha  vinto  e  domina  sovrana  V  intelletto 
del  poeta,  che  canta  di  lei: 

Cose  appariscon  nello  suo  aspetto, 
Che  mostt'àn  de' piacer  del  paradiso; 
Dico  negli  occhi  e  nel  suo  dolce  riso, 
Che  le  vi  reca  amor  com'a  suo  loco. 
Elle  soverchian  lo  nostro  intelletto. 
Come  raggio  di  sole  un  fragil  viso; 
E  perch'io  non  le  posso  mirar  fiso, 
Mi  convien  contentar  di  dirne  poco. 
Sua  beltà  piove  fiammelle  di  fuoco. 
Animate  d'un  spirito  gentile, 
Ch'è  creatore  d'ogni  pensier  buono; 
E  rompon  come  tuono 
Gl'innati  vizi,  che  fanno  altrui  vile. 
Però  qual  donna  sente  sua  beltate 
Biasmar  per  non  parer  queta  ed  umile. 
Miri  costei  eh'  è  esemplo  d'  umiltate. 
Quest'è  colei  ch'umilia  ogni  perverso: 
Costei  pensò  chi  mosse  1'  universo. 

Prima  però  di  questa   canzone,   per  la  testi- 
monianza stessa  del  poeta,  egli  aveva  composta 


RIME  ALLEGORICHE  E  RIME  DOTTRINALI  253 

ima  ballata  pure  allegorica.  Nel  commiato  della 
canzone  si  legge  : 

Canzone,  e'  par  che  tu  parli  contraro 
Al  dir  d'una  sorella  che  tu  hai, 
Che  questa  donna  che  tant'  umil  fai 
Ella  la  chiama  fera  e  disdegnosa. 

E  nel  commento  :  ^  «  prima  che  alla  sua  com- 
posizione venissi  (della  canzone),  parendo  a  me 
questa  donna  fatta  contro  a  me  fiera  e  superba 
alquanto,  feci  una  ballatetta,  nella  quale  chia- 
mai questa  donna  orgogliosa  e  dispietata  »,  Essa 
ballatetta  si  crede  generalmente  essere  quella 
che  comincia:  Voi  che  sapete  ragionar  d'amore, 
nella  quale  si  dice  eh'  essa 

....  parla  d'  una  donna  disdegnosa  ; 

e  in  fine: 

Così  è  fera  donna  in  sua  beliate; 

ritrovandovisi  cosi  i  due  epiteti  datile  nella  can- 
zone, di  fera  e  disdegnosa. 

All'Amore,  come  a  simbolo  di  tutte  le  cose 
pili  alte  e  più  nobili,  è  rivolta  la  canzone:  Amor, 
che  muovi  tua  virili  dal  cielo.  Essa  ha  una  par- 
ticolare importanza  per  mostrarci  con  che  largo 
concepimento  parlasse  Dante  del  suo  culto  per 
la  scienza.  Altri  già  notò  la  quiete,  la  dignità, 
il   movimento    solenne    di    questi    versi.  -    Io    ci 


1  Tratt.  IH,  cap.  ix. 

2  Carducci,  op.  cit. ,  pag.  224. 


254  CAPITOLO  XII 

sento  ancora  un  vivo  entusiasmo,  non  minore  di 
quello  eh'  egli  ebbe  già  per  la  sua  ideale  Beatrice  : 

Amor,  che  muovi  tua  virtù  dal  cielo, 
Come  '1  Sol  lo  splendore, 
Che  là  s'apprende  più  lo  suo  valore, 
Dove  più  nobiltà  suo  raggio  trova; 
E  come  el  fuga  oscuritate  e  gelo, 
Così,  alto  Signore, 
Tu  cacci  la  viltate  altrui  del  core, 
Né  ira  contra  te  fa  lunga  prova: 
Da  te  convien  che  ciascun  ben  si  muova, 
Per  lo  qual  si  travaglia  il  mondo  tutto: 
Senza  te  è  distrutto 
Quanto  avemo  in  potenza  di  ben  fare; 
Come  pintura  in  tenebrosa  parte, 
Che  non  si  può  mostrare, 
Né  dar  diletto  di  color,  né  d'arte. 

Feremi  il  core  sempre  la  tua  luce. 
Come  '1  raggio  la  stella, 
Poiché  l'anima  mia  fu  fatta  ancella 
Della  tua  potestà  primieramente: 
Onde  ha  vita  un  pensier,  che  mi  conduce 
Con  sua  dolce  favella 
A.  rimirar  ciascuna  cosa  bella 
Con  più  diletto,  quanto  è  più  piacente. 
Per  questo  mio  guardar  ra'è  nella  mente 
Una  giovine  entrata,  che  m'ha  preso; 
Ed  hammi  in  fuoco  acceso, 
Com'  acqua  per  chiarezza  foco  accende  : 
Perchè  nel  suo  venir  li  raggi  tuoi. 
Con  li  quai  mi  risplende, 
Saliron  tutti  su  negli  occhi  suoi. 

Quanto  é  nell' esser  suo  bella,  e  gentile 
Negli  atti  ed  amorosa, 


RIME  ALLEGORICHE  E  RIME  DOTTRINALI  255 

Tanto  lo  immaginar,  che  non  si  posa, 
L'adorna  nella  mente,  ov'io  la  porto; 
Non  che  da  sé  medesmo  sia  sottile 
A  cosi  alta  cosa. 

Ma  dalla  tua  virtù  ha  quel,  ch'egli  osa 
Oltra  il  poter  che  natura  ci  ha  pòrto. 
È  sua  beltà  del  tuo  valor  conforto, 
In  quanto  giudicar  si  puote  effetto 
Sovra  degno  suggetto, 
In  guisa  eh' è  al  Sol  segno  di  foco; 
Lo  qual  non  dà  a  lui,  né  to'  virtute; 
Ma  fallo  in  altro  loco 
Nell'effetto  parer  di  più  salute. 


Alla  medesima  donna  allegorica  sembra  es- 
sere rivolta  la  canzone:  Io  sento  si  d'Amor  la 
gran  possanza. 

Si  cambia  invece  argomento  nell'altra  can- 
zone :  Tre  donne  intorno  al  cor  mi  son  venute. 
Questa  è  senza  dubbio  posteriore  all' esilio,  e  il 
grande  sdegno  dell'  anima  Dantesca  vi  si  fa  sen- 
tire solennemente.  Le  tre  donne,  ^  dolenti  e  sbi- 
gottite, 


1  Molto  discordi  sono  gli  interpetri  intorno  al  loro  significato  al- 
legorico. Ved.  WiTTE,  Lirische  Gedichte,  II,  pag.  138,  139.  Cfr.  Dio- 
Nisi,  Preparazione ,  I,  65.  Il  Carducci  (op.  cit.,  pag.  224)  accetta 
l'interpetrazione  dell' Orelli,  ch'esse  rappresentino  la  Giustizia,  la 
Legge  divina  e.  la  Legge  umana.  Il  Tommaseo  (citato  dal  Giuliani, 
Vita  Nuova  e  Canz.,  pag.  207  e  segg. ),  con  pretensione  di  novità, 
ripete  quello  che  già  aveva  detto  il  Ginguené,  che  le  tre  donne  sieno 
(riustizia.  Liberalità,  Temperanza. 


256  CAPITOLO  XII 

Come  persona  discacciata  e  stanca, 

Cui  tutta  gente  manca, 

E  cui  virtute  e  nobiltà  non  vale, 

si  sono  rifugiate  presso  il  poeta  : 

Venute  son  come  a  casa  d'amico. 

Mediocri  le  stanze  2,  3,  4  per  una  mal  deci- 
frabile allegoria ,  ^  all'  apparire  della  stanza  5  noi 
sentiamo  per  la  prima  volta  un  lontano  prenun- 
ziamento  di  quella  terribile  ira,  onde  s'immorta- 
leranno tante  pagine  della  Commedia.  Il  primo 
accento  dell'esule  si  fa  sentire: 

Ed  io  che  ascolto  nel  parlar  divino 
Consolarsi  e  dolersi 
Così  alti  dispersi, 

L'  esilio  che  m' è  dato  onor  mi  tegno  : 
E  se  giudizio  o  forza  di  destino. 
Vuol  pur  che  il  mondo  versi 
I  bianchi  fiori  in  persi, 
Cader  tra' buoni  è  pur  di  lode  degno. 
E  se  non  che  degli  occhi  miei  '1  bel  segno 
Per  lontananza  m' è  tolto  dal  viso, 
Che  m' bave  in  fuoco  miso. 
Lieve  mi  conterei  ciò  che  m'è  grave. 
Ma  questo  fuoco  m'have 
Già  consumato  sì  l'ossa  e  la  polpa, 
Che  morte  al  petto  m'ha  posto  la  chiave. 
Onde  s'io  ebbi  colpa, 

Più  lune  ha  volto  il  sol,  poiché  fu  spenta, 
Se  colpa  muore  perchè  1'  uom  si  penta. 

1  Curiosi  i  giudizii  dei  critici.  Il  De  Sanctis  (op.  cit,  55)  chiama 
questa  canzone  «  la  più  accessibile  e  popolare  »,  mentre  in  verità  ella 


RIME  ALLEGORICHE  E  RIME  DOTTRINALI  257 

Non  saprei  decidere  se  tra  le  rime  allegori- 
che si  abbia  da  porre  la  ballata  Io  mi  son  par- 
goletta hella  e  nuova  ^  e  il  sonetto  Chi  guarderà 
giammai  senza  paura.  Propenderei  però  a  cre- 
dere di  sì.  E  vero  che  tanto  l'uno,  quanto  l'altro 
componimento  si  adatterebbero  mirabilmente  alla 
Beatrice;  ma  dal  vedere  essa  rappresentata  nella 
pargoletta  mi  trattiene  questa  osservazione.  Fra 
le  parole  di  rimprovero  che  Beatrice  rivolge  a 
Dante  nel  xxxi  del  Purgatorio^  ci  sono,  com'è 
ben  noto,  anche  queste: 

Non  ti  dovea  gravar  le  penne  in  giuso, 
Ad  aspettar  più  colpi,  o  'pargoletta 
0  altra  vanità  con  sì  breve  uso. 

La  pargoletta  fu  dunque  una  delle  vanità^  dietro 
alle  quali  traviò  l'Alighieri;  fu  una  delle  cose, 
che,  com'egli  dice: 

Col  falso  lor  piacer  volser  miei  passi 
Tosto  che  '1  vostro  viso  si  nascose. 

Può  dunque  essere  che  la  pargoletta,  a  cui 
accenna  Beatrice,  sia  stata  Beatrice  istessa?  Io 
credo  di  no.  Ma  credo  ancora  affatto  insussistente 
il  fare  della  pargoletta,  come  vorrebbe  il  Boc- 
caccio, una  donna  vera,^  almeno  nella  ballata  e 


é  pochissimo  accessibile  e  popolare  punto.  Il  Fraticelli  {Canz.  di  D.  A. 
207)  la  sentenzia  «la  migliore  di  quante  fin  ad  oggi  siano  state  det- 
tate ».  -  Ved.  per  più  giusto  apprezzamento  il  Witte  e  il  Carducci. 
1  Ved.  DioNisi,  Prepar.,  ii,  34  segg. 

Bàbtoli.  —  St.  della  Letterat.  Ital.  —  Voi,  IV.  17 


258  CAPITOLO  XII 

nel  sonetto  sopra  citati.  D'altra  parte  \b, pargoletta 
della  canzone  Io  son  venuto  al  punto  della  rota, 
pare  confondersi  colla  pietra,  e  quindi  parrebbe 
difficile  di  poterla  identificare  colla  pargoletta 
della  ballata.  Da  tutto  ciò  sono  indotto  a  sup- 
porre clie  quei  due  componimenti  sieno  allegorici. 
Crede  il  Carducci  ^  che  il  sonetto  Parole  mie, 
che  per  lo  mondo  siete,  chiuda  il  periodo  delle 
rime  allegoriche.  E  già  aveva  detto  il  Dionisi- 
che  esso  serve  di  prologo  e  di  dedica  alle  poesie 
composte  nel  suo  amore  alla  Filosofia.  Tutto  ciò 
sarà  vero;  ma  a  me  pare  evidente  di  scorgere 
in  quel  proposito  di  non  volere  più  oltre  scriver 
rime  di  quel  genere: 

dunque  ornai 

Più  che  noi  semo,  non  ci  vederete; 

e  nel  dire: 

Con  lei  non  state,  che  non  v'è  Amore, 
Ma  gite  attorno  in  abito  dolente 

a  me,  dicevo,  pare  evidente  di  scorgere  come  un 
pentimento,  come  un  rammarico.^  A  quali  rime 
questo  pentimento  potrebbe  riferirsi?  Forse  alle 
dottrinali  ? 

C  è  un  fatto  che  me  ne  darebbe  qualche  so- 
spetto. Scrive  l'Alighieri  :  Con  lei  non  state ,  cM 

»  Op.  cit.,  pag.  197-98. 
-  Prepar.,  ii,  pag.  59. 
3  Cfr.  "WiTTE,  Lirische  Gedichte^  II,  ISl. 


RIME  ALLEGORICHE  E  RIME  DOTTRINALI  259 

non  ve  Amore ^  alludendo  alla  Filosofia.  Ma 
delle  rime  propriamente  allegoriche  questo  non 
poteva  esser  detto,  perchè  esse  sono  tutte  ispi- 
rate da  Amore;  perchè  anzi  è  l'Amore  l'im- 
magine, il  simbolo,  sotto  il  quale  nascondesi  la 
scienza.  Invece  nella  canzone  della  Nobiltà  egli 
comincia  : 

Le  dolci  rime  à' Amor,  ch'io  solia 
Cercar  ne' miei  pensieri, 
Convien  eh'  io  lasci 

Nella  canzone  della  Leggiadria: 

Poscia  eh'  Amor  del  tutto  m' ha  lasciato 


Qui  dunque  veramente  non  v'  è  Amore.  Né  a  me 
farebbe  meraviglia  che  il  sommo  artista  avesse 
un  giorno  sentita  quasi  repugnanza  per  le  tre 
canzoni  dottrinali.  ^  Scritte,  probabilmente,  dopo 
le  rime  allegoriche,  dal  129T  al  1300,-  quando 
più  vivo  era  in  lui  il  fervore  degli  studii  filoso- 
fici, in  esse  (mi  valgo  delle  parole  di  un  giudice 
molto  competente)^  «  sotto  il  peso  delle  formole, 
delle  distinzioni  e  delle  argomentazioni  scolasti- 
che la  poesia  cade  faticosa  e  accasciata,  e  si 
strascica  a  fatica  e  col  respiro  grosso  per  i  lun- 


1  Non  si  opponga  il  noto  passo  del    Volg.   Eloq.,  ii,  12;  poiché 
esso  non  è  altro  che  un  discorso  di  metrica. 

2  Cfr.  Carducci,  op.  cit.,  pag.  200-1. 

3  Carducci,  op.  cit.,  pag.  219. 


260  CAPITOLO  XII 

ghi  andirivieni  di  quelle  stanze  » .  È  proprio  vero  : 
Dante  ha  deposto  il  suo  soave  stile,  lo  stile  della 
donna  ideale  e  della  donna  pietosa;  e  la  sua 
rima  è  diventata  aspra  e  sottile.  Non  c'è  più 
nulla  di  Dantesco  in  questi  versi,  che  si  direb- 
bero quasi  un  ritorno  alle  canzoni  morali  del 
povero  Guittone.  Leggiamo  una  stanza  della  can- 
zone sulla  Nobiltà: 

Chi  difSnisce:  uom  è  legno  animato, 
Prima  dice  non  vero, 
E  dopo  '1  falso  parla  non  intero. 
Ma  forse  più  non  vede. 
Similemente  fu  chi  tenne  impero 
In  diffinire  errato, 

Che  prima  pone  '1  falso,  e  d'altro  lato 
Con  difetto  procede; 
Che  le  divizie,  siccome  si  crede. 
Non  posson  gentilezza  dar  né  tórre, 
Perocché  vili  son  di  lor  natura. 
Poi  chi  pinge  figura. 
Se  non  può  esser  lei,  non  la  può  porre; 
Né  la  diritta  torre 
Fa  piegar  rivo  che  di  lunge  corre. 
Che  sieno  vili  appare  ed  imperfette,' 
Chò,  quantunque  collette, 
Non  posson  quietar,  ma  dan  più  cura; 
Onde  r  animo  eh'  è  dritto  e  verace 
Per  lor  discorrimento  non  si  sface. 

Dante  ci  dice  che   in   questa   canzone  «  non 
era   buono   sotto    alcuna   figura   parlare  »  ;  ^  ma 

1  Convito,  IV,  1. 


RIME  ALLEGORICHE  E  RIME  DOTTRINALI  261 

senza  figura  non  esiste  poesia;  ed  egli  quindi 
non  fa  altro  che  darci  certi  insegnamenti  morali, 
divisi  in  versi  ed  in  stanze.  Cercar  1'  arte  in  que- 
sti duri  e  contorti  periodi  rimati  sarebbe  impos- 
sibile. 

Agli  altri  difetti  si  aggiunge  nella  canzone 
sulla  Leggiadria  anche  quello  del  metro.  Noi  ve- 
diamo ricomparire  la  rima  al  mezzo;  vediamo 
intrecciarsi  all'endecasillabo  il  quinario;  inutile 
sforzo  fatto  dall'Alighieri  affine  di  dare  al  com- 
ponimento una  veste  poetica,  che  gli  era  per  il 
suo  contenuto  inesorabilmente  negata.  Venuta 
meno  l'ispirazione,  affogata  la  poesia  nel  sillo- 
gismo, sostituito  alla  viva  immagine  il  ragiona- 
mento, non  restava  che  attaccarsi  alle  forme 
esteriori,  e  tentare  con  esse  di  dare  al  componi- 
mento qualche  cosa  di  attraente.  Ma  il  tentativo 
riusciva  al  rovescio  : 

Poscia  ch'Amor  del  tutto  m'ha  lasciato, 

Non  per  mio  grato, 

Che  stato  —  non  avea  tanto  gioioso, 

Ma  perocché  pietoso 

Fu  tanto  del  mio  core 

Che  non  sofferse  d'ascoltar  suo  pianto, 

Io  canterò  così  disamorato 

Contr'  al  peccato 

Ch'  è  nato  —  in  noi  di  chiamare  a  ritroso 

Tal  eh' è  vile  e  noioso, 

Per  nome  di  valore, 

Cioè  di  leggiadria,  eh'  è  bella  tanto, 

Che  fa  degno  di  manto 


262  CAPITOLO  XII 

Imperiai  colui  dov'ella  regna. 

Ella  è  verace  insegna, 

La  qual  dimostra  u'  la  virtù  dimora  : 

Per  che  son  certo,  sebben  la  difendo 

Nel  dir,  com'io  la  'ntendo, 

Ch'  Amor  di  sé  mi  farà  grazia  ancora. 

No,  Amore  non  gli  fa  grazia.  Amore  fugge 
inorridito  di  qui.  Ma  prenderà  tra  poco  la  sua 
rivincita.  Egli  aspetta  T  esule,  per  dettargli  le  tre 
cantiche,  che  saranno  una  tra  le  piiì  grandi  poe- 
sie umane.  E  se  l'ingegno  di  Dante  andava  in- 
torbidandosi nel  dottrinarismo  scolastico,  se  in 
lui  si  esauriva  quella  ricca  vena  poetica  che  gli 
aveva  ispirate  le  rime  della  Vita  Nuova  e  le  rime 
allegoriche,  sia  benedetto  pure  anche  l'esilio,  che, 
ritemprando  il  suo  genio,  gli  aperse  di  nuovo, 
e  più  larga,  piiì  abbondante,  più  bella,  la  fulgida 
sorgente  dell'arte. 


263 


CAPITOLO  XIII 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE 


Ci  restano  ancora  da  esaminare  due  catego- 
rie delle  rime  di  Dante. 

Sogliono  i  sostenitori  della  Beatrice  storica 
meravigliarsi  che  una  cosi  naturai  cosa,  com'  è 
l'amore  ne' giovani,  si  voglia  negare  nell'Ali- 
ghieri. E  su  questo  facile  tema  ricamano  abil- 
mente le  loro  riflessioni  ed  argomentazioni.  Ma 
essi  partono  da  un  presupposto,  invero  assai 
strano,  cioè  quello,  che  se  Dante  non  avesse 
amata  la  loro  Beatrice  Portinari,  non  potrebbe 
avere  amata  nessun'  altra  donna.  Altre  donne 
invece,  noi  ammettiamo  facilmente,  e  crediamo, 
che  sieno  state  amate  da  lui.  E  solamente  nel 
novero  di  esse  reputiamo  non  potersi  porre  la 
figliuola  di  messer  Folco. 

Degli  amori  umani  di  Dante  ci  avanzano  varie 
testimonianze,  porteci  da  lui  stesso. 


264  CAPITOLO  XIII 

Per  metter  piede  nel  Paradiso  terrestre,  ^  a 
Dante  è  necessario  traversare  la  fiamma  purg-a- 
trice.  L' angelo  ammonisce  : 

....  più  non  si  va ,  se  pria  non  morde , 
Anime  sante,  il  fuoco  ; 

ed  al  poeta  titubante  e  pam^oso  dice  Virgilio  : 
Ricordati,  ricordati 

Ma  di  che  doveva  egli  ricordarsi?  Ma  perchè 
questa  sospensione?  Quale  era  la  colpa,  onde  do- 
veva ancora  purificarsi  il  cuore  dell'Alighieri? 
Ciò  è  detto  dalle  parole  cantate  dall'  angelo  : 
beati  mundo  corde;  ed  è  ripetuto  da  Virgilio: 

Tra  Beatrice  e  te  è  questo  muro. 

La  -Beatrice  infatti  che  noi  troveremo  tra  poco, 
ritorna  per  un  momento  la  fanciulla  ideale  del 
poeta,  la  quale  si  ricorda  del  suo  amore  per  lei,  la 
quale  si  compiace  della  propria  bellezza  terrena. 
Per  giungere  ad  essa  bisogna  che  il  cuore  sia 
senza  macchia,  come  fu  il  cuore  di  Dante  nella 
sua  fanciullezza.  Alle  anime  pure  si  rivelano  gli 
alti  ideali  che  beatificano.  E  sta  quindi  benissimo 

il  Ricordati,  ricordati di  Virgilio  :  ricordati 

delle  colpe,  onde  il  tuo  cuore  si  contaminò,  ri- 
cordati che  tu  non  fosti  fedele  alla  donna  della 
tua  mente;  per  rivederla  ancora  una  volta,  oc- 

1  Purg.,  XXVII. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  265 

corre  purificarsi  in  quel  fuoco.  Né  al  fiero  me- 
mento di  Virgilio  si  potrebbero  desiderare  parole 
più  consone  di  quelle  che  pronunzia  Beatrice,  al 
suo  primo  incontro  con  Dante:  Beatrice,  si  ponga 
bene  attenzione,  che  qui  il  poeta  riconferma 
donna  della  unente,  chiamandola 

h' alta  virtù,  che  già  m'avea  trafitto 
Prima  eh'  io  fuor  di  puerizia  fosse,  i 

Essa  dice  infatti: 

Alcun  tempo  '1  sostenni  col  mio  volto: 
Mostrando  gli  occhi  giovinetti  a  lui 
Meco  '1  menava  in  dritta  parte  vòlto. 

Sì  tosto  come  in  su  la  soglia  fui 
Di  mia  seconda  etade,  e  mutai  vita, 
Questi  si  tolse  a  me,  e  diessi  altrui. 

Poiché  colei  che  parla  é  qui  la  fanciulla  della 
Vita  Nuova,  che  mostrò  a  lui  gli  occhi  giovinetti, 
chiaro  é  che  ciiieW  altrui  non  può  che  riferirsi 
ad  altra  donna;  e  dentro  al  pronome,  usato  così 
in  forma  indeterminativa,  c'è  tutto  il  disprezzo 
che  l'immacolata  Beatrice  doveva  sentire  per  le 
donne  terrene,  alle  quali  si  diede  il  suo  poeta. 
Ma  essa  non  si  arresta  ancora.  Dopo  avere  fug- 
gevolmente accennato  (  femmineo  ricordo  !  )  a  co- 
loro che  le  tolsero  il  cuore  di  Dante,  prosegue 
in   altre  accuse,   in   altri   rammarichi.    Abbiamo 

1  Purg.,  XXX. 


266  CAPITOLO  XIII 

però  due  momenti  da  distinguere.  Il  primo  è 
quello,  del  quale  ella  dice: 

Sì  tosto  come  in  su  la  soglia  fui 
Di  mia  seconda  etade  e  mutai  vita, 

che  io  credo  corrisponda  ai  capitoli  xvm-xxix 
della  Vita  Nuova,  cioè  dal  principio  dell' india- 
mento  di  Beatrice  alla  morte  di  lei.  Quivi  infatti 
può  dirsi  che  ella  'inuti  vita,  poiché  comincia  il 
suo  trasumanarsi.  Ma  è  in  questo  periodo  che  il 
padre  di  Beatrice  muore.  Nel  concetto  che  io  ho 
della  Vita  Nuova,  padre  della  donna  ideale  altri 
non  può  essere  che  il  pensiero  amoroso  che  le 
avea  dato  vita.  Ed  appunto  il  morire  di  questo 
pensiero  amoroso  mi  è  chiosato  dal  verso  : 

Questi  si  tolse  a  me  e  diessi  altrui; 

come  mi  è  confermato,  nella  Vita  Nuova,  dallo 
smarrimento,  nel  quale  si  trova  il  poeta.  ^  Io  non 
so  che  sia  stato  mai  notato  e  spiegato  il  legame 
che  c'è  tra  la  morte  del  padre  e  la  previsione 
della  morte  di  Beatrice  ;  previsione  accompagnata 
da  così  spaventosi  segni  della  natura. 

Ben  converrà  che  la  mia  donna  mora, 2 

se  morto  è  quel  pensiero  d'amore  che  l'aveva 
creata.  Ma  il  sentire  venir  meno,  affievolirsi,  di- 

'  Cap.  23.  «E  però  mi  giunse  uno  si   forte   smarrimento,   ch'io 
chiusi  gli  occhi  e  cominciai  a  travagliare  come  farnetica  persona  ». 
2  Canz.  Donna  pietosa  e  di  novella  etate. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  267 

struggersi  un  tale  pensiero,  l'assistere  quasi  al- 
l'agonia di  esso,  che  fu  pure  tanta  parte  della 
vita  giovanile  del  poeta,  è  dolore  inenarrabile. 
Prevedere  che  quell'immagine  adorata  e  sacra 
possa  cancellarsi  dallo  spirito,  è  cosa  terribile, 
che  agguaglia  per  lo  spavento  la  previsione  della 
morte  propria.  Anzi,  non  egli  stesso  solo,  ma 
l'universa  natura  pare  che  debba  annientarsi,  in 
quel  primo  momento.  Tutto  il  dolore  è  qui,  nel 
cap.  XXIII.   Dopo,    quando   Beatrice  è  morta,   ei 

la  vede 

gloriosa  in  loco  degno ,  ^ 

e  cerca  ritrarne  la  figura  «  disegnando  un  an- 
gelo ».^  E  sopravviene  ben  tosto  la  donna  pie- 
tosa.^ Ora,  ecco  appunto  il  secondo  momento  da 
notare  nelle  parole  del  xxx  del  Purgatorio.  Dopo 
il  rimprovero  di  essersi  dato  altrui,  non  può 
Beatrice  ripetere  il  concetto  stesso.  La  fanciulla 
dagli  occhi  giovinetti  si  tramuta  nella  Beatrice 
celeste,  sale  da  carne  a  spirito,  da  concepimento 
umano  a  concepimento  oltreumano  : 

Quando  di  carne  a  spirto  era  salita, 
E  bellezza  e  virtù  cresciuta  m' era , 
Fu'  io  a  lui  men  cara  e  men  gradita, 

E  volse  i  passi  suoi  per  via  non  vera, 
Immagini  di  ben  seguendo  false, 
Che  nulla  promission  rendono  intera. 

^  Canz.  Gli  occhi  dolenti  per  pietà  del  core. 

2  Cap.  35. 

3  Cap.  36. 


268  CAPITOLO  XIII 

Nella  via  non  vera,  nelle  fahe  immagini  di 
bene,  che  non  mantengono  intera  la  loro  pro- 
messa, sono  designati  gli  stuelli  filosofici  (la  donna 
pietosa);  e  quella  stessa  connessione  che  abbiamo 
nella  Vita  Nuova  tra  i  capitoli  38-39  e  40-43, 
si  ripete  qui  nelle  parole  di  Beatrice  :  la  visione 
celeste,  là  annunziata,  è  ora  nelle  sue  ragioni 
narrata  : 

Tanto  giù  cadde,  che  tutti  argomenti 
Alla  salute  sua  eran  già  corti, 
Fuor  che  mostrargli  le  perdute  genti; 

Per  questo  visitai  l'uscio  de' morti; 
Ed  a  colui  che  V  ha  quassù  condotto 
Li  preghi  miei  piangendo  furon  pòrti. 

Non  sono  sole  le  parole  di  Virgilio  e  di  Bea- 
trice a  testificarci  che  Dante  fu  facile  agli  amori 
mondani.  Egli  stesso,  il  divino  poeta,  a  chi  vo- 
glia intenderlo,  lo  ha  confessato.  Leggiamo  que- 
sto sonetto:  ^ 


Io  sono  stato  con  Amore  insieme 
Dalla  circolazion  del  sol  mia  nona, 
E  so  com'egli  affrena  e  come  sprona, 
E  come  sotto  a  lui  si  ride  e  geme. 

Chi  ragione  o  virtù  contro  gli  spreme, 
Fa  come  quei  che  'n  la  tempesta  suona, 
Credendo  far  colà,  dove  si  tuona. 
Esser  le  guerre  de'  vapori  sceme. 


^  In  risposta  a  quello   di  Gino;    Dante,   quando  per  caso  s' ab- 
bandona. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  269 

Però  nel  cerchio  della  sua  palestra, 
Liber  arbitrio  giammai  non  fu  franco, 
Sì  che  consiglio  invan  vi  si  balestra. 

Ben  può  con  nuovi  spron  punger  lo  fianco, 
E  qual  che  sia  '1  piacer  ch'ora  n'addestra. 
Seguitar  si  convien  se  l'altro  è  stanco. 

Che  cosa  ci  dice  Dante  in  questi  versi?  Egli  co- 
mincia dal  ricordare  che  fu  sog-g-etto  alla  signoria 
di  Amore  fino  dal  suo  nono  anno;  ed  aggiunge 
che  sa  bene  come  Amore  affreni  e  sproni,  dia 
gioie  e  dolori.  Fin  qui  può  ammettersi  che  si 
parli  dell'amore  per  Beatrice,  sebbene  quel  si 
ride  £  geme  potesse  far  dubitare  che  già  la  mente 
del  poeta  corresse  ad  altre  memorie,  poiché  nella 
storia  del  suo  amore  ideale  egli  non  rise  mai,  e 
quella  stessa  «  dolcezza  »  da  lui  provata  al  primo 
saluto  della  fanciulla  fece  sì  che  egli  «  come 
inebriato  si  partì  dalle  genti  ».^  Ma  ammettiamo 
che  tutta  la  prima  quartina  del  nonetto  tocchi 
dell'  amore  per  Beatrice.  Potremo  noi  dire  lo 
stesso  della  seconda?  Qui  davvero  noi  rispon- 
diamo ricisamente  di  no.  Inutile  è,  dice  il  poeta, 
opporre  alla  forza  d'Amore  la  ragione  o  la  virtiì. 
E  può  essere  dunque  che  Dante  abbia  pensato 
a  fare  argine  della  propria  virtìi  e  della  ragione 
all'amor  di  Beatrice?  Ma  non  ci  dice  forse  egli 
stesso  che  l'immagine  di  Beatrice  «era  di  sì  nobile 
virtù  che  nulla  volta  sofferse  che  Amore  mi  reg- 

1  Gap.  3. 


270  CAPITOLO  XIII 

gesse  senza  il  fedel  consiglio  della  ragione  »  ?  ^ 
Possono  di  un  amore  mondano,  d'un  amore  che 
paia  0  sia  colpevole,  scriversi  quelle  parole;  ma 
di  un  amore  ideale,  no.  Ad  un  amore  quale  è 
quello  che  ci  dipinge  tutta  la  Vita  Nuova  non 
si  può  alludere  dicendo  :  chi  tenta  di  vincerlo 
colla  ragione  o  colla  virtù  fa  come  chi  suona  le 
campane  per  mettere  in  fuga  il  temporale;  troppa 
profanazione  sarebbe  parsa  a  Dante  fare  anche 
lontanamente  intravedere  una  qualsiasi  antitetisi 
tra  Beatrice  e  la  virtù,  quando  anzi  Beatrice  è  la 
personificazione  di  ogni  cosa  più  bella,  più  vir- 
tuosa, più  alta.  Quelle  parole  dunque  debbono  ne- 
cessariamente essere  riferite  ad  altri  amori,  contro 
i  quali  è  stato  vano  il  combattere.  Ed  il  concetto 
è  rinforzato  nella  prima  terzina:  dove  Amore  si- 
gnoreggia, non  esiste  più  libertà,  il  libero  arbi- 
trio non  fu  mai  franco,  non  fu  mai  sicuro,  onde 
invano  vi  si  caccia,  vi  si  balestra  il  consiglio. 
L' onnipotenza  dell'  amore  è  ritratta  in  questi 
versi  con  tocchi  danteschi.  Il  cieco  e  fatale  ina- 
bissarsi di  tutte  le  potenze  umane  nel  vortice  che 
affascina  e  inebria,  è  affermato  con  parole  che 
mostrano  colui  che  scrive  conscio  della  forza 
esercitata  dalla  più  tirannica  delle  passioni.  Ma 
quando  Dante  scrive  così,  la  Beatrice  ideale  è 
ben  lontana  dal  suo  spirito  :  lontana  tanto,  eh'  egli 
può  pensare  anche   agli   amori  che  sono   ormai 

1  Gap.  2. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  271 

stanchi,  ed  ai  quali  nuovi  amori  succedono,  se 
pwigono  con  nuovi  sproni  il  fianco.  Non  si  scrive 
in  tal  guisa,  se  non  si  sono  provate  molte  bat- 
taglie d'amore.  ^  Ed  alle  parole  proprie  di  Dante 
è  commento  eloquente  quello  che  di  lui  dice  il 
Boccaccio  :  «  tra  cotanta  scienza  ....  trovò  am- 
plissimo luogo  la  lussuria  »;-  e,  forse,  è  pure 
non  meno  eloquente  commento  il  sonetto  che  gli 
dirige  il  primo  de' suoi  amici,  Guido  Cavalcanti: 

r  vegno  '1  giorno  a  te  'nfinite  volte, 
E  trovoti  pensar  troppo  vilmente, 


'  Esiste  una  epistola  di  Dante  che  si  crede  diretta  a  Gino  {Exu- 
lanti  Pistoriensi),  dalia  quale  pare  che  questi  domandasse:  «  utrum 
de  passione  in  passionem  possit  anima  transformari  ».  E  Dante  per 
risposta  gli  dice:  «  Redditur,  ecce,  senno  Calliopeus  inferius,  quo 
sententialiter  canitur,  quamquam  transsumptive  more  poetico  signe- 
tur,  intentum  amorem  hujus  posse  torpescere  atque  denique  interire, 
nec  non  quod  corruptio  uaìus  generatio  sit  alterius  in  anima  refor- 
mati ».  Il  sermo  Calliopeus  crede  il  Witte  {Dantis  Alligherii  Epi- 
stolae  quae  extant,  Patavii,  1827)  possa  essere  la  canzone  Voi  che 
intendendo  il  terso  del  movete.  Il  prof.  Giuliani  invece  afferma  essere 
il  sonetto  Io  sono  stato  con  amore  insietne  {La  Vita  Nuova  e  il 
Canz.,  pag.  251).  Noi  non  abbiamo  la  sicurezza  del  Giuliani,  ma  non 
ci  pare  ammissibile  in  nessuna  guisa  l'opinione  del  Witte.  Che  qui 
si  parli  di  passaggio  da  una  ad  altra  passione  sensuale,  ci  sembra 
essere  chiaro  dalle  parole  che  seguono  nell'epistola:  «  Omnis  enim 
potentia,  quae  post  corruptionem  unius  actus  non  deperit,  naturaliter 
reservatur  in  alium;  ergo  potentiae  sensitivae,  manente  organo,  per 
corruptionem  ejus  actus  non  depereunt,  et  naturaliter  reservantur  in 
alium.  Quum  igitur  potentia  concupiscibilis,  quae  sedes  amoris  est,  sit 
potentia  sensitiva,  mauifestum  est,  quod  post  corruptionem  unius  pas- 
sionis,  qua  in  actum  reducitur ,  in  alium  reservatur».  Cfr.  anche  le 
Osservazioni  del  Ciampi  {Delle  Prose  e  Poesie  liriche  di  Dante  Al- 
lighieri,  Livorno,  1843,  V,  23),  le  cui  conclusioni  però  rigettiamo 
affatto. 

~   Vita  di  Dante,  12. 


272  CAPITOLO  XIII 

Allor  mi  dol  della  gentil  tua  mente, 
E  d'  assai  tue  virtù  che  ti  son  tolte  .... 

Ora  intenderemo  anche  come  osasse  Gino  da  Pi- 
stoia chiedere  a  lui  consiglio  intorno  ad  un  nuovo 
amore  che  lo  pungeva;  ^  e  nella  irata  risposta 
di  Dante  noteremo  quei  versi: 

Che  si  conviene  ornai  altro  cammino 
Alla  mia  nave,  già  lunge  dal  lito, 

dai  quali  potrebbe  trarsi  che  quel  cammino  sia 
stato  in  altri  tempi  corso  dalla  sua  nave. 

Non  difettano  dunque  le  prove  estrinseche  di 
molteplici  amori  nel  nostro  grande  poeta.  Ed  ora 
è  naturale  che  ci  domandiamo  se  avanzino  rime 
dì  lui  che  cantino  di  quegli  amori. 

Il  Carducci  è  stato  il  primo  a  portare  la  sua 
attenzione  sopra  un  gruppo  di  poesie,  le  quali 
gli  sembrano  «  composte  per  un  soggetto  solo  e 
di  seguito  in  non  lungo  spazio  di  tempo,  durante 
il  quale  le  idee  e  le  facoltà  del  poeta  furono 
come  avvolte  e  trascinate  dalla .  rapina  di  una 
passione  profonda,  se  non  vogliasi  d'un  ardor 
sensuale  ».^ 

Queste  rime  sarebbero  le  tre  canzoni:  Così 
nel  mio  parlar  voglio  esser  aspro  -  Amor,  tu 
vedi  ben  che  questa  donna  -  Io  son  venuto  al 
punto  della  rota;  la  sestina:  Al  ])oco  giorno  ed 


1  Ved.  indietro,  pagg.  93-94. 
-  Op.  cit.,  pag.  203-4. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  273 

al  gran  cerchio  d' ombra,  «  con  le  due,  se  fos- 
sero autentiche,  die  la  seguitano»;  il  sonetto: 
£"  non  è  legno  di  sì  forti  nocchi  :  e  gli  altri  tre  : 
Io  son  sì  vago  della  hella  luce  -  Nulla  tni  parrà 
mai  pili  crudel  cosa  -  Io  maledico  il  dì  eh""  io 
vidi  prima-,  che,  soggiunge  il  Carducci,  «desi- 
dererei autentici,  tanto  son  belli  ».  ^ 

Il  dubbio  del  dotto  critico  è  ragionevole.  Ab- 
biamo già  detto  altrove  -  che  non  si  può  né  at- 
tribuire né  negare  con  sicurezza  all'Alighieri  il 
sonetto:  Io  soìi  si  vago  della  bella  luce,  stando 
al  criterio  dei  manoscritti.  Però  se  ci  facciamo 
ad  esaminare  questo  componimento  nel  suo  con- 
tenuto, confessiamo  di  propendere  a  crederlo  di 
Dante.  Certo  ci  muove  ad  inestinguibile  riso  sen- 
tire tra  le  ragioni  addotte  dal  Fraticelli  per  pro- 
varne l'autenticità,^  che  esso  «  non  differisce 
punto  dallo  stile  delle  altre  poesie  di  Dante,  no- 
tandovisi  la  solita  concisione  ed  energia  ed  una 
maschia  e  peregrina  bellezza  ».  Quasi  che  Dante 
abbia  avuto  uno  stile  solo,  quasi  che  non  ci  sia 
differenza  tra  lo  stile  de' primi  componimenti  della 
Vita  Nuova  e  quelli  che  seguono,  quasi  che  esso, 
il  signor  Fraticelli,  sappia  a  puntino  quello  che 
Dante  poteva  scrivere  e  quello  che  no.  Una  tale 
arrogante  sicurezza  non  prova  che  la  superficia- 
lità, con  cui  si  sono  studiati  certi  argomenti.  Il 

1  Ivi,  pag.  204,  n. 

-  Ved.  indietro  pag.  47  e  70-71. 

3  Canz.  di  Dante  Alighieri,  pag.  114. 

Bartoli.  —   St.  della  Letterat.  Ital.  —  Voi.  IV.  18 


274  CAPITOLO  XIII 

dire:  questo  non  può  essere  di  Dante,  perchè 
Dante  non  poteva  scriver  così,  non  è  un  argo- 
mento, ma  una.  fatuità,  la  quale  prova  la  più 
piena  mancanza  di  senso  critico.  Ma  qualche  ra- 
gione per  credere  di  Dante  il  sonetto  c'è  pro- 
priamente. Chi  lo  paragoni  all'altro  sonetto,  del 
quale  ci  siamo  occupati  in  questo  stesso  capitolo  : 
Io  sono  stato  con  Amore  insieme,  vedrà  che  esso 
fa  quasi  seguito  a  quello.  Là  infatti,  come  sap- 
piamo, si  parla  della  forza  irresistibile  di  Amore, 

Sì  che  consiglio  invan  vi  si  balestra. 

Qui  parrebbe  che  Dante  dal  caso  generale  pas- 
sasse al  suo  particolare,  dicendo:  io,  per  esem- 
pio, sono  COSI  vago  della  bella  luce  di  quegli 
occhi  traditori,  che  pur  m'hanno  ucciso,  che 
sono  per  forza  ricondotto  a  contemplarli.  Là  il 
poeta  insegna  che 

Chi  ragione  o  virtù  contro  gli  spreme , 
Fa  come  quei  che  'n  la  tempesta  suona. 

Qui  soggiunge  di  se:  ed  io  pure 

....  da  ragione  a  da  virtù  diviso 
Seguo  solo  il  disio  come  mio  duce. 

Se  questa  connessione  che  io  scorgo  fra  questi 
due  componimenti  non  è  una  mia  illusione,  essa 
sarebbe  un  argomento  di  autenticità.  Come  lo 
sarebbero,  forse,  del  pari,  nell'ultima  terzina,  il 
gabbato  affanno  e  la  pietà  tradita  da  mercede, 
i  quali  mi  ricordano  duo  versi  della  Vita  Nuova: 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  275 

Coir  altre  donne  mia  vista  gabbate; 
Per  la  pietà  che  'l  vostro  gabbo  uccide. 

E  se  autentico,  il  sonetto  esprimerebbe  una  pas- 
sione alfatto  umana  e  non  immune  da  sensualità. 
Più  ancora  del  verso  bellissimo  : 

Seguo  solo  il  disio  come  mio  duce, 

ce  lo  direbbero  i  versi: 

E  quel  che  pare  e  quel  che  mi  traluce 
M' abbaglia  tanto  1'  uno  e  l' altro  viso  .... 

i  quali  esprimerebbero  meravigliosamente  ciò  che 
Dante  vedeva  cogli"  occhi  corporei,  e  ciò  che  in- 
travedeva (ciò  che  gli  /ra^wc^wa)  cogli  occhi  del 
desiderio:  cose,  le  une  e  le  altre,  che  lo  allon- 
tanavano da  ragione  e  da  virtiÀ. 

L' autenticità  del  sonetto  :  Nulla  mi  jparrà 
mai  più  crudel  cosa,  sembra  indiscutibile  al  Fra- 
ticelli, che  lo  chiama  infallibilmente  dantesco.  ^ 
Noi  non  possiamo  avere  una  tale  sicurezza,  che 
compete  solamente  ai  dantisti  della  forza  del  Fra- 
ticelli. Anzi  dal  trovarlo  in  un  solo  manoscritto  - 
siamo  posti  in  grande  perplessità.  Confessiamo 
però  che  le  ragioni  interne  ce  lo  farebbero  cre- 
dere di  Dante.  Ci  pare  di  sentire  in  questi  versi 
come  un'aura  dantesca.  Ma  l'impressione,  affatto 


i  Op.  cit.,  pag.  216. 

2  In  un  cod.  Ambrosiano  lo  rinvenne  il  Witte,  che  fu  primo  a 
pubblicarlo.  'TJeher  die  ungedìmckten  Gedichte  des  Dante  Allighieri ^ 
in  Dante-Forschungen,  I,  458.  Yed.  anche  Lirische  Gedichte,  II,  200-1. 


276  CAPITOLO  XIII 

soggettiva,  può  esser  falsa.  Contentiamoci  dunque 
anche  noi  di  esprimere,  col  Carducci,  il  deside- 
rio che  possa  in  seguito  esser  provata  V  auten- 
ticità del  sonetto.  E,  se  autentico,  poniamolo, 
addirittura,  tra  le  rime  dell'amore  reale.  Ogni 
dubbio  intorno  a  ciò  ne  parrebbe  meno  che  ra- 
gionevole. Se  anche  non  si  volesse  tener  conto 
della  forza  della  prima  quartina: 

Nulla  mi  parrà  naai  più  crudel  cosa, 
Che  lei,  per  cui  servir  la  vita  smago, 
Che  '1  suo  desire  in  congelato  Iago, 
Ed  in  fuoco  d'amore  il  mio  si  posa; 

se  anche  non  ci  fosse  quel  verso,  esprimente 
uno  stato  così  proprio  delle  vere  e  profonde  pas- 
sioni : 

....  tanto  son  del  mio  tormento  vago; 

avremmo  quella  reminiscenza  della  Clizia  Ovi- 
diana  {Vertùur  ad  Solem,  muiataque  servai  atno- 
rem,  Metam.  iv,  270): 

Né  quella,  eh' a  veder  lo  sol  si  gira, 
E  '1  non  mutato  amor  mutata  serba. 
Ebbe  quant'io  giammai  fortuna  acerba; 

la  quale,  applicata  alla  Filosofia  o  ad  altro  es- 
sere allegorico,  stuonerebbe;  mentre  sta  benis- 
simo in  un  vero  amore. 

Del  sonetto  :  Io  maledico  il  dì  cW  io  vidi  in 
prima  abbiamo  già  detto  indietro  ^  che  non  lo 
crediamo  di  Dante,  ma  di  Cino  da  Pistoia. 

1  PaR.  72. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  277 

Passiamo  ora  alla  canzone  Amor  da  che  con- 
vien  pur  di'  io  mi  dolga.  E  prima  di  tutto  sen- 
tiamo che  cosa  ci  racconta  il  Boccaccio:  ^  « tro- 
viamo lui  (Dante)  sovente  avere  sospirato,  e 
massimamente  dopo  il  suo  esilio ....  Et  oltre  a 
ciò,  vicino  allo  estremo  della  sua  vita,  nell'Alpi 
di  Casentino  per  una  Alpigiana,  la  quale,  se 
mentito  non  m'è,  quantunque  bel  viso  avesse, 
era  gozzuta.  E  per  qualunque  fu  Tuna  di  queste, 
compose  piiì  e  più  lodevoli  cose  in  rima  ».  A  que- 
sto amore  per  la  donna  Casentinese  si  è  voluto 
che  alludesse  la  canzone  sopra  citata;-  e  si  è 
creduto  di  trovare  una  conferma  di  ciò  nella 
lettera  di  Dante  a  Moroello  Malaspina.  ^  Strana 
lettera  invero!  Dante  esule,  condannato,  tutto 
involto  nelle  sventure  sue  e  del  suo  partito,  dopo 
i  falliti  tentativi  del  1304,  dopo  la  caduta  di  Pi- 
stoia in  mano  ai  Neri  (1306),'*  poteva  dunque 
ancora  occuparsi  di  cose  amorose,  e  scriverne 
con  sì  acceso  entusiasmo?  E  scriverne  poi  a  chi? 


1  Vita  di  Dante,  12. 

2  Veci.  DiONisi,  Prep.,  ii,  40;  Anedcl.,  ii,  22. 

3  Fu  trovata   nel    cod.  Vaticano  Palat.  1729    dal  Witte,  il  quale 
'ne  parlò  la  prima  volta  nelle  Blàtter  fur  literarische  Unterhaltung 

del  1838,  n.  149-51.   L'articolo  è  riprodotto  in   Dante-Forschungen, 
l    ,  473:  Xeu  anfgefundene  Briefe  des  Dante  Allighieri. 

*  La  lettera  si  congettura  scritta  nel  1309  (ved.  il  cit.  art.  del 
Witte);  ma  questo  perchè  prima  del  nove  si  reputa  impossibile  che 
Dante  si  dirigesse  al  Malaspina,  Guelfo  Nero.  Il  Todeschini  crede  che 
l'amore  per  l'Alpigiana  sia  da  porsi  tra  il  1311  ed  il  1314,  ma  senza 
dirne  le  ragioni  (Scritti  su  Dante,  postille  al  Convito,  II,  111  ). 


278  CAPITOLO  XIII 

A  Moroello,  al  nemico  d'ieri,'  ad  uno  dei  capi 
della  parte  avversaria?  Ben  qui  davvero  altri 
avrebbe  ragione  di  meravigliarsi  che  «  il  consi- 
gliere di  guerra  e  di  politica  »,  l'uomo  che  aveva 
«  nutrito  il  petto  del  cibo  della  scienza  »,  -  V  esule 
che  non  doveva  pensare  che  alla  patria,  sfogasse 
r  animo  in  lamenti  d' amore ,  e  scegliesse  per 
questi  sfoghi,  più  propri  dei  venti  che  dei  qua- 
rantaquattro anni,  quel  Nero,  che 

spezzerà  la  nebbia 

Sì  eh'  ogni  Bianco  ne  sarà  feruto.  '^ 

Sia  pure,  come  vuole  il  Witte,'*  che  dopo  il  1307 
potessero  cambiare  le  relazioni  tra  Dante  e  il 
Malaspina;^  resterà  sempre  inesplicabile  il  fatto 
che  di  una  debolezza  di  cuore,  di  un  acceca- 
mento della  ragione,  e  sia  pur  momentaneo,  l'Ali- 
ghieri desse  parte  proprio  ad  uno  che  era  stato 
della  fazione  a  lui  nemica,  che  aveva  dovuto 
sentire  dai  suoi  avversarli  tutte  le  accuse  che  gli 
si  muovevano,  che  aveva  potuto  crederlo  un  cit- 
tadino corrotto,  disonesto,  degno  di  quelle  pene, 
a  cui  era  stato  condannato.  Altro  che  temere 
l'infamia  per  le  canzoni  del  Convito!  Altro  che 
di  due  donne   farne   destramente  una  sola,  per 


1  Ved.  il  cit.  art.  del  Witte. 

2  D'Ancona,  La  Beatrice  di  Dante,  pag.  50. 

3  Inferno,  xxiv,  149-50. 

4  L.  e,  pag.  480. 

^  Cfr.  Wegele,  op.  cit.,  pag.  189. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  279 

poter  «  chiamare  nobilissimo  queir  amore  che  già 
vilissimo  aveva  denominato  !  »  ^  Noi  non  osiamo 
alfacciare  il  sospetto  deirapocrifità  della  lettera 
al  Malaspina;-  ma  restiamo  intorno  ad  essa  pieni 
di  dubbio,  e  non  partecipiamo  punto  all'  entu- 
siasmo ed  alla  sicurezza  dell' Heyse,  il  quale, 
scrivendo  al  Witte,^  diceva  esser  questa  «una 
sincera  confessione  fatta  ad  un  amico  fedele  » , 
e  reputava  «  cosa  assurda  supporre  anche  qui 
un'  alleg-oria  ».  Leggiamo  questa  lettera,  secondo 
il  testo  datone  dal  Witte:'* 

Bantes  Domino  Maroello  Marchìoni  Malaspinae 

«  Ne  lateant  dominum  vincula  servi  sui ,  quem 
affectus  gratuitae  generositatis  dominantis  servum 
reddiderat,  ^  et  ne  alia  relata  prò  aliis,  quae  fal- 
sarum  opinionum  seminaria  frequentius  esse  so- 
^ent,  negligentem  praedicent  carceratum,  ad  con- 
spectum  Magniti  e  enti  ae  vestrae  presentis  oraculi  ^ 
seriem  placuit  de-stinare.  Igitur  mihi  a  limine, 
suspiratae"^  postea,  curiae  separato  (in  qua,  velut 
sub  admiratione  vidistis,  fas  fuit  sequi  libertatis 


1  D'Ancona,  op.  cit.,  pag.  51. 

2  II  cod.  Vaticano  1729  fu  scritto  nel  1394  da  Francesco  da  Mon- 
tepulciano. Esso  contiene  anche  le  Egloghe  del  Petrarca.  Ved.  art. 
■cit.,  pag.  474. 

3  Lirische  Gedichte,  voi.  II,  pag.  237. 
*   Ivi,  pag.  235-6. 

5  Nel  ms.  affeclxis  gratuitatis  dominantis.  ^^^. 
^  Forse  oratiunculael  W. 
'  Nel  ms.  suspirare.  W. 


280  CAPITOLO  XIII 

officia)  quum  primum  pedes  juxta  Sarni  fluenta 
securus  et  incautus  defigerem,  subito,  heu!  mii- 
lier,  ceu  fulgur  descendens,  apparuit,  nescio  quo- 
modo,  meis  aiispiciis,  undique  moribiis  et  forma 
confo rmis.  Oh  quantum  in  ejus  apparitione  obstu- 
pui!  Sed  stupor  subsequentis  tonitrui  terrore  ces- 
savit.  Nam  sicut  diurnis  corruscationibus  illieo 
succedunt  tonitrua,  sic  inspecta  fiamma  pulchri- 
tudinis  hujus,  Amor  terribilis  et  imperiosus  me 
tenuit.  Atque  hic  ferox ,  tanquam  dominus  pulsus 
a  patria,  post  longum  exilium  sola  in  sua  repa- 
trians,  quidquid  ei  '  contrarium  fuerat  intra  me, 
vel  occidit,  vel  expulit,  vel  ligavit.  Occidit  ergo 
propositum  illud  laudabile,-  quo  a  mulieribus 
suisque-  cantibus  abstinebam ,  ac  meditationes 
assiduas ,  quibus  tam  coelestia  quam  terrestria 
intuebar,  quasi  suspectas,  impie  relegavit;  et  de- 
niquo,  ne  centra  se  amplius  anima  rebellaret, 
liberum  meum  ligavit  arbitrium,  ut  non  quo  ego, 
sed  quo  ille  vult,  me  verti  oporteat.  Regnat  ita- 
que  Amor  in  me;  qualiterque  me  regat,  inferius , 
extra  sinum  praesentium,  requiratis  ». 

E  sarebbe  appunto  la  canzone  Amor,  da  che 
convien  pur  ch'io  mi  doglia,  quella  che  avrebbe 
accompagnata  la  lettera,  e  che  doveva  far  noto 
al   Malaspina    come   Amore   dominasse   il    cuore 


•  Nel  ms.  enini.  W. 

2  Nel  ms.  suis.  Si  potrebbe  anche  leggere  :  meis  in  cantibus,  o: 
a  mulieribus  cantibus.  W. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  281 

deir Alighieri.  -  Chi  minutamente  confronti  F  epi- 
stola e  la  canzone  trova  infatti  parecchi  luoghi 
conformi;  e  alcune  di  quelle  conformità  furono 
già  notate  dal  Witte  e  da  altri. 

Ma  quello  che  nella  canzone  sopra  a  tutto  il 
resto  ferma  l'attenzione  nostra,  è  la  stanza  ultima 
che  dice  così: 

O  montanina  mia  canzon,  tu  vai; 
Forse  vedrai  Fiorenza  la  mia  terra, 
Che  fuor  di  sé  mi  serra, 


1  II  prof.  Giuliani,  sempre  cosi  cauto,  scrive  a  questo  proposito 
(  Vita  Nuova  e  Cam.,  pag.  33-1):  «Questa  canzone  porta  cosi  espressi 
e  visibili  i  caratteri  di  Dante,  che  non  potrebbe  recarsi  ad  altro  au- 
tore. Bensì  l'amore,  di  che  vi  si  ragiona,  è  assai  diverso  da  quello, 
ond'egli  fu  acceso  per  Beatrice  o  per  la  Filosofia.  Ed  a  viemeglio 
accertarlo  si  ponga  mente  che  l'Allighieri,  non  appena  esulando  giunse 
alle  sorgenti  dell'Arno,  senti  risvegliarsi  amore  verso  una  bella  donna 
del  Casentino.  Il  che  ei  ne  rafferma  nella  sua  lettera  a  Moroello  Ma- 
laspina.  Ora,  insieme  col  Witte,  il  Torri  e  il  Fraticelli  s'avvisarono 
che  la  poesia,  accompagnata  ad  essa  lettera,  ben  debba  ravvisarsi 
nella  canzone  presente;  né  da  siffatto  parere  si  discosterà  chi  voglia 
paragonare  e  pregiar  le  parole  del  veridico  Poeta».  Mi  consenta  il 
mio  venerando  collega  alcune  osservazioni.  Dire  con  tanta  sicurezza 
che  Dante,  appena  giunto  alle  sorgenti  dell'Arno,  s'innamorò  di  una 
bella  Casentinese,  non  si  può.  Il  racconto  del  Boccaccio  è  troppo  arruf- 
fato, perchè  gli  si  abbia  da  prestare  così  cieca  fede.  Egli  confonde  la 
Pargoletta  colla  giovane  amata  in  Lucca;  e  pone  l'amore  perla  Ca- 
sentinese «  vicino  allo  estremo  della  sua  vita  »,  il  che,  ad  ogni  modo, 
sarebbe  falso.  La  lettera  al  Malaspina  ha  «juxta  Sarni  fluenta»,  e  il 
cambiare  Sarni  \n  Arni  non  è  che  una  (sebbene  felicissima)  conget- 
tura. Confesso  poi  che  non  capisco  quello  che  voglia  dire  il  «  para- 
gonare e  pregiare  le  parole  del  veridico  Poeta».  Qui  non  si  tratta, 
mi  pare,  che  il  Poeta  sia  veridico  o  no,  né  si  tratta  di  pregiare  le 
sue  parole.  Si  tratta  d' interpetrare  una  canzone  e  una  lettera.  Se  io, 
per  esempio,  non  credessi  che  esse  si  riferissero  alla  gozzuta  Casen- 
tinese, 0  che;  forse  pregerei  Dante  meno  d'un  altro? 


282  CAPITOLO  XIII 

Tòta  d'amore  e  nuda  di  pietate. 
Se  deatro  v'entri,  va  dicendo:  ornai 
Non  vi  può  fare  il  mio  signor  più  guerra  ; 
Là,  ond'io  vegno,  una  catena  il  serra 
Tal,  che  se  piega  vostra  crudeltate, 
Non  ha  di  ritornar  più  liberiate. 

Questa  licenza  della  canzone  fece  già  dire  al 
Dionisi:^  «se  qui  si  trattasse  di  lascivo  amore, 
troppo  imprudente  sarebbe  stato  V  autore  a  mo- 
strarsi impedito  in  faccia  de' suoi  cittadini;  e  privo 
affatto  di  senno  e'  si  sarebbe  scoperto  in  dirsi 
tanto  preso  d' un'  alpigiana  gozzuta ,  cbe  se  anche 
egli  fosse  richiamato  alla  patria,  non  potesse 
rompersi  le  catene  a  tornarvi  ».  E  il  canonico 
veronese  questa  volta  ci  pare  cbe  abbia  proprio, 
ragione.  Non  bastava  avere  scelto  il  Malaspina 
a  confidente  de' propri  amori;  si  doveva  anche 
dedicare  a  Firenze  la  poesia  che  celebrava  quegli 
amori;  alla  nemica  Firenze  che  lo  serrava  fuori 
del  bello  Ovile,  egli 

Nemico  ai  lupi  che  gli  danno  guerra; 

egli,  che  avrebbe  paragonata  l'impudica  città 
alla  Barbagia  di  Sardigna,  e  che  avrebbe  così 
fieramente  gridato  contro  le  sfacciate  donne  fio- 
rentine; egli  che  avrebbe  poi  espressa  la  spe- 
ranza di  ritornare  con  altra  voce,^  non  più,  cioè, 
cantore  di  femminili    amori,   ma   di   cose   alte  e 

1  Prepar.,  ii,  41. 

2  Parad..  xxiv. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  283 

divine;  ^  avrebbe  ora  mandata  la  canzone  che 
conteneva  i  suoi  spasimi  erotici  per  una  villana 
delle  Alpi;  e  glie  l'avrebbe  mandata,  dicendole: 
se  anche  tu  mi  richiamassi  nel  tuo  seno,  io  non 
verrei,  perchè  mi  lega  qui  l'amor  d'una  donna.  - 
Non  si  trascuri  poi  un'  altra  osservazione.  Se  fosse 
vero,  come  vogliono  esimii  scrittori,  che  la  com- 
posizione del  Convito  cada  tra  il  1306  e  il  1308,  ^ 
e  ch'egli  abbia  scritto  una  parte  almeno  di  quel 
libro  stando  presso  Moroello  Malaspina  di  Mu- 
lazzo,'*  bisognerebbe  supporre  che  appena  uscito 
dalle  più  eccelse  meditazioni,  alle  quali  c'è  nel- 
l'epistola appunto  una  allusione  (ac  m^(izVa^/o?^^s 
assiduas,  quihus  iam  coelestìa  quam  terrestra  in- 
iuehar),  si  abbandonasse  con  impeto  al  nuovo 
amore;  e,  non  che  cercare  di  nasconderlo,  quasi 
ne  menasse  vanto,  mandandone  il  racconto  ad 
un  altro  Malaspina,^  e  dedicando   a  Firenze   la 


•  Ved.  ToDEscHiNT,  Svila  retta  interiìetrazione  dal  terzo  e  quarto 
ternario  del  cant.  XXIV  del  Piirg.,  negli  Scritti  su  Dante,  II,  315. 

-  Cfr.  colle  parole  del  Convito  :  « . . .  dolcissimo  seno . . .  nel  quale 
...  desidero  con  tutto  il  cuore  di  riposare  Tanimo  stanco,  e  termi- 
nare il  tempo  che  mi  è  dato».  Tratt.  i,  cap.  iii. 

3  Ved.  le  ragioni  concludentissime  che  ne  reca  il  Wegele  ,  op. 
cit.,  pag.  195-6-7. 

4  Ivi;  a  pag.  189. 

^  0  allo  stesso  Malaspina  di  Mulazzo,  come  vorrebbe  il  "SVegei.e 
(op.  cit.,  pag.  186),  ma  senza  recarne  prova  alcuna.  Moroello  di  Mu- 
lazzo mori  nel  1284  (ved.  Litta,  Faìn.  Malaspina,  Tav.  VI).  Non  so 
su  quali  dati  si  fondi  il  Wegele.  Cfr.  una  nota  del  Torri  I^Prose  e 
poesie  liriche  di  Dante,  Livorno,  1843,  V,  15),  dove  si  cita  un  lungo 
brano  del  Gerini  {^Memorie  storiche  della  Lunigiana),  ma  senza 
venire  a  nessuna  conclusione  certa. 


284  CAPITOLO  XIII 

canzone.  Ora,  nessuna  meraviglia  farebbe  a  me 
l'amore  di  Dante,  ancbe  per  una  donna  col 
gozzo.  Ma  meraviglia  mi  fa  eh'  egli  abbia  voluto 
così  divulgarlo;  meraviglia  indicibile,  che  abbia 
propriamente  scritta  quella  lettera  ad  un  Mala- 
spina,^  e  a  Firenze  indirizzata  quella  poesia.  Se 
noi  esajniniamo  il  testo  dell'  epistola,  certo  non 
potremo  trattenerci  da.  un  senso  di  meraviglia  da- 
vanti ad  alcune  espressioni.  Quel  ceu  fulgur  cle- 
scendens]  quel  sed  siupor  subsequentis  tonitrui  ter- 
rore cessavtt,  quell'amor  terì'ihilis  ed  imperiosus , 
dovrebbero  far  credere  ad  un'  apparizione  che 
avesse  dello  straordinario,  ad  una  passione  che 
s'impadronisse  veementemente,  terribilmente  del 
cuore  di  Dante.  Ma  tutto  finisce  poi  lì.  Il  dramma 
che  si  apre  con  questa  spaventosa  grandiosità,  non 
ha  seguito.  Dice  l' Heyse  :  questa  è  una  confes- 
sione, scritta  nello  stil<5  di  Dante.  ^  E  sia  pure, 
sebbene  io  creda  col  Del  Lungo  ^  che  troppo  siasi 
abusato  del  criterio  che  si  fonda  sul  cosiddetto  co- 
lorito dantesco.  Ma  supponete  che  Dante,  memore 
d'uno  scrittore  latino  a  lui  noto,  abbia  fìnto  che 
sulle  rive  dell'Arno  gii  sia  apparso   il  fantasma 


1  In  conclusione,  i  tre  Moroelli,  di  Giovagallo,  di  Mulazzo  e  di 
Villafranca,  tutti  offrono  difficoltà  gravi.  Quello  di  Villafranca  potrebbe 
sembrare  da  preferirsi.  Ma  non  può  essere  che  una  vaga  ipotesi.  Se 
esso  era  un  personaggio  tanto  ragguardevole,  da  meritare  che  Ar- 
rigo VII  nel  1311  lo  nominasse  Vicario  Imperiale  a  Brescia,  chi  potrà 
credere  che  Dante  lo  scegliesse  a  confidente  dei  suoi  trasporti  amorosi? 

2  Lettera  citata  {ehi  GesUindniss  im  Styl  des  Dante). 

3  Dino  Coìnpagni,  II,  588. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  285 

di  Firenze,  come  il  fantasma  di  Roma  fece  ap- 
parire Lucano  a  Cesare  sulle  rive  del  Rubicone.  ^ 
Io  non  intendo  qui  di  fare  che  una  mera  suppo- 
sizione; non  intendo  che  di  mettere  avanti  una 
ipotesi,  la  quale  può  essere  a  piacere  accolta  e 
rigettata.  Però  con  questa  ipotesi,  dico,  ed  epi- 
stola e  canzone  acquistano  un  nuovo  significato , 
e  non  hanno  più  in  sé  nessuna  repugnanza.  Nel- 
r  epistola  tutto  conviene  benissimo  alla  figura 
della  città  personificata.  E  prima  quella  seriem 
praesentis  or  acuii',  che  altrimenti  è  molto  strana, 
e  che  ha  obbligato  il  Witte,  come  già  sappiamo, 
a  supporre  che  invece  di  oraculi  s'abbia  da  leg- 
gere oratiunculae.  Poi,  intendiamo  perfettamente 
che  la  visione  accadesse  dopo  che  Dante  fu  ban- 
dito dalla  sua  città:  a  limine  poste  a  Curiae  sepa- 
rato, di  quella  Curia,  nella  quale  certamente  si 
allude  a  Firenze,  ed  a  cui  si  conviene  quindi 
l'epiteto  di  siispiratae.'^  Isle^Wo  ancora  ci  ren- 
diamo conto  del  perchè  dica  lo  scrittore  che  gli 
apparve  come  folgore  una  donna,  mulier,  nescio 
quomodo,  meis  auspiciis  undique  moribus  et  forma 
conformis.  Assai,  veramente,  ci  piacerebbe  di  sa- 
pere come  potesse  Dante  Alighieri  trovare  con- 
forme ai  suoi  desiderii,  di  bellezza^  e  di  costumi, 


'  Ved.  Pharsalia,  lib.  I,  versi  185  sgg. 

2  Riferire  ciò  alla  corte  dei  Malaspina  non  ci   pare  ragionevole. 

3  II  testo  Torri  legge:  «moribus  et  fortunae  ».  Tanto  meglio! 
Come  la  donna  Casentinese  potesse  essere  somigliante  all'Alighieri 
di  costumi  e  di  fortuna,  non  tocca  a  noi  di  spiegarlo." 


286  CAPITOLO  XIII 

l'Alpigiana  col  gozzo!  E  perchè  poi  egli  dica 
nescio  quomodo.  Se  noi  invece  tenessimo  in  essa 
donna  raffigurata  la  città  che  gli  aveva  dato  i 
natali,  se  potessimo  figurarci  ch'egli  la  vedesse 
nell'accesa  fantasia,  non  quale  era,  nemica  e  cru- 
dele, ma  benevola  a  lui,  partecipe  alle  sue  idee 
politiche,  tale  insomma  come  poteva  desiderarla 
in  cuor  suo,  quelle  parole  rifulgerebbero  di  luce 
vivissima.  E  il  nescio  quomodo  esprimerebbe  la 
meraviglia  del  trovarla  cosi  diversa  da  quello  che 
era  realmente.  Né  potrebbe  aversi  a  questo  con- 
cetto più  desiderabile  corrispondenza  di  quella 
che  resulta  dalle  cose  che  seguono  :  inspecta 
fiamma  pulchrtiudim's  ejus,  amor  terrihilis  et 
imperiosus  me  ienuit.  Può  Dante  avere  scritte 
tali  parole  di  una  qualunque  femmina  volgare? 
Aiqite  Ilio  feroXj  tamquam  dominus  puhus  a  pa- 
tria, post  longum  exilium  sola  in  sua  repatrians , 
quidquid  eidem  contrarium  fuerat  intra  me,  vel 
occidit,  vel  expulit ,  vel  ligavit.  0  noi  non  co- 
nosciamo affatto  il  carattere  di  Dante,  o  tali  alte 
parole  su  questa  invasione  dell'  amore  nelF  animo 
suo  non  possono  che  ad  alta  cosa  riferirsi  ;  a 
tanto  alta  cosa  che  sia  lecito  al  grande  poeta  il 
dire  che  questo  amore  meditationes  assiduas, 
quihus  tam  coelesiia  qitam  terrestria  intuehar, 
impie  relegava.  Queste  parole  possono  benissimo 
riferirsi  alla  Divina  Commedia.  Ma  chi  crederà 
che  la  donna  del  Casentino  esercitasse  tanto  im- 
pero sulla  ferrea  natura  di  Dante  da  bandire  il 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  287 

pensiero  del  poema  sacro,  al  quale  aveva  posto 
mano  e  cielo  e  terrai  E  non  si  dica  che  nelle 
parole  proposiium  illucl  laudabile  quo  a  raulie- 
hrihus  suis  canlibus  ahstinebam,  si  ha  la  confes- 
sione di  un  amore  vero  per  ima  donna.  No.  Tali 
parole  possono  agevolmente  intendersi  nel  senso 
del  proposito  fatto  di  non  scrivere  piiì  poesie 
della  maniera  di  quelle  della  Vila  Nuova  e  del 
Convito,  che  sono  appunto  canti  feTnniinili ,  cioè 
indirizzati  a  una  donna.  Una  confessione  nella 
epistola  esiste,  ma  ben  diversa  da  quella  che  altri 
crede  di  trovarci;  ed  io  la  scorgo  nelle  parole, 
colle  quali  comincia  la  lettera.  Perchè  scrive 
Dante?  scrive  ne  alia  retata  jpro  aliis,  quae  fai- 
sarum  opinionum  seminaria  frequentius  esse  so- 
letit,  negligentem  praedicent  carceratum.  Quali 
sono  le  voci  che  Dante  teme,  passando  di  bocca 
in  bocca,  generino  fallace  opinione  e  lui  praedi- 
cent negligentem  caì^ceratum'i.  Quelle,  io  intendo, 
di  un  nuovo  amore;  le  quali  voci  forse  eran  nate 
dalla  falsa  interpetrazione  della  canzone:  Amor, 
da  che  convien  pur  di  io  mi  doglia.  Per  questo  il 
poeta  la  manda  al  Malaspina,  con  una  lettera 
che,  a  senso  suo,  non  poteva  che  chiaramente 
esprimere  la  natura  del  nuovo  amore  da  lui  can- 
tato, e  diceva  al  tempo  stesso  non  aver  egli  po- 
tuto resistere  alla  forza  prepotente  che  lo  trascinò 
a  scrivere  quei  versi.  E  si  ponga  ben  mente  a  ciò. 
Quanto  assurdo  sarebbe  il  supporre  che  lo  sban- 
deggiato AHghieri  raccontasse  una  sua  debolezza 


288  CAPITOLO  xni 

d' amore  al  Malaspina  che  vinse  i  Bianchi  a  Ser- 
ravalle  e  sottomise  Pistoja;  altrettanto  naturale 
riesce  che  alni  egli  si  giustificasse:  giustificazione 
concepita  alla  maniera  Dantesca,  ma  sempre  giu- 
stificazione. 

Ed  ora  poco  ci  resta  da  dire  sulla  canzone. 
Che  essa  non  parli  di  un  amore  reale,  per  noi  è 
chiaro  dal  commiato.  Che  sotto  la  figura  della 
donna  si  nasconda  Firenze  non  ci  pare  improba- 
bile. Di  Firenze  può  ben  dire  il  poeta,  rivolto  ad 
Amore: 

Tu  vuoi  ch'io  muoia,  ed  io  ne  son  contento. 
Ma  chi  mi  scuserà,  s'io  non  so  dire 
Ciò  che  mi  fai  sentire? 
Chi  crederà  ch'io  sia  ornai  sì  còlto? 
Ma  se  mi  dai  parlar  quanto  tormento. 
Fa,  signor  mio,  che  innanzi  al  mio  morire 
Questa  rea  per  me  noi  possa  udire; 
Che,  se  intendesse  ciò  ch'io  dentro  ascolto. 
Pietà  faria  men  bello  il  suo  bel  volto. 

E  tanto  più  può  dire  : 

Io  non  posso  fuggir,  ch'ella  non  vegna 

Nell'immagine  mia, 

Se  non  come  il  pensier  che  la  vi  mena; 

e  può  lamentarsi  d'essere  costretto  ad  andare 
sempre  col  desiderio  là  dov' ella  è  vera,  sebbene 
questo  desiderio  gli  sia  cagione  di  dolore  mortale: 

La  nemica  figura,  che  rimane 
Vittoriosa  e  fera, 
E  signoreggia  la  virtù  che  vuole, 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  289 

.    Vaga  di  sé  medesraa  andar  mi  fané 
Colà  dov'ella  è  vera, 
Come  simile  a  simil  correr  suole. 
Ben  conosch'io  che  va  la  neve  al  sole; 
Ma  più  non  posso:  fo  come  colui, 
Che  nel  podere  altrui 
Ya  co'  suoi  pie  colà  dov'  egli  è  morto. 

Bellissimo  è  eh'  egli  chiami  Firenze  questa 
sbandeggiata  di  tua  corte,  la  quale 

Fatto  ha  d'orgoglio  al  petto  schermo  tale, 

Ch'ogni  saetta  lì  spunta  suo  corso, 

Per  che  l' armato  cuor  da  nulla  è  morso. 

E  nel  Commiato  della  canzone  forse  è  da  ri- 
collegarsi (\\\qW  andar  mi  fané  della  3^  stanza, 
col  primo  verso 

0  montanina  mia  canzon,  tu  vai; 

quasi  a  dire:  io  non  posso  andare  che  col  pen- 
siero, coir  acceso  desiderio;  tu  vai  veramente; 
tu  vedrai  Firenze  : 

Forse  vedrai  Fiorenza  la  mia  terra. 

Che  fuor  di  sé  mi  serra, 

Vuota  d'amore  e  nuda  di  piotate. 

Dille,  0  mia  canzone,  che  se  anche  si  piegasse 
ora  la  crudeltà  de' suoi  cittadini,  io  non  avrei  piii 
libertà,  non  avrei  piii  forza  di  ritornare,  perchè 
qui  mi  lega,  mi  serra,  mi  tiene  l'immagine  sua; 
perchè,  in  altre  parole,  io  sono  qui  innamorato- 
di  questo  fantasma  che  mi  è  apparso 

Bartoii.  -  St.  della  Letterat.  Hai.  —  Vcl.  IV.  19 


290  CAPITOLO  XIII 

in  mezzo  l'Alpi 

Nella  valle  del  fiame, 

Lungo  il  qual  sempre  sopra  me  sei  forte, 


o  Amore;  e  tornando,  dovrei  distaccarmene,  per 

ritrovar] 

bandito 


ritrovarmi  in  mezzo  agli  scellerati  che  mi  hanno 


Se  dentro  v'entri,  va  dicendo:  ornai 
Non  vi  può  fare  il  mio  signor  più  guerra. 
Là  ond'io  vegno,  una  catena  il  serra. 
Tal,  che  se  piega  vostra  crudeltate, 
Non  ha  di  ritornar  più  libertate. 

Si  ricordino  i  lettori  che  la  nostra  interpetra- 
zione  non  è  che  una  supposizione.  A  noi  basta 
di  aver  dimostrato  che  questa  canzone,  colla  let- 
tera annessa,  non  possono  riferirsi  ad  un  amo- 
ruccio, quale  sarebbe  quello  della  Casentinese. 
Altri  violenti  amori  nella  vita  di  Dante  posteriore 
all'esilio  non  si  conoscono.  Si  tragga  dunque  da 
ciò  quella  conseguenza  che  sembra  migliore;  ma 
nel  trarla  si  tenga  bene  nella  memoria  quanto 
fosse  facile  la  mente  di  Dante  alle  più  ardite  per- 
sonificazioni, e  quanto  proclive  a  servirsi  della 
visione,  come  di  mezzo  poetico. 

Abbiamo  bensì  altre  rime  di  Dante,  che,  se- 
condo alcuni,  si  riferiscono  ad  un  amore  vero,  e 
sono  quelle,  dove  trovasi  il  nome  di  'pietra,  ripe- 
tuto molte  volte.  Diamone  prima  di  tutto  l'elenco. 
Le  tre  canzoni: 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  291 

Così  nel  mio  parlar  voglio  esser  aspro; 
Amor  tu  vedi  ben  che  questa  donna; 
Io  son  venuto  al  punto  della  rota. 


Le  tre  sestine 


Al  poco  giorno  ed  al  gran  cerchio  d' ombra  ; 
Amor  mi  mena  tal  fiata  all'ombra; 
Gran  nobiltà  mi  par  vedere  all'ombra. 

I  due  sonetti: 

E""  non  è  legno  di  sì  forti  nocchi  ; 
Deh  piangi  meco,  tu  dogliosa  pietra. 

Di  queste  rime,  indubbiamente  apocrife  sono 
le  due  sestine:  Amor  mi  mena,  e  Gran  nobiltà. 
Se  anche  non  fosse  concorde  su  ciò  il  giudizio 
di  reputati  dantisti,^  basterebbe  l'esame  di  quei 
due  componimenti,  per  capir  subito  che  essi  fu- 
rono posteriormente  rifatti  sulla  sestina  Al  poco 
giorno.^ 

Nel  sonetto  E'  non  è  legno,  la  parola  'pietra 
trovasi  una  volta  sola,  e  posta  come  incidental- 
mente. Non  parrebbe  che  il  poeta  avesse  voluto 
qui  fare  allusione  ad  una  donna.  Certo  molto  de- 
boli sono  gli  argomenti,  mercè  i  quali  il  Dionisio 
vuol  provare  che  in  quei  versi  si  allude  alla  Fi- 
losofìa, colla  citazione  di  un  passo  del  Convito. 
Ma  la  fine  del  sonetto  : 


1  WiTTE,  Lirische  Gedichte,  Bibliograpliiscli-kritische    Einleì- 
tung.,  II,  pag.  76-7,  Giuliani,   Vita  Nuova  e  Cam.,   pag.  383-4-5. 

2  Cfr.   WiTTE,   1.   e. 

3  Preparazione y  ii,  63  segg.  e  Anedd.  ii,  cap.  xvii,  pag.  47  sgg. 


292  CAPITOLO  XIII 

Ed  è  contro  a  pietà  tanto  superba, 

Che  s'altri  muor  per  lei,  noi  mira  piue, 

Anzi  gli  asconde  le  bellezze  sue, 

fa  credere  anche  a  noi  che  si  tratti  di  un'  alle- 
goria. 

L'altro  sonetto  Deh  piangi  meco, ^  non  si  può 
negare  che  non  abbia  qualche  cosa  che  ricordi 
qua  e  là  il  vigore  dantesco  ;  -  ma  è  questo  un 
criterio  troppo  fallace  per  giudicare  autentica  la 
poesia.  Come  a  giudicarla  assolutamente  apocrifa 
non  bastano  le  cose  brutte,  i  giuochi  di  parole, 
le  oscurità  che  ognuno  vi  nota.  Noi  dunque  so- 
spendiamo ogni  giudizio,  ed  aspettando  la  rispo- 
sta che  potranno  in  seguito  dare  i  manoscritti, 
poniamo  intanto  il  sonetto ,  con  una  leggera  cor- 
rezione,^ sotto  gli  occhi  dei  lettori: 

Deh  piangi  meco,  tu,  dogliosa  pietra, 
Perchè  sei  pietra,  e  a  sì  crudele  porta 
Entrata,  che  d'angoscia  il  cor  m'impietra. 
Deh  piangi  meco,  che  tu  la  tien  morta. 

Ch'eri  già  bianca,  ed  or  sei  nera  e  tetra. 
Dello  colore  suo  tutta  discorta, 
E  quanto  più  ti  prego,  più  s'arretra 
Pietà  d'aprirmi,  ch'io  la  veggia  scorta. 

Aprimi,  pietra,  si  ch'io  petra  veggia, 
Come  nel  mezzo  di  te,  crudel,  giace, 
Che  '1  cor  mi  dice ,  eh'  ancor  viva  seggia. 

1  Fu  pubblicato  la  prima  volta  frammentariamente  dal  Trucchi 
(  Poesie  ital.  di  dugento  autori,  i,  298  );  e  poi  per  intero  dal  Witte, 
nelle  Rime  in  testi  ant.  attrib.  a  Dante,  in  Dante- Forschungen ,  II,  562. 

2  Cfr.  Carducci,  op.  cit. ,  pag.  210,  nota. 

3  La  segniamo  in  corsivo. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  293 

Che,  se  la  vista  mia  non  è  fallace, 
II  sudore  e  1'  angoscia  già  ti  scheggia. 
Pietra  è  di  fuor  che  dentro  pietra  face. 

Restano  le  tre  canzoni  e  la  sestina.  Nessun 
dubbio  mi  pare  che  possa  aversi  sul  significato 
della  canzone: 

Così  nel  mio  parlar  voglio  esser  aspro. 

E  qui  espresso  un  forte  sentimento  d' amore  per 
una  donna,  che  non  è  più  davvero  l'aerea  Bea- 
trice, né,  tanto  meno,  la  Filosofìa.  Tutto  in  questi 
versi  ci  prova  il  fiero  agitarsi  di  una  passione 
non  soddisfatta.  Tutto  ci  fa  sentire  il  passaggio 
del  turbine  nel  cuore  sconvolto  del  poeta.  Udi- 
telo con  che  vigore  di  parola  ei  si  lamenta:  Amore, 
esto  perverso 

....    disteso  e  riverso 

Mi  tiene  in  terra  d' ogni  guizzo  stanco. 

E  che  ira  contro  di  lei,  che  scrosci  d'ira,  che 
saettar  di  parole  iraconde: 

Così  vedess'io  lui  fender  per  mezzo 
Lo  core  alla  crudele,  che  '1  mio  squatra; 
Poi  non  mi  sarebb'atra 
La  morte,  ov'io  per  sua  bellezza  corro. 
Che  tanto  dà  nel  sol,  quanto  nel  rezzo ^ 
Questa  scherana  micidiale  e  latra. 

1  Si  ammiri,  di  grazia,  l'interpetrazione  di  questo  verso,  bello 
e  chiaro,  data  dal  signor  Fraticelli:  «probabilmente  con  questa  me- 
tafora ha  voluto  significare  ch'ella  si  conteneva  in  egual  modo  si 
nell'estate  che  nell'inverno  ».  Peccato  che  Dante  non  ci  abbia  fatto 
saper  qualche  cosa  anche  delia  primavera  e  dell'autunno. 


294  CAPITOLO  XIII 

Oh!  se  ella,  questa  scherana  micidiale,  sen- 
tisse il  fuoco  che  brucia  il  poeta;  se  corrispon- 
desse al  suo  amore,  se  lasciasse  saziare  il  desi- 
derio che  lo  arde  di  lei  :  il  lungo  desiderio  fatto 
più  acre  ogni  giorno  dalla  vista  della  sua  bel- 
lezza voluttuosa: 

Oimè!  perchè  non  latra 

Per  me,  com'io  per  lei  nel  caldo  borro? 

Che  tosto  griderei  :  Io  vi  soccorro , 

E  farei  volentier,  siccome  quegli 

Che  ne' biondi  capegli, 

Ch'amor  per  consumarmi  increspa  e  dora, 

Metterei  mano  e  saziereirai  allora. 

E  il  pensiero  di  tuffare  la  mano  febbricitante  in 
quelle  chiome,  di  tenersele  avvinghiate,  di  pa- 
scersi di  voluttà  coi  propri  occhi  vicini  e  fissi 
negli  occhi  di  lei;  il  pensiero,  il  sogno,  l'ebrezza 
■del  trionfo  lo  fa  prorompere  cosi: 

S' io  avessi  le  bionde  treccie  prese , 
Che  fatte  son  per  me  scudiscio  e  forza, 
Pigliandole  anzi  terza, 
Con  esse  passerei  vespro  e  le  squille, 
E  non  sarei  pietoso  né  cortese , 
Anzi  farei  com'orso,  quando  scherza. 
E  se  amor  me  ne  sferza. 
Io  mi  vendicherei  di  più  di  mille; 
E  i  suoi  begli  occhi ,  ond'  escon  le  faville , 
Che  m'infiammano  il  cor  ch'io  porto  anciso, 
Guarderei  presso  e  fiso , 
Per  vendicar  lo  fuggir  che  mi  face. . . . 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  295 

Non  c'è  dubbio:  questo  è  amore,  terribile 
amore,  di  quello  che  devasta  l'anima,  traverso  a 
cui  passa;  ed  a  noi,  ripeterò  col  Carducci,  «  a 
noi,  tanta  ardenza  di  sentimenti,  tale  sfogo  della 
propria  natura  dell'uomo,  dopo  il  ritegno  della 
mistica  contemplazione  di  Beatrice,  a  noi  piace  ».^ 

La  canzone:  Amo7%  tu  vedi  ben,  è  quella  che 
fece  dire  all'  Amadi  -  scrittore  padovano  del  se- 
colo XVI,  essere  sotto  il  nome  di  Pietra  desi- 
gnata Madonna  Pietra,  della  nobile  famiglia  degli 


1  Op  cit.,  pag.  208.  —  È  noto  che  il  prot.  Witte  ha  tentato  una 
ricostituzione  congetturale  delle  quattordici  canzoni  che  dovevano, 
secondo  il  concetto  di  Dante,  far  parte  del  Convito.  Tra  esse  egli 
pone  anche  la  canz.  Così  nel  mio  parlar ,  per  la  seguente  ragione  (op. 
cit.,  pag.  37).  Nel  Convito  (Tratt.  iv,  cap.  26)  è  detto:  «E  quanto 
raffrenare  fu  quello,  quando  essendo  (Enea)  ricevuto  da  Dido  con 
tanto  di  piacere,  quanto  di  sotto  nel  settimo  Trattato  si  dirà,  e  stando 
con  essa  in  tanta  dilettazione,  egli  si  parti»  ecc.  Ora  nella  cit.  can- 
zone si   trovano  ì  due  versi  : 

El  (.-Vinore)  m'  ha  percosso  in  terra ,  e  starami  sopra 
Con  quella  spada,  ond'egli  ancise  Dido. 

Ravvicinati  questi  versi  al  passo  del  Convito.,  dice  il  Witte  che  ri- 
conosciamo con  certezza  in  questa  la  canzone  che  doveva  essere  com- 
mentata nel  settimo  Trattato.  Ci  permetta  il  dotto  uomo  di  dirgli  che 
non  sappiamo  assentire  a  ciò.  Bido  è  nominata  nei  versi  affatto  per 
incidenza,  anzi  per  figura  retorica.  Chi  può  indovinare  quello  che 
di  lei  e  di  Enea  avrebbe  scritto  Dante  se  avesse  terminato  il  Convito  ì . 
Chi  può  assicurarci  che  sia  stata  da  lui  scritta  la  canzone  che  do- 
veva essere  commentata  nel  Trattato  settimo  ?  Vero  è  che  anche  il 
Todeschiui  crede  che  la  canzone  Cosi  nel  mio  parlar  dovesse  far 
parte  del  Convito,  ma  non  ce  ne  dice  le  ragioni  (Postille  al  Convito, 
negli  Scritti  su  Dante,  II,  111).  Invece  essa  tjon  trovasi  segnata  nel 
cod.  Riccad.  1044,  che  pretende  darci  l'elenco  delle  quattordici  canzoni 
che  Dante  si  proponeva  di  commentare.  Il  sesto  componimento  ivi 
sarebbe  la  sestina:  Al  poco  giorno  ed  al  gran  cerchio  d' ombra.  Cfr. 
Giuliani,  Appendice  al  Convito,  pag.  740-41. 

2  Annotationi  sopra  una  Canzone  morale,  Padova,  1565. 


296  CAPITOLO  XIII 

Sere  vigni,  di  Padova.^  DelF  asserzione  sua  l'Amadi 
non  reca  alcuna  prova,  e  noi  teniamo  che  di  que- 
sta Scrovigni  sia  accaduto  quello  che  già  accadde 
della  Portinari.  Dante  canta  di  una  donna  che 
ebbe  nome  Pietra.  A  Padova  visse  nel  secolo  xiv 
una  Pietra  Scro vigni.  Dunque  la  Scro vigni  fu  la 
Pietra  di  Dante.  Così  press' a  poco  deve  essersi 
ragionato,  o,  diciamo  piuttosto,  sragionato;  e  la 
Scrovigni  entrò  nella  leggenda  dantesca,  accolta 
a  festa  da  molti  scrittori  di  facile  contentatura. 
Noi  però  non  crediamo  quello  di  Pietra  il  nome 
vero  della  donna  amata;  ma  bensì  un  nome 
esprimente  al  solito  la  qualità,  che  diremo  pre- 
dominante in  lei;  un  nome  fabbricato  dal  poeta, 
come  già  quello  di  Selvaggia  e  di  Beatrice,  e 
come  forse,  dopo,  anche  quello  di  Laura.  Troppo 
strana  cosa  sarebbe  che  tutte  queste  donne  aves- 
sero per  r  appunto  un  nome  che  si  prestasse  ad 
un  altro  senso!  Di  Selvaggia  e  di  Beatrice  ab- 
biamo già  parlato.  Ed  ora  per  la  Pietra  notiamo 
questi  versi,  che  si  leggono  nella  canzone:  Cosi 
nel  mio  parlar: 

Ahi!  angosciosa  e  dispietata  lima, 
Che  sordamente  la  mia  vita  scemi, 


1  Leggo  ora  nel  Propitgnatore ,  anno  xiv,  disp.  2,  3,  il  princi- 
pio di  una  importante  memoria  del  signor  Vittorio  Imbriani,  intito- 
lata Le  Canzoni  Pietrose  di  Dante.  Mi  dispiace  di  non  potermi  va- 
lere delle  conclusioni,  a  cui  l'esimio  critico  giungerà.  Ma  il  Propu- 
gnatore esce  a  lunghi  intervalli,  ed  io  ho  già  fatto  aspettar  troppo 
questo  volume. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  297 

Perchè  non  ti  ritemi 

Rodermi  così  il  core  scorza  a  scorza , 

Com'io  di  dire  altrui  chi  ten  dà  forza? 

Il  senso  loro  mi  pare  ovvio:  ahi!  spietata  lima 
d'amore,  che  mi  consumi  la  vita,  perchè  non 
temi  tu  di  rodermi  il  core,  come  io  temo  di  far 
sapere  chi  è  colei  che  te  ne  dà  la  forza  ?  È  adun- 
que chiaro  che  il  poeta  non  vuole  che  altri  co- 
nosca chi  sia  la  donna  eh'  egli  ama.  E  come  se 
questo  non  fosse  già  detto  con  sufficente  evidenza, 
seguita  poi  nel  concetto  medesimo  : 

Che  più  mi  trema  il  cor,  qualora  io  penso 
Di  lei  in  parte,  ov' altri  gli  occhi  induca, 
Per  tema  non  traluca 
Lo  mio  pensier  di  fuor  si  che  si  scopra. 
Ch'io  non  fo  della  morte,  che  ogni  senso 
Colli  denti  d'amor  già  mi  manduca. 

Ma  se  il  poeta  non  vuole  che  il  suo  pensiero  tra- 
luca, se  non  vuole  che  il  suo  pensiero  si  scopra, 
non  è  supponibile  ch'egli  abbia  gittate  là,  aperto 
a  tutti,  il  nome  vero  della  donna.  Chi  può  non 
ricordarsi  qui  del  sonetto  di  Gino,  che  dice  di 
celare  colei  che  nella  mente  ha  pinta  ?  ^  Tanto  è 
vero  che  in  tutto  si  rassomigliano  questi  rima- 
tori del  nuovo  stile,  e  che  nessuno  di  essi,  sia 
reale  o  ideale  la  donna,  vuol  palesarne  il  nome. 
Nomi  poetici  tutti,  non  esprimono  altro  che  un 
modo  soggettivo  di  provare  l'amore.    Alle  dolo- 


1  Ved.  indietro  pag.  91. 


298  CAPITOLO  XIII 

rose  rime  del  Pistojese  conviene  il  fiero  nome  di 
Selvaggia)  alle  dolci  rime  del  poeta  della  Vita 
Nuova  risponde  perfettamente  il  nome  di  Bea- 
trice; dXV aspro  parlare  della  canzone,  dove  ri- 
bolle tanto  furore  di  sensualità,  non  si  poteva 
adattare  nome  più  acconcio  che  quello  di  Pietra. 
Ma  della  Scro vigni  cosi,  come  già  della  Vergio- 
lesi,  come  della  Portinari  che  resta?  Non  altro, 
ci  pare,  che  una  leggenda. 

La  canzone:  Amor,  tu  vedi  ben  che  questa 
donna,  è  citata  da  Dante  nel  Volgare  Eloquio. 
Ivi,^  trattando  de  relatione  riihimorum,  et  quo 
ordine  ponendi  suni  in  stantia,  egli  insegna  che 
«  tria  ergo  sunt,  quae  circa  rithimorum  positio- 
nem  reperiri  dedecet  aulico  poetantem:  nimia 
scilicet  ejusdem  rithimi  repercussio,  nisi  forte 
novum  aliquid  atque  intentatum  artis  hoc  sibi 
praeroget;  ....  hoc  etenim  nos  facere  visi  sumus 
ibi:  Amor,  tu  vedi  ben  die  questa  donna  ».  A 
Dante  dunque  pareva  di  aver  fatto  qualche  cosa 
di  novum  ed  intentatum.  E  ritmicamente  aveva 
ragione.  La  canzone  componesi  di  5  stanze  di 
12  versi  ciascuna,  e  di  un  commiato  di  6  versi. 
Sono  dunque  in  tutto  66  versi;  e  le  parole,  con 
cui  terminano  questi  66  versi,  sono  cinque  sole, 
cioè:  donna,  pietra,  freddo,  luce,  tempo.  Cosi  si 
ha  ripetuta  la  parola  donna  13  volte,  pietra  13 
volte,  freddo  14  volte,  luce  13  volte,   tempo  13 

1  Lib.  II,  cap.  13. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  299 

volte.  Chiamando   a  donna,  h  pietra,  e  freddo, 
d  luce,  e  tempo,  abbiamo  lo  schema  seguente: 

I.  St.  a  e  a  a  d  a  a  e  e  a  b  b 

IL  St.  b  a  b  b  e  b  b  d  d  a  e  e 

III.  St.  cbccacceecdd 

IV.  St.  dcddbddaadee 
V.  St.  edeeceebbeaa 

Com.  a  b  e  e  d  e 

Questo  intreccio  di  parole,  ripetute  continua- 
mente in  fine  ad  ogni  verso,  dovè  sembrare  al- 
l'Alighieri cosa  difficile,  lavoro  per  la  sua  novità 
ammirabile.  A  noi  però  sia  permesso  di  giudicare 
diversamente  1'  opera  sua.  Noi  non  possiamo  in 
ninna  guisa  trovarci  d' accordo  coli'  illustre  Giu- 
liani, quando  egli  ci  dice  che  «  nel  faticoso  la- 
voro dobbiam  pure  ammirare  la  mano  del  grande 
Artefice».^  No,  noi  non  ammiriamo,  ma  deplo- 
riamo che  il  sommo  artefice  sia  disceso  a  questi 
bisticci,  a  queste  misere  cose,  che  ci  allontanano 
tanto  dalla  sua  larga  e  solenne  maniera,  per  ri- 
condurci alle  pili  artificiose  stravaganze  della 
ritmica  provenzale.  Se  ci  si  dica  che  Dante  ha 
saputo  vincere  un'enorme  difficoltà,  concederemo; 
se  in  questa  difficoltà  superata  si  vorrà  vedere 
qualche   cosa  di   bello,   negheremo    ricisamente. 


'   Vita  Nuova  e  Canz.,  pag.   305.   Ben   diversamente   giudica  il 
Witte,  op.  cit.,  II,  107. 


300  CAPITOLO  XIII 

Riverenti  al  grande,  al  potente,  all'eccelso  arti- 
sta, noi  ci  sentiamo  repugnanti  ad  ogni  adora- 
zione. Questa  canzone  ci  par  brutta,  e  lo  diciamo; 
tanto  più  franchi  lo  diciamo,  quanto  più  ci  sem- 
bra necessario  che  la  critica  si  spogli  di  ogni 
passione  e  di  ogni  preconcetto,  e  giudichi  con 
criterii  affatto  oggettivi.  Nessuno  più  di  noi  am- 
mira le  immortali  pagine  dell' Alighieri.  Ma  ac- 
canto all'  ammirazione  noi  ci  riserbiamo  il  diritto 
di  biasimare  quello  che  ci  par  biasimevole.  Sen- 
tano i  lettori  una  di  queste  stanze,  la  prima  che 
ci  capita  sotto  gli  occhi: 

Ed  io  che  son  costante  più  che  pietra 
In  ubbidirti  per  beltà  di  donna, 
Porto  nascoso  il  corpo  della  pietra, 
Con  la  qual  rai  feristi  come  pietra, 
Che  t' avesse  uoiato  lungo  tempo  : 
Talché  mi  giunse  al  core,  ov'io  son  pietra. 
E  mai  non  si  scoperse  alcuna  pietra 
0  da  virtù  di  sole  o  da  sua  luce 
Che  tanta  avesse  né  virtù  né  luce, 
Che  mi  potesse  atar  da  questa  pietra, 
Sì  eh'  ella  non  mi  meni  col  suo  freddo 
Colà  dov'io  sarò  di  morte  freddo. 

Quando  si  pensa  che  si  seguita  in  questa 
maniera  per  sessantasei  versi  !  Dove  sono  andati 
il  vigore  dei  concetti,  la  sovrana  efficacia  del- 
l'espressione dantesca?  Tutto  qui  sembra  soffo- 
cato sotto  il  giuoco  continuo  delle  parole.  Ed  è 
per  ciò  che  noi  restiamo  indecisi  davanti  al  signi- 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  301 

fìcato  di  questa  canzone.  Canta  essa  lo  stesso 
amore  dell'altra:  Così  nel  mio  parlar;  o  è  una 
pura  allegoria?  Confessiamo  di  non  saperlo.  La 
parola,  tante  volte  ripetuta,  dii  pietra,  ci  farebbe 
credere  che  fosse  sorella  di  quella.  Ma  per  certo 
qui  non  si  muove  più  nessuna  forte  passione;  e 
noi  non  arriviamo  a  comprendere  come  un  qua- 
lunque affetto  veemente  possa  parlare  un  simil 
linguaggio,  possa  andare  in  cerca  di  difficoltà  per 
darsi  il  gusto  di  vincerle.  In  questa  canzone, 
dice  il  Witte,^  si  hanno  quasi  gli  stessi  amari 
lamenti  che  nell'altra.  A  noi  non  pare.  Qui  i 
lamenti  ci  richiamano  subito  alla  memoria  il  fra- 
sario dei  trovatori  e  degli  altri  che  gì'  imitarono  : 
sono  lamenti  a  freddo,  sono  frasi  messe  insieme 
per  servire  alla  inesorabile  necessità  della  rima, 
e  non  sgorgano  mai  dal  cuore.  Oltre  a  ciò  il 
poeta  dice  nel  commiato  : 

Canzone,  io  porto  nella  mente  donna 
Tal,  che,  con  tutto  ch'ella  mi  sia  pietra, 
Mi  dà  baldanza,  ov'ogni  uom  mi  par  freddo: 
Sì  eh'  io  ardisco  a  far  per  questo  freddo 
La  novità  che  per  tua  formai  luce, 
Che  non  fu  giammai  fatta  in  alcun  tempo. 

Pare  adunque  che  torni  in  campo  una  donna 
della  mente.  Può  essere  che  egli  chiami  così  la 
scherana  micidiale  e  latrai  Noi  saremmo   incli- 


1  Op.  cit.,  II,  108. 

2  Ci  uniamo   al   prof.   Giuliani   nel    credere   che   debba   leggersi 
forma  e  non  ferma. 


302  CAPITOLO  XIII 

nati  a  credere  di  no.  Ma  è  un  no  pieno  di  ti- 
tubanze. 

E  le  titubanze  istesse  proviamo  per  la  can- 
zone: Io  son  venuto  al  punto  della  rota.  Qui 
pure  è  ricordata  la  pietra  : 

E  però  non  disgombra 
Un  sol  pensier  d'amore,  ond'io  son  carco, 
La  mente  mia,  eh' è  più  dura  che  pietra 
In  tener  forte  immagine  di  pietra. 

Ma  che  pietra  è  essa?  La  ragione  addotta  dal 
Fraticelli,  per  provare  che  non  può  trattarvisi 
di  amore  reale,  è  puerile  ed  assurda.^  A  noi  in- 
vece tutto  r  insieme  del  componimento  farebbe 
credere  che  non  vi  si  parli  di  un  amore  simbo- 
lico. È  vero  che  in  questi  versi  nulla  rassomiglia 
alle  strida  della  canzone  Così  nel  mio  'parlar.  Il 
poeta  non  lattea  nel  caldo  horì^o,  ma  guarda  ma- 
linconicamente intorno  a  se  tutta  la  natura  quasi 
morta  nella  fredda  stagione,  per  dire  che  egli 
solo  arde  sempre  d'amore,  e  per  concludere  poi 

or  che  sarà  di  me  nell'  altro 

Dolce  tempo  novello,  quando  piove 
Amore  in  terra  da  tutti  li  cieli. 
Quando  per  questi  geli 
Amore  è  solo  in  me,  e  non  altrove? 

Questa  trista  contemplazione  del  mondo  esteriore 
messa  in  relazione  col  sentimento  che  domina  nel 
suo  cuore,  è  cosa  caratteristica :- 

1  Op.  cit.,  pag.  169-70. 

2  Cfr.  WiTTE,  op.  cit.,  II,  pag.  IH. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  303 

Levasi  dalla  rena  d'Etiopia 
Un  vento  pellegrin  che  l'aer  turba, 
Per  la  spera  del  sol ,  eh'  or  la  riscalda  ; 
E  passa  il  mare ,  onde  n'  adduce  copia 
Di  nebbia  tal ,  che  s' altro  non  la  sturba , 
Questo  emispero  chiude  tutto  e  salda  : 
E  poi  si  solve  e  cade  in  bianca  falda 
Di  fredda  neve  ed  in  noiosa  pioggia, 
Onde  r  aere  Y  attrista  tutto  e  piagne 

e  pure  1"  amore  non  mi  abbandona. 

Fuggito  è  ogni  augel,  che  '1  caldo  segue, 

E  gli  altri  han  posto  alle  lor  voci  tregue 


E  tutti  gli  animali ,  che  son  gai 
Di  lor  natura,  són  d'amor  disciolti 

e  me  l'amore  non  abbandona. 

Morta  è  l' erba , 

Ed  ogni  ramo  verde  a  noi  s'  asconde , 


E  tanto  è  la  stagion  forte  ed  acerba 
Ch'ammorta  gli  fioretti  per  le  piagge 

e  pure  l' amore  non  mi  trae  dal  cuore  V  amorosa 

spina. 

La  terra  fa  un  suol  che  par  di  smalto, 
E  l'acqua  morta  si  converte  in  vetro, 
Per  la  freddura  che  di  fuor  la  serra. 
Ed  io  della  mia  guerra 
Non  son  però  tornato  un  passo  arretro, 
Né  ve'  tornar 


304  CAPITOLO  XIII 

A  noi,  ripetiamo,  non  sembra  improbabile  che 
questa  bella  canzone  esprima,  in  un  diverso  mo- 
mento, il  sentimento  medesimo  che  si  ha  ritratto 
nell'altra:  Così  nel  mio  i:)arlar.  La  passione  che 
là  si  scatena  furiosa  come  uragano,  qui  si  ri- 
piega sopra  sé  stessa,  dolorosamente  pensierosa. 
Sono  due  condizioni  di  spirito,  due  stati  sog- 
gettivi che  possono  benissimo  succedersi,  che 
anzi  si  succedono  sempre  nelle  nature  elevate. 
Ma  questo  però  non  porta  seco  che  noi  possiamo 
esser  certi  che  la  canzone  non  sia  simbolica. 
Propendiamo  a  creder  di  no  :  ecco  il  più  che  ci 
è  lecito  dire.  Ed  anche  nel  dir  questo  siamo  as- 
saliti dal  dubbio,  se  guardiamo  alla  parentela 
che  essa  canzone  ha  con  quella  Amor,  tu  vedi 
ben,  nel  sostituire  alla  rima  la  parola  uguale,  in 
fine  di  ogni  stanza;  e,  per  le  prime  tre  stanze, 
nel  ripetere  le  tre  parole:  pietra^  donna  e  tempo.  ^ 
Che  significa  ciò? 

Arriviamo  finalmente  alla  sestina:  Al  i^oco 
giorno.  Ed  in  essa  pure  un  legame  ritmico  colla 
canzone  Amor  tu  vedi  ben  -  è  evidente  ;  come 
non  è  da  mettersi  in  dubbio  che  Dante  abbia 
voluto,  scrivendola,  imitare  i  Provenzali,  poiché 
egli  medesimo  ce  lo  dice  nel  Volgare  Elcquio: 
«  Et  hujusmodi  stantiae  usus  est  fere  in  mni- 
bus  cantionibus  suis   Arnaldus   Danielis;  e"   nos 


1  L'osservazione  era  già  stata  fatta  dal  Witte,  op.  cit.,  pag.  111. 

2  Da  alcuni  è  chiamata  Sestina  doppia. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  305 

eum  secati  sumiis  cum  diximus:  Al  poco  giorno 
ed  al  gran  cerchio  cC ombra  ».^  Però  T imitazione 
tutta  esteriore  del  metro  non  significa  niente 
quanto  al  contenuto  della  poesia.  Intorno  al  quale 
siamo  alla  solita  domanda  :  di  che  natura  è  l' a- 
more?  E  con  meno  incertezza  che  nella  prece- 
dente pare  che  ora  si  possa  rispondere.  Noto 
prima  di  tutto  che  nel  principio  della  sestina  si  ri- 
prende il  concetto  della  canzone  Io  son  venuto 
al  'punto  della,  rota,  quasi,  direi,  epilogandolo 
in  questi  quattro  versi: 

Al  poco  giorno  ed  al  gran  cerchio  d'ombra 
Son  giunto,  lasso!  ed  al  bianchir  de' colli, 
Quando  si  perde  lo  color  nell'erba, 
E  '1  mio  desio  però  non  cangia  il  verde. 

Ma  poi  l'ardore  di  un  amore  reale  si  palesa, 
s'io  non  m'inganno,  assai  chiaro.  I  sostenitori 
dell' interpetrazione  allegorica  si  sono  dimenticati 
di  dirci,  perchè  la  Filosofìa  abbia  in  capo  una 
ghirlanda  d'erba,  perchè  i  suoi  capelli  sieno 
gialli,  come  abbia  fatto  a  serrar  Dante  tra 
piccioli  colli,  e  come  ancora  riesca  a  fare  spa- 
rire i  colli  che  fanno  più  nera  ombra  sotto  il 
bel  verde.  I  sostenitori  dell' interpetrazione  alle- 
gorica sorvolano  a  queste  piccole  difficoltà!  Ma 
noi  che  non  amiamo  siffatti  sorvolamenti,  siamo 
costretti  a  tutt'  altra  interpetrazione.  Per  noi  esi- 
stono in  questi  versi  delle    allusioni   alle   forme 

1  Lib.  II,  cap.  10.  -  Ved.  anche  il  cap.  13. 

Baktou.  -  St.  della  Letterat.  Ital.  -  Vcl.  IV.  20 


306  CAPITOLO  XIII 

corporee  della  donna,  della  donna  che  il  poeta 
ha  chiesta,  innamorata  com' anco  fu  donna,  in- 
namorata, cioè,  come,  quanto  fu,  quanto  potè 
essere  fin  qui  donna,  in  un  bel  prato  d'erba, 
chiuso  intorno  cP  altissimi  colli.  0  non  sarebbe 
curioso  chiedere  in  siffatto  luogo  la  Filosofia  ?  ^ 
chiederla  in  un  prato  chiuso  dalle  colline,  affinchè 
nessuno  veda  i  due  innamorati?  Tali  allusioni 
noi  le  troviamo  specialmente  in  due  luoghi;  cioè 
dove  il  poeta  dice  che  Amore  lo  ha 

serrato  tra'  piccoli  colli 

Più  forte  assai  che  la  calcina  pietra; 

e  dove,  detto  prima  che  la  donna  era  vestita  di 
verde,  aggiunge: 

Quandunque  i  colli  fanno  più  nera  ombra, 
Sotto  il  bel  verde  la  giovane  donna 
Gli  fa  sparir,  come  pietra  sott'erba. 

E  se  il  nostro  modo  d'intendere  è  giusto,  facile 
è  di  capire  che  la  sensualità  dell'  amore  non  po- 
trebbe essere  più  chiaramente  espressa. 

Dopo  le  rime  dell'amore  reale,  o  per  tali 
giudicate  da  alcuno,  resta  che  accenniamo  in 
ultimo  ad  un'  altra  non  larga  serie  di  poesie,  che 
ci  presentano  l'Alighieri  sotto  un  aspetto  molto 
interessante.  Si  ricorderanno  i  lettori  che  par- 
lando di  Guido  Cavalcanti,  trovammo  certe  sue 

1  Ved.  Carducci,  op.  cit.,  pag.  162,163,236,237.  —  Del  Lungo, 
op.  cit.,  II,  pag.  610  sgg.  Il  Dei  Lungo  aggiunge  ai  due  già  noti  un 
terzo  sonetto  di  Dante,  inedito,  tolto  dai  codice  Chigiano  L,  iv,  131. 


RIME  AMATORIE  E  RIME  SATIRICHE  307 

rime  che  hanno  del  burlesco  e  del  satirico.  Ora 
non  è  di  poca  importanza  il  vedere  che  anche 
in  questo  genere  T  Alighieri  si  ricongiunge  a  quel 
primo  dei  suoi  amici.  La  moderna  critica^  ha 
rivendicata  l' autenticità  dei  sonetti  a  Forese  Do- 
nati. Di  lui  e  delle  sue  relazioni  con  Dante  non 
occorre  che  noi  parhamo.  Dei  sonetti,  dopo  il 
bello  studio  del  Del  Lungo,  poco  ci  resta  a  dire. 
Noteremo  solo  che  anche  in  essi  si  sente  la 
zampa  del  leone,  e  specialmente  in  quei  due  ter- 
ribili versi  : 

Bicci  Novel ,  figliuol  di  non  so  cui , 
S'i'non  ne  domandasse  monna  Tessa; 

monna  Tessa  che  era,  s'intende,  la  madre  di 
Forese.  Del  tempo  in  cui  questi  versi  possono 
collocarsi,  è  stato  già  osservato  non  potere  essere 
che  anteriore  al  1296,  poiché  in  questo  anno  il 
Donati  morì.-  «  Dispiace  forse  al  lettore,  dice  il 
Carducci,^  di  vedere  il  gran  padre  Alighieri  in 
queste  proporzioni  d'uomo  del  tempo  suo,  in 
queste  poco  lìriche  attinenze  con  gli  uomini  del 
tempo  suo?  A  me  no;  e  credo  che  se,  dati  giii 
gli  entusiasmi  officiali  e  dismesso  il  vezzo  di 
crearci  a  nostra  posta  un  cotal  Dante  che  repu- 
tiamo il  solo  vero  e  il  solo  grande,  cercheremo. 


1  Ved.  WiTTE ,  La  Gemma  di  Dante,  nelle  Dante-Forschungen ,  II, 
^3  sgg. 

2  Del  Lungo,  1.  e 

3  Op.  cit.,  pag.  164. 


(A 


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PQ  Bartoli,   Adolfo 

4.037  Storia  iella  letteratura 

B3  italiana 


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